| Institut de Stratégie Comparée, Commission Française d'Histoire Militaire, Institut d'Histoire des Conflits Contemporains |
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TRATTATO DI STRATEGIATraduzione italianadi Serenella CAVALLETTI INTRODUZIONE
1.
La guerra come matrice della storia In
principio era la guerra, madre di tutte le cose, come diceva Eraclito: la
matrice della storia, come hanno affermato numerosi autori, è,
probabilmente più d’ogni altro fattore, all’origine di grandi movimenti
o di regressioni demografiche, di formidabili accelerazioni tecniche, di
sviluppi spettacolari o di irrimediabili regressioni. Essa si presenta nelle
forme più diverse, in una gamma che va dalla ritualizzazione estrema e
dunque “limitata” (presso alcune popolazioni “primitive” la guerra
si ferma al primo morto)[1],
fino al parossismo, con il massacro completo del nemico vinto. Può essere
comunque considerata come universale[2]. 2.
La guerra come legittima competenza dello Stato La
guerra è, in tutte le società evolute, e fino a tutto il XIX° secolo, una
competenza legittima ed abituale dello Stato. I giuristi occidentali
riconoscono, contemporaneamente, lo jus
in bello e lo jus ad bellum,
il diritto della guerra, o più esattamente il diritto nella guerra, e il
diritto alla guerra. La dottrina della guerra giusta formulata dai teologi[3]
é uno schema troppo poco vincolante nella pratica per limitare il ricorso
alla guerra; lo è addirittura troppo per i sovrani, che respingeranno
l’esigenza di una giusta causa. I giuristi dell’Europa moderna esigono
infatti due sole condizioni perché una guerra sia lecita: la competenza -
solo gli Stati hanno il diritto di fare la guerra - e la forma - la guerra
deve essere preceduta da una dichiarazione nelle forme dovute[4].
Di conseguenza, contrariamente a quanto sostenuto da una tenace leggenda,
l’Ancien Régime non é affatto un modello di guerra limitata; la guerra,
al contrario, fa parte integrante del sistema, in quanto consente di
limitare i candidati all’egemonia[5].
La creazione di eserciti permanenti é uno degli elementi decisivi della
costituzione degli Stati moderni, come nota Bertrand de Jouvenel[6]. Naturalmente,
il diritto cerca di limitare per quanto possibile gli effetti della guerra,
distinguendo in particolare tra combattenti e non combattenti. Assistiamo
dunque a due evoluzioni contrarie: lo jus
ad bellum tende ad affermare il diritto quasi illimitato degli Stati a
fare la guerra, mentre lo jus in
bello cerca al contrario di limitarne gli effetti nei confronti delle
popolazioni civili, con un successo reale: anche se costantemente violata,
l’immunità dei civili è diventata alla lunga una protezione efficace.
Dall’epoca di Luigi XIV, le devastazioni della guerra dei Trent’anni
(1618-1648) sono passate di moda e il saccheggio del Palatinato, ordinato da
Louvois, suscita un biasimo generale, anche se non viene compiuto alcun
massacro. 3.
L’evoluzione della guerra nell’epoca contemporanea L’epoca
contemporanea vedrà un’evoluzione del tutto opposta: la guerra perderà
progressivamente la sua legittimità mentre i suoi effetti diventeranno
sempre di più universali e devastatori. Questo capovolgimento é imputabile
a diversi fattori, di cui i principali sono di ordine tecnico e ideologico. Il
XIX° secolo è caratterizzato dall’industrializzazione della guerra[7]
i cui effetti si manifesteranno completamente nel XX° secolo. Il
perfezionamento delle armi accresce, in proporzione quasi geometrica,
l’ampiezza del campo di battaglia; la comparsa della ferrovia, poi
dell’automobile, rende possibile la concentrazione di eserciti composti,
non da decine o da centinaia di migliaia, ma da milioni di uomini, che
possono dare battaglia, non più per qualche ora o qualche giorno, ma per
settimane e mesi, fino all’apparizione dell’aereo, che permetterà di
colpire lontano dietro le linee avversarie. Ne conseguono distruzioni e
perdite umane di centinaia di migliaia e presto di milioni di morti. Contemporaneamente,
il passaggio dalle guerre dell’Ancien Régime a quelle nazionali tende a
rendere gli scontri più accaniti. Non si tratta più soltanto di
ristabilire l’equilibrio precedente o di accrescere il proprio territorio,
la lotta può concludersi con la distruzione di una delle parti. Le guerre
della Rivoluzione e dell’Impero sanciscono l’avvento di questo tipo di
guerra nazionale che, con il progresso degli armamenti, l’aumento
dell’influenza dello Stato sulla vita delle nazioni ed il perfezionamento
degli strumenti di propaganda (non ancora chiamati ideologici), si evolverà
verso la guerra totale. La
Prima Guerra mondiale segna l’esito di questa evoluzione che é progredita
durante tutto il XIX° secolo, ma che é stata efficacemente combattuta dal
sistema stabilito al Congresso di Vienna nel 1815. Paradossalmente, un
periodo di pace troppo lungo, turbato soltanto da guerre di breve durata,
austro-tedesca nel 1866 e franco-tedesca nel 1870-1871[8],
e da qualche conflitto periferico, produrrà delle illusioni sulla reale
natura della guerra moderna, di cui solo qualche pensatore isolato
preannuncerà l’esatto svolgimento. Gli ammonimenti molto chiari della
guerra di Secessione (1861-1865) e della guerra russo-giapponese (1904-1905)
non saranno ascoltati. Il
risultato, nel 1918, è spaventoso: otto milioni di morti, gigantesche
devastazioni, un’Europa avvilita, seguito da una logica reazione
pacifista: “mai più la guerra”. Non soltanto quest’ultima non é più
«fresca e gioiosa», ma gran parte degli sforzi diplomatici, sotto la
pressione delle opinioni pubbliche, tende a metterla fuori legge ed a
sostituirla con nuovi meccanismi per regolare le relazioni
politico-strategiche. Così, il governo britannico accetta di prendere in
esame un progetto di governo internazionale propugnato dalla Fabian Society;
negli Stati Uniti, la Lega per il consolidamento della pace ha
un’influenza sufficiente ad orientare le idee del presidente Wilson,
determinanti per la creazione della Società delle Nazioni (SDN)[9]. 4.
La sicurezza mediante il disarmo La
SDN si prefigge di creare condizioni di sicurezza per tutti con il
coinvolgimento di tutti. La pace deve comportare una riduzione generale
degli armamenti e la creazione di meccanismi di arbitraggio destinati a
prevenire le guerre. Il complemento logico del Trattato di Versailles sarà
così il Trattato navale di Washington, che rimarrà, fino all’altro
Trattato di Washington sulle forze nucleari intermedie del 1987, il più
grande successo del disarmo. Le riduzioni accettate dalle grandi potenze
navali sono, in effetti, massicce, e disinnescano una nascente corsa agli
armamenti navali che rischiava di compromettere l’alleanza tra i
vincitori, più precisamente tra Stati Uniti e Gran Bretagna[10]. La
nascente sicurezza collettiva si
identifica dunque, più o meno, col disarmo, che cessa d’essere
un’utopia per diventare una strategia[11].
Le esigenze di difesa si trovano relegate in secondo piano. Si trascura il
fatto che l’edificio é intrinsecamente fragile, perché costruito sulla
scomparsa della potenza centrale (geograficamente), che ben presto
rivendicherà il proprio reinserimento nel concerto delle nazioni, e poi
l’eguaglianza dei diritti, mentre i meccanismi di arbitraggio e di
conciliazione adottati non sono accompagnati da un sistema automatico di
sanzioni. Il patto Briand-Kellog si fonda essenzialmente sulla forza morale
dell’opinione pubblica. Ai Britannici ed agli Americani che, protetti
dalla loro insularità, vogliono ottenere la pace tramite il diritto o il
disarmo, i Francesi contrappongono il raggiungimento della sicurezza tramite
la forza, poiché solo il Reno li separa dalla potenza tedesca. Alla
sicurezza collettiva si oppone dunque la sicurezza
nazionale, che pone in primo piano le esigenze della difesa. 5.
La sicurezza mediante la difesa Nel
1870, il governo nato dall’insurrezione del 4 settembre si proclama
governo di Difesa nazionale. In Gran Bretagna, si comincia a parlare, a
cavallo del secolo, di difesa imperiale. La parola difesa é certo molto
antica, ma fino al XIX° secolo si incontra, nel suo senso passivo (in
opposizione al senso attivo, dove la difesa si contrappone all’attacco)
soprattutto nell’ambito dell’architettura militare: si parla delle
difese di una piazzaforte. Solo eccezionalmente si dà alla parola un senso
più generale: Henry Knyvett pubblica The
defence of the Realme (1596), Vauban parla delle difese del
“quadrilatero”. Il termine comincia a volgarizzarsi, nel contesto
strategico, solo dopo la Prima Guerra mondiale. La legge del 7 luglio 1938
sull’organizzazione della nazione in tempo di guerra sancisce
definitivamente la nozione di difesa nazionale. Il suo contenuto sarà
ampiamente ripreso due decenni dopo nel decreto del 7 gennaio 1959, che
rimane finora la base della politica di difesa francese. Questa irruzione
della difesa nel contesto politico e strategico ha un triplice significato. 1.
Da un punto di vista strettamente politico, essa é la conseguenza logica
dell’evoluzione che critica il diritto degli Stati a fare la guerra. Anche
se la liceità della guerra é rimessa in discussione, solo alcuni pacifisti
utopisti negano allo Stato il diritto di difendersi. La deriva semantica
traduce questa evoluzione e sostiene le intenzioni non aggressive dello
Stato. Almeno nei paesi sviluppati, la politica del benessere ha preso il
sopravvento, dopo il 1945, sulle politiche di potenza, e il problema
fondamentale non é più l’estensione dello spazio, ma piuttosto la sua
organizzazione. 2.
La parola difesa ha una portata che oltrepassa la sola dimensione militare.
La difesa é contemporanea della guerra totale. La legge del 1938, come più
tardi il decreto del 1959, assicura un grande sviluppo a tutte le dimensioni
non militari, e specialmente a quella economica, della difesa. 3.
La difesa ha anche un significato organico. Prima, c’erano due ministeri
separati, la Guerra e la Marina, e di conseguenza due strategie, che non si
preoccupavano affatto l’una dell’altra. Nel 1914, il Gran Quartier
Generale dell’esercito tedesco comunica alla Marina di preparare i suoi
piani d’operazione senza preoccuparsi di quello che succede a terra: non
si richiede nessuna azione per cercare di ostacolare il transito verso la
Francia del Corpo di spedizione britannico. Lo sviluppo della guerra al
commercio, specialmente per mezzo dell’arma sottomarina, e soprattutto
l’apparizione di un terzo attore, l’aereo, che presto rivendicherà una
strategia propria ed è capace di intervenire contemporaneamente al di sopra
della terra e del mare, rendono necessaria la coordinazione delle strategie,
coordinazione che sarà sempre più spinta, fino a giungere in certi casi
all’integrazione. Quest’ultima sarà combattuta dai marinai con
l’energia della disperazione, ma oggi è un fatto compiuto nella maggior
parte dei paesi. La
difesa è legittima, si direbbe, anche nella forma parossistica della
dissuasione nucleare. I teologi sono molto discordi sulla legittimità di
una pace fondata sull’equilibrio del terrore, e dunque sulla minaccia di
annientamento delle popolazioni civili, ma il magistero romano ammette che
da un grandissimo male può talvolta sorgere un bene maggiore[12].
Lo spirito di difesa[13]
tende a sostituirsi al patriottismo, nozione abbastanza vetusta e talvolta
sospetta, almeno in Francia. Oggi
la difesa è diventata il riferimento standard della pratica quotidiana
degli Stati. La sicurezza è, agli occhi della maggioranza, inscindibile
dalla difesa; il dibattito dominante non vede alcuna differenza tra le due
nozioni, mentre le loro logiche sono diverse. La difesa è fondamentalmente
militare, la sicurezza è una preoccupazione che riguarda tutti i settori
della vita sociale. La difesa si basa sulla forza, fattore oggettivo, la
sicurezza si basa su fattori più soggettivi. La posizione ufficiale
francese, all’inizio degli anni ‘70, distingueva ancora le due
impostazioni: la difesa “basa il
mantenimento della pace sulla paura di un conflitto”, la sicurezza “basa
il mantenimento della pace sull’assicurazione che l’interesse
particolare si confonde con l’interesse comune e che né le opposizioni
ideologiche, né le competizioni d’interessi, né certe aspirazioni
nazionali, turberanno la situazione esistente”[14]. Ne consegue una differenza di natura tra i sistemi di difesa collettiva, che non sono altro che le alleanze tradizionali, e i sistemi di sicurezza collettiva, sia quelli globali (SDN, ONU) che i regionali (OSCE). “Il concetto di difesa collettiva presuppone sempre un nemico comune, almeno potenziale. Quello della sicurezza collettiva, che ha presieduto alla costituzione della SDN, poi dell’ONU, presuppone un’alleanza automatica contro l’aggressore, chiunque esso sia”. Ma, quando non c’è nemico, ”la difficoltà di distinguere l’aggressore dalla vittima è il primo punto debole del sistema e l’incapacità dei suoi membri di mettersi d’accordo sulle misure da prendere ne costituisce generalmente il secondo”[15]. La sicurezza collettiva si scontra con questa constatazione immutabile: il diritto è inseparabile dalla sanzione. L’esperienza delle numerose risoluzioni delle Nazioni Unite rimaste senza effetti, per esempio nel conflitto arabo-israeliano, è del tutto esplicito a questo riguardo e quelle relative al Kuwait sono state applicate solo dopo una dimostrazione militare impressionante. 6.
La sicurezza senza difesa? Questa
concezione preminente é tuttavia contestata da una fazione minoritaria, ma
molto rumorosa, che sostituisce a una complementarità tra sicurezza e
difesa una opposizione. L‘obiettivo é, in fondo, di ritornare al sogno
pacifista degli anni ‘20 e di ottenere una sicurezza senza difesa. Per non
cadere in un discorso pacifista utopistico, i partigiani di questa soluzione
cercano di allargare il concetto di sicurezza, per poterlo progressivamente
svuotare di ogni contenuto militare. Si arriva così alla sicurezza
globale, ridotta a sistema dai teorici di Peace
Research. Le
minacce militari classiche, che richiedono un ragionamento in termini di
confronto (la coppia amico/nemico), sono svalutate e accusate di essere
mantenute artificialmente in vita da burocrazie che formano un complesso
militar-industriale per dissimulare le reali minacce che pesano
sull’umanità, minacce che derivano dal sottosviluppo, dalla
sovrappopolazione o dal degrado dell’ambiente e che richiedono, non uno
scontro, ma una cooperazione tra gli Stati e tra i popoli. La dissoluzione
del sistema sovietico rafforza questa visione, dal momento che non esiste più
un nemico designato e che i nemici sostitutivi, proposti da “falchi”
minacciati di perdere la loro posizione, non hanno la stessa “credibilità”. Questa
tesi, che si qualifica come alternativa, fa ancora molta fatica a superare
lo stadio della dichiarazione d’intenzioni, poiché la dimensione militare
resta irriducibile. Noi siamo dentro un sistema a variabili multiple, nel
quale un solo fattore, per quanto potente, non basta a determinare il
funzionamento dell’insieme del sistema. E’ altrettanto vero che
nell’era nucleare lo spettro della guerra continui ad assillare le
coscienze. L’Unione Sovietica suscita tanti timori ed attenzioni da parte
dei paesi occidentali, invece di essere abbandonata al suo destino, a causa
delle sue migliaia di testate nucleari. La proliferazione nucleare, chimica
e classica nei paesi del Sud moltiplica i rischi di allargamento dei
conflitti. Nel 1987, il generale Le Borgne annunciava la morte della guerra[16],
nel momento in cui le riforme di Gorbaciov portavano alla liquidazione della
Guerra fredda. Otto anni dopo, Philippe Delmas le promette un
bell’avvenire[17],
di fronte al moltiplicarsi delle guerre regionali e locali. Julien
Freund l’ha ricordato con forza: ogni stato politico, che si tratti di
pace o di guerra suppone un rapporto di forze e quindi “ogni
disarmo é legato ad una situazione conflittuale, sia per prevenire lo
scontro, sia per diminuire i suoi effetti in caso di scoppio della guerra”[18].
In queste condizioni, la sicurezza resterà più che mai inseparabile dalla
difesa e i dividendi della pace non porteranno mai alla dissoluzione del
capitale militare. La strategia ha ancora davanti a se un bell’avvenire. 7.
Lo spettro della strategia L’ammiraglio
Castex, nel periodo fra le due guerre, ha fatto ricorso all’idea di
“spettro della strategia” per giustificare un suo inserimento in un
processo di cui la politica costituirebbe l’infrarosso e la tattica
l’ultravioletto[19].
Possiamo riprendere l’idea per descrivere la strategia stessa. Anche
astraendosi dall’evoluzione del suo contenuto attraverso gli anni, essa
costituisce un’insieme troppo complesso per poter integrare tutte le sue
sfaccettature in una sola definizione[20].
La cosa migliore é quindi di scomporle per analizzarle una alla volta.
Tratteremo così la strategia come concetto, cioè la sua evoluzione come
termine riferito ad un’idea; come categoria dei conflitti, per individuare
la sua posizione tra la politica e le categorie subordinate; come scienza,
per seguire la storia del pensiero strategico; come metodo, per trarne gli
insegnamenti permanenti per il procedimento da seguire; come arte, per
apprezzare la strategia applicata; come sistema, infine, per spiegare la
globalizzazione della strategia nell’epoca attuale. Si potrebbero
certamente aggiungere altri elementi costitutivi, considerare cioè la
strategia come storia per seguire la sua evoluzione nei particolari o come
cultura, per apprezzare il suo adattamento alle diverse civiltà.
L’approccio sincronico qui privilegiato non rende indispensabili questi
capitoli, che si riferirebbero piuttosto ad una storia globale della
strategia, che resta ancora in gran parte da scrivere.
[1] Pierre Clastres, “Archéologie de la violence: la guerre dans les sociétés primitives”, Libre, Parigi, Payot, 1977. [2] I riferimenti sono innumerevoli. Citiamo soltanto il fondamentale libro di Quincy Wright, A study of war, Chicago, Chicago University Press, 1942, e H. Stegeman, Der Krieg, 1939; traduzione francese La Guerre, Parigi, Payot, 1946. [3] Guillaume Bacot, La doctrine de la guerre juste, Parigi, Économica, 1989. [4] Charles de Visscher, Théories et réalités en droit international public, Parigi, Pédone, 1955. [5] Hervé Coutau-Bégarie, “L’Ancien Régime militaire: un modèle de guerre limitée”, Stratégique, 54, 1992-2, pp. 125-135. [6] Nel suo libro principale Du pouvoir, 1945, riedizione a Parigi, Le livre de poche, Pluriel, 1977. [7] Cfr. William McNeill, La Recherche de la puissance. Force armée, technique et société depuis l’an Mil, 1982, Parigi, Économica, Bibliothèque stratégique, 1992. [8] Guy Pedroncini, “La Guerre de 1870-71: une guerre limitée”, Stratégique, 54, 1992-2. [9] Cfr. F.H. Hinsley, Power and the Pursuit of Peace, Cambridge, Cambridge University Press, 1963. [10] Hervé Coutau-Bégarie, Le Désarmement naval, Parigi, ISC-Économica, Bibliothèque stratégique, 1995, cap. IV. [11] Julien Freund, in “Le concept de désarmement” (Stratégique, 47, 1990-3) insiste su questo cambiamento. [12] Cfr. Jean Guitton, La Pensée et la guerre, Parigi, Desclée de Brouwer, 1969; cap. IV “Philosophie de la dissuasion à l’ère nucléaire”. [13] Cfr. Jacques Robert et alii, L’Esprit de défense, Parigi, Économica, 1987. [14] Michel Debré, “Défense de l’Europe et sécurité en Europe”, Revue de défense nationale, dicembre 1972, p. 1780. [15] Bruno Colson, “L’énigme de la politique étrangère russe”, La Revue politique, (Bruxelles), n°5, 1995, p. 18. [16] Claude Le Borgne, La Guerre est morte...mais on ne le sait pas encore, Parigi, Grasset, 1987. [17] Philippe Delmas, Le Bel avenir de la guerre, Parigi, Gallimard, 1995. [18] Julien Freund, “Le concept de désarmement”, p. 26. [19] Amiral Castex, Théories stratégiques, Parigi, ISC-Économica, 1997, vol. I, p. 11. [20] Herbert Rosinski giunge alla stessa conclusione nella sua minuziosa analisi del concetto di potere marittimo. H. Rosinski, Commentaire de Mahan, Parigi, ISC-Économica, Bibliothèque Stratégique, 1996, p. 77.
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