Institut de Stratégie Comparée, Commission Française d'Histoire Militaire, Institut d'Histoire des Conflits Contemporains

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TRATTATO  DI  STRATEGIA 

Traduzione italianadi Serenella CAVALLETTI

CAPITOLO I

 

 

 

LA STRATEGIA COME CONCETTO

 

8. Etimologia della strategia

 

Partiamo dalla definizione tradizionale dettata dall’etimologia, tanto più istruttiva dato che il concetto si è imposto in tutte le lingue d’Europa, ben oltre la sfera delle lingue latine: il tedesco, che disponeva di un concorrente (Feldherrkunst), ha adottato Strategie, come il russo (strategija) o l’ungherese (strategi). Stratos Agein significa spingere in avanti l’esercito. La loro unione dà strategos, il generale, e il verbo strategeo, essere il generale, comandare, poi l’aggettivo strategikos il cui plurale sostantivato diventa strategika, le funzioni del generale, le qualità del generale[1]. La strategia è l’arte di guidare un esercito e, più in generale, l’arte del comando.

 

Dall’etimologia possiamo apprendere qualcosa di più. Nel suo senso primitivo, ai tempi di Omero, stratos non è un esercito qualsiasi: è l’esercito accampato, in opposizione a stiches, l’esercito in battaglia. La strategia non è più limitata al solo combattimento. Stratos è aggiunto ad un altro termine, più incerto: è stato proposto ago (comandare), ma anche gia (la terra) e agein (spingere avanti, avanzare)[2]. Quest’ultima ipotesi è la più probabile[3]. Suggerisce che la strategia non è affatto statica, ma intrinsecamente legata al movimento.

Soprattutto, strategia deriva dalla stessa radice di strategema, da cui abbiamo tratto stratagemma, ma che, come annotava il maresciallo di Puységur nel XVIII° secolo, “aveva in latino tutt’altro significato di quello comune in francese: espediente, astuzia bellica non lo rendono completamente[4]. Uno stratagemma non è soltanto un’astuzia, un inganno, è per prima cosa l’azione intelligente del generale (sollertia ducum facta). Nel mondo della guerra e del conflitto dominato dalla forza, la strategia chiama in causa l’intelligenza.

 

 

 

SEZIONE I: LA COSTITUZIONE DELLA STRATEGIA

 

9. La nascita della strategia nell’Antichità

 

La funzione di stratega nasce ad Atene nel V° secolo a. C. Le tribù eleggono dieci strateghi, che formano un collegio al cui interno un capo (Temistocle, Cimone, Aristide, Pericle) può imporsi ai suoi colleghi[5]. Ma tutti hanno la facoltà di guidare l’esercito, o una parte di esso, anche se progressivamente tende a crearsi una specializzazione: lo stratega degli opliti comanda l’esercito in guerra, lo stratega del territorio è incaricato della difesa dell’Attica, i due strateghi del Pireo assicurano la difesa costiera, lo stratega delle simmorie sorveglia l’armamento della flotta e gli altri cinque sono destinati a delle missioni ad hoc. Dopo Alessandro Magno, l’istituzione degli strateghi permane nei regni ellenistici, ma in una forma più territoriale (gli strateghi dei nomes - delle provincie) e perde importanza malgrado i titoli altisonanti di cui si fregiano i titolari: stratega, epistratega, archisomatofilacco[6].

 

Tanto la funzione di stratega è ben definita, quanto l’idea di strategia appare sfumata, e non è sicuro che questa ambiguità sia interamente imputabile alle lacune della nostra documentazione. Il termine strategema compare nel secondo quarto del IV° secolo a. C., ma lo troviamo una sola volta in Senofonte, e la prima definizione conosciuta è posteriore di parecchi secoli, usata dall’apologista cristiano Clemente d’Alessandria (II° sec.). La strategika comparve circa nella stessa epoca, quando Demetrio di Falera (fine del IV° sec. a. C.) compose una Strategika. I due termini sono sinonimi, senza il significato di “inganno”, ma sembrano essere stati poco usati[7]; non si trovano né in Erodoto né in Tucidide. Essi continuano tuttavia a progredire, allontanandosi progressivamente l’uno dall’altro. A partire da Polibio e dagli storici del I° secolo a.C., strategema è legato all’idea di astuzia ed inganno, mentre strategika riguarda le funzioni del generale, pur restando sinonimi in parecchi autori, in particolare Onosandro. Il verbo strategeo acquisisce un senso più preciso di “essere il generale”: in Onosandro significa “manovrare”.

 

I Romani latinizzano il concetto; durante il I° secolo a.C. Cicerone parla di strategema in una lettera del 10 maggio del 51 a.C., il termine sostituisce progressivamente i suoi concorrenti latini (sollertia, dolus, ars, astutia...). Un secolo più tardi Frontino distingue, “malgrado l’analogia naturale delle due cose, lo stratagemma dalla strategia”[8]. Infatti tutto ciò che la preveggenza, l’abilità, la grandezza d’animo, la costanza, possono ispirare ad un generale, costituisce la materia della strategia in generale; ed ogni fatto particolare che potrà essere ascritto ad uno dei capi sarà uno stratagemma”.[9] Ma questo significato resta un’eccezione. L’approccio dominante è organico e concreto: la strategia è la prefettura militare, lo strategus il comandante dell’esercito. Dal punto di vista teorico, i Romani parlano piuttosto di scienza militare o scienza delle cose militari (scientia rei militaris), che include la strategia.

 

Gli scrittori bizantini di strategia, che saranno attivi fino al X° secolo, riprendono lo strategos: lo stratega “è il nome che si dà a colui che è al primo posto di tutto l’esercito, e che ne è il capo[10]. Un’opera anonima del VI° secolo è conosciuta con il titolo di Peri strategikes (Della strategia), il trattato dello pseudo-Maurizio è comunemente chiamato Strategikon. Ma l’evoluzione è regressiva: prolungando un tentativo già in uso nell’epoca ellenistica, lo stratega diviene un capo territoriale (lo stratega del tema), prima di cedere il posto al duca[11]. La nozione di strategia è poco frequente, la taktika è sufficiente a descrivere l’arte militare.

In Occidente, se la scienza degli stratagemmi persiste (la stratagemmatica è presente in francese fin dal 1372, in spagnolo e in italiano nel XV° secolo...), lo stratega e la strategia scompaiono totalmente per parecchi secoli, per riapparire solo nel XVIII° secolo.

 

10. La strategia in Cina

 

Fuori dal mondo greco-romano, non troviamo concetti equivalenti, neppure in società che hanno elaborato un’arte della guerra più evoluta. La sola eccezione è eventualmente la Cina, con il bing-fa di Sun Tzu, che i traduttori contemporanei rendono molto liberamente con il termine strategia. Ma si tratta, in realtà, di una nozione più vasta che si potrebbe anche rendere con metodo militare, e persino con arte della guerra[12]. Il trattato di Sun Tzu insiste sui “metodi” e si rivolge, per primo, a chi comanderà un esercito o condurrà una campagna; esso rientra, senza alcun dubbio, nella strategia.

 

Nella stessa epoca, i legisti stabiliscono chiaramente la relazione tra guerra e politica: “Il fatto che un re sia rispettato, che il suo territorio aumenti e che egli diventi di conseguenza il governatore del mondo, o al contrario che egli sia disprezzato, che il suo territorio diminuisca, e che egli perda il suo potere, è deciso dalla guerra. Dall’antichità ai giorni nostri, non c’è nessun esempio del fatto che si possa diventare governatore del mondo senza aver trionfato con la guerra o che si perda il potere senza essere stati battuti.”[13]

Shu, l’arte del re, che riunisce l’insieme delle tecniche che permettono al re di conservare il potere e di governare il paese, include la condotta delle operazioni militari, in un’ottica sorprendentemente vasta che si avvicina all’orientamento contemporaneo degli studi di strategia: “Le battaglie non rappresentano che un quinto dell’importanza della guerra[14].

 

Se non troviamo, nella Cina classica, l’equivalente esatto del termine strategia, dal momento che le categorie del pensiero cinese sono diverse da quelle del pensiero occidentale, essa (l’arte del generale, la preparazione dei piani, l’analisi della situazione, il metodo) indiscutibilmente esiste: è non solo messa in pratica, ma anche teorizzata  negli scritti che ci sono giunti (e che rappresentano solo una minima parte del corpus iniziale).

 

11. La rinascita della strategia nel XVIII° secolo

 

La rinascita del concetto di strategia e dei suoi derivati avviene in tappe successive. Il contrammiraglio Mathey ha suggerito una priorità inglese, per l’uso del termine stratega nell’Oceana di Harrington (1656), ma si tratta, in realtà, della semplice ripresa della parola latina strategus[15]. La strategy appare nel 1688, nella Geography rectified di Morden, ma nel senso di governo di una provincia[16]; essa acquisisce un significato militare solo nel 1810, nella 3a edizione del Military Dictionary di James, contemporaneamente alla comparsa dell’avverbio strategically.

 

L’anteriorità del francese è incontestabile[17]. Il termine strategia è già utilizzato nel XIV° secolo per designare il governo militare di una provincia presso i Romani. Nel 1721, il Dictionnaire de Trevoux accoglie lo stratega (stratège o stratègue) “per comandare le truppe” presso gli Ateniesi. In entrambi i casi, come in inglese, è un termine riferito all’antichità, non è considerata nessuna trasposizione moderna. Il Dictionnaire de Trévoux menziona accanto alla tattica: “scienza di schierare i soldati in battaglia e di fare evoluzioni militari”, solo lo stratagemma: “astuzia militare, finezza di guerra per sorprendere o ingannare il nemico”. Il dizionario latino del Du Cange enumera lo strategus o straticus, o stratigus, o stratigotus; quello di Estienne definisce lo strategus come capo dell’esercito (dux exercitus), la strategia nel senso organico dei Romani (praetura, imperium rei militaris). L’Encyclopédie aggiunge a stratega lo stratégat, “dignità, funzione di stratega”. Il Dictionnaire Universel di Moreri non ne cita nessuno.

 

Cinquant’anni dopo la prima apparizione di stratega compare, nel 1771, la stratégique, sostantivo sinonimo di grande tattica o tattica degli eserciti. Esso è proposto da Joly de Maizeroy nei suoi commentari delle Institutions militaires dell’imperatore Leone il Filosofo (innovazione tanto più notevole in quanto non troviamo detto termine in Leone stesso). Traducendo una citazione dell’imperatore Maurizio, ricorre, una volta sola nella sua opera, al termine di strategia. Lo riprende sei anni dopo, nella sua Théorie de la guerre (1777):

La condotta della guerra è la scienza del generale, che i Greci chiamavano strategia, scienza profonda, vasta, sublime, che ne racchiude molte altre, ma la cui base fondamentale è la Tattica...Per formare dei progetti, la strategia mette insieme il tempo, i luoghi, i mezzi, i diversi interessi[18].

 

Joly de Maizeroy probabilmente ispira coloro che adottano il termine. Nel 1778, il marchese piemontese de Silva intitola la seconda edizione dei suoi Pensées sur la tactique, che erano apparsi nel 1768, Pensées sur la tactique ou la stratégique ou vrais principes de la science militaire. E’ imitato l’anno seguente da Guibert, nella sua “Défense du système de guerre moderne,” dove si tratta di “Stratégique ou Tactique des armées“. Nel 1783, un autore del Würtenberg al servizio delle Provincie Unite, il colonnello François Nockern de Schorn, teorizza la distinzione tra strategia e tattica in un libro di incredibile modernità, Idées raisonnées sur un système général pour étudier la science de la guerre. Ma si tratta d’iniziative isolate e non di un successo immediato. Negli anni 1780, per la quasi totalità degli ufficiali, “la scienza della guerra è chiamata (sic) Tattica[19].

 

Nel 1799, il prussiano Dietrich von Bülow s’impadronisce del termine (Joly de Maizeroy è stato molto letto in Germania e Nockern de Schorn è stato tradotto in tedesco nel 1785) e ne dà una definizione, che sarà ripresa ovunque, nel suo celebre libro, Geist des neuern Kriegs Systems:

Chiamo Strategia i movimenti di guerra di due eserciti al di fuori del reciproco cerchio visivo o, se si preferisce, fuori dall’effetto dei cannoni. La scienza dei movimenti che si fanno in presenza del nemico, in modo da poter esserne visti e raggiunti dalla sua artiglieria, questa scienza è la Tattica.[20]

La lingua tedesca adotta con rapidità il neologismo: Nockern de Schorn (1785) e von Bülow(1799) introducono la Strategie, lo Stratege è segnalato nel 1808. L’italiano segue anche lui, con rapidità, questa evoluzione semantica: lo stratego appare nel 1749, la strategia (arte di guidare gli eserciti) nel 1805. Lo svedese adotta la strategia nel 1805. In inglese, dopo il sostantivo strategy (1810), vengono gli aggettivi strategic, strategetic, strategical, negli anni 1820, seguiti dallo strategist nel 1838. Lo spagnolo segue con ritardo: la estrategia è segnalata solo nel 1817 e rimarrà a lungo poco usata[21]. In portoghese, troveremo il termine solo nel 1831[22].

 

Il concetto sarà ripreso da una delle maggiori figure militari del XIX° secolo, l’arciduca Carlo d’Austria, nei suoi Principes de  stratégie (1818). Il processo semantico si conclude per la lingua francese, nel 1831, con l’apparizione di stratégiste (strategista·) che si imporrà a spese degli ineleganti “stratégien” (Jomini, che adotterà finalmente “stratégiste”) e “stratégicien” (Mérimée), derivati da “tacticien”. Ma questa distinzione tra chi pensa la strategia e chi la mette in atto non sarà ripresa dalla lingua inglese e si imporrà molto lentamente: nel XIX° secolo, i due termini sono spesso sinonimi.

 

12. L’arte della guerra nell’Illuminismo

 

La rinascita del concetto di strategia corrisponde ad una crescente complessità dell’arte militare. Nel XVIII° secolo, i progressi dello Stato permettono l’organizzazione di eserciti più numerosi, quindi più difficili da gestire. La necessità di farli vivere sul territorio porta a dividere l’unica massa di manovra in divisioni, che beneficiano di una relativa autonomia[23]. Uno dei problemi essenziali dell’arte della guerra diviene allora conciliare la dispersione, imposta dai rifornimenti, con la concentrazione in vista della battaglia. D’altronde, il progresso delle armi suscita un intenso dibattito tattico tra i partigiani della colonna, che fondano il loro sistema sull’urto, e i partigiani della linea, che contano sugli effetti delle armi da fuoco.

 

L’articolazione divisionaria e il perfezionamento della tattica comportano l’apparizione di una dimensione superiore dell’arte della guerra che non era stata ancora percepita e nemmeno teorizzata. Il maresciallo de Saxe parla di grandi parti della guerra. Gli autori del XVIII° secolo parlano più volentieri di grande tattica, che Guibert definisce come “la scienza di tutte le parti della guerra”. Napoleone si limita all’espressione alte parti della guerra e respinge il concetto di strategia[24], che s’imporrà solamente con i lavori dell’arciduca Carlo, di Jomini e di Clausewitz.

 

Questa dimensione superiore provoca l’apparizione di strumenti di analisi e di istituzioni. Se la Francia resta in testa sul piano tecnico (Montalembert modernizza l’arte della fortificazione[25], Gribeauval e du Teil l’artiglieria[26], Bourcet perfeziona la guerra in montagna e dirige il primo corso di Stato maggiore), la diffusione della riflessione teorica[27] si verifica piuttosto in Germania, dove si sviluppa, negli anni 1770, l’Aufklärung (i lumi) militare[28], il cui scopo primario è di migliorare la formazione degli ufficiali.

 

Federico II il Grande, vincitore della guerra dei Sette Anni, ha redatto numerosi scritti militari, che ha riservato ai suoi generali (coperti dal segreto di Stato), ma la loro esistenza è stata presto nota. Fin dal 1755, Georg-Dietrich von Gröben istituisce, a Breslau, la Krieges Bibliotek. Alla fine del secolo, a Lipsia, una “società di ufficiali”, diretta da Heinrich-Philip Porbeck, fonda la Neue Bellona oder Beiträge zur Kriegskunst und Kriegsgeschichte, mentre il colonnello prussiano Christian von Massenbach pubblica a Potsdam, il Militärische Monatsschrift. Scharnhorst, il futuro riorganizzatore dell’esercito prussiano dopo Jéna, crea, nel 1789, la Neues Militärisches Journal , divenuto in seguito il Militärische Denkwürdigkeiten unserer Zeit, che dirigerà fino al 1805[29].

 

Cominciano a comparire dei manuali, per esempio quelli di Scharnhorst: lo Handbuch für Offiziere in den anwendbaren Teilen der Kriegswissenschaften (1787-1790), il Militärisches Taschenbuch zum Gebrauch im Felde (1794, quattro edizioni), poi lo Handbuch der Artillerie (1804-1814). Nel 1780, due precettori alla corte di Brunswick, Helwig e Venturini, pongono le basi di un’arte che avrà una grande diffusione, il Kriegsspiel, letteralmente il gioco di guerra: gioco ad informazione aperta, che si gioca allo scoperto, con i giocatori che si affrontano come negli scacchi. Nel 1802, il colonnello von Massenbach propone, in una serie di memorie, l’organizzazione di un vero Stato maggiore generale, che è infine approvato il 26 novembre 1803.

 

13. Il modello prussiano

 

Si tratta ancora solo delle premesse di una futura evoluzione. La struttura sociale dell’Ancien Régime fa fallire le riforme radicali che sostituirebbero al privilegio della nascita la selezione in base al merito e alla competenza. Guibert sarà sì relatore del Consiglio di Guerra nell’ultimo periodo dell’Ancien Régime francese, ma il tentativo non avrà il tempo di giungere a compimento. L’esercito prussiano resta aureolato dalle vittorie di Federico II e non pensa alle riforme: i generali rifiutano di essere imbrigliati da uno Stato maggiore generale munito di potere e da piani d’operazioni stabiliti in tempo di pace[30]. L’Aufklärung militare, contro la sclerosi del modello di Federico, resta l’opera di una minoranza di ufficiali e l’Immediat-Militär-Organisationskommission, creata nel 1795, migliora l’equipaggiamento e la tattica, senza procedere a modifiche strutturali. Napoleone potrebbe introdurre dei mutamenti organici ma, sia in campo tecnico che nelle istituzioni, non procede a sconvolgimenti di fondo: il suo genio e la superiorità tattica del soldato francese non rendono necessaria una nuova organizzazione.

 

Questa verrà invece dalla Prussia, in seguito alla disfatta totale del 1806. Il rinnovamento iniziato sotto l’egida di Scharnhorst, capofila dei riformatori in seno alla Militärische Gesellschaft, e di Gneisenau, a partire dal 1808, è impressionante[31]. Già all’indomani della sconfitta, Scharnhorst riorganizza il ministero della Guerra. L’innovazione più importante è l’organizzazione di una sezione incaricata dell’istruzione, della mobilitazione, dell’informazione e della preparazione dei piani d’operazione. Nel 1808 è creata la Kriegsakademie (Scuola di Guerra), con un misto d’insegnamenti generali e professionali. La Neue Bellona è seguita da un’altra rivista, Pallas, che pubblica nel suo primo numero, nel 1808, un articolo di Jomini. Nel 1809, Scharnhorst organizza le prime manovre sul terreno, in condizioni il più vicino possibile alla realtà. Il generale Krauseneck organizza viaggi di Stato maggiore ed esercitazioni per i quadri superiori. Nel 1810, è creata la Kriegsschule für die Offiziere e Reissvitz immagina un Kriegsspiel facile da manovrare e pedagogico che sarà perfezionato nel 1816 da suo figlio e adottato nel 1824 dallo Stato maggiore generale. Il generale Grolman, che succede a Gneisenau a capo dello Stato maggiore generale nel 1814, organizza la sezione storica, che inizia, subito dopo, la storia ufficiale delle “guerre di liberazione”. Nel 1816, è creato, dai futuri generali Ruhle von Lilienstern e von Decker, il Militär Wochenblatt (settimanale militare) per favorire la riflessione degli ufficiali. Nello stesso anno è costituita la sezione cartografica e topografica. Nel 1821, l’edificio assume la sua forma definitiva con la separazione tra ministero della Guerra, incaricato delle questioni amministrative, e lo Stato maggiore generale, da cui dipendono tutte le questioni operative. Il sistema di guerra prussiano è dunque organizzato intorno ad una istituzione centrale ed a due pilastri teorici: la geografia militare e la storia militare. Moltke il Vecchio, il futuro vincitore di Sadowa e di Sedan, è l’incarnazione di questa nuova organizzazione; inizia la sua carriera alla sezione topografica e redige un manuale di rilevamento di mappe che farà scuola a lungo, prima di dedicarsi a lavori di storia militare.

 

14. La generalizzazione del modello

 

Gli altri paesi seguono in ritardo, in particolare la Francia. Sotto il Secondo Impero, “gli ufficiali erano valutati quasi unicamente per le loro qualità di cavalieri. Quelli che studiavano un po’ la loro professione erano considerati come dei pedanti, incapaci di comandare[32]. E’ il regno di quello che il comandante Mordacq ha chiamato più tardi la scuola degli innatisti: “se c’era da prendere una decisione, in alcuni momenti critici, non c’era altro da fare che affidarsi all’ispirazione, il genio militare o si aveva o non si aveva, era o non era innato[33]. La storia militare resta principalmente una questione per dilettanti illuminati. Nel 1870 gli ufficiali francesi non hanno mappe di Stato maggiore. La Francia si impegnerà nell’organizzazione sistematica di un insegnamento militare superiore solo dopo lo shock della sconfitta del 1870.

 

I conservatorismi sono spazzati via dalle vittorie prussiane contro l’Austria (1866) e la Francia (1870). Tutte le potenze si dotano di uno Stato maggiore, di un insegnamento militare superiore e di strumenti di studio. Nel 1882 sono creati, in Francia, corsi speciali di Stato maggiore. Il modello scientifico trionfa dappertutto, sia nell’Esercito che nella Marina, dove l’influenza britannica, basata sul pragmatismo e l’esperienza acquisita sul mare, aveva a lungo ritardato l’organizzazione di un insegnamento marittimo e di uno Stato maggiore basato a terra. Gli anni dal 1880 al 1914 possono essere considerati come l’età d’oro del pensiero militare, grazie a lavori di storia, di geografia, di strategia, di tattica, tenuti in grande considerazione da tutte le grandi potenze dell’epoca.

 

15. Primo tentativo di definizione: la strategia come arte del comando

 

Le definizioni della strategia sono innumerevoli. Il comandante Mordacq ne ha recensito un gran numero in La stratégie (1912). L’ammiraglio Castex ha fatto lo stesso nell’introduzione delle sue Théories Stratégiques (1929) e se ne possono citare molti altri. Le definizioni classiche concordano sul concetto di condotta delle operazioni, ma scatenano una grande controversia tra la strategia come arte e la strategia come scienza:

La strategia è propriamente la scienza dei generali. Essa insegna a preparare i progetti delle operazioni, ed a impiegare bene e a combinare tutti i mezzi forniti dalle diverse branche della tattica.

Marchese de Silva, Principes sur la tactique et la stratégique, 1778

 

La strategia è la scienza della guerra; essa disegna i piani, abbraccia e determina il susseguirsi delle imprese militari, essa è, per essere precisi, la scienza dei comandanti in capo.

Arciduca Carlo, Principi di strategia, 1818

 

La strategia è l’arte di fare la guerra sulla carta, di abbracciare tutto il teatro della guerra.

Jomini, Précis de l’art de la guerre, 1839

 

Clausewitz cerca di superare il conflitto scienza-arte e propone una definizione incentrata sulla teoria:

La strategia è la teoria relativa all’impiego dei combattimenti al servizio della guerra.

Clausewitz, Della Guerra, 1832

 

Questa definizione resta centrata sulla battaglia, momento parossistico della guerra. Ciò non deve sorprendere perché Clausewitz afferma con forza che “la distruzione delle forze nemiche appare sempre come il mezzo migliore e più efficace davanti al quale tutti gli altri devono scomparire”[34].

I suoi successori adottano una definizione più generale, al punto di arrivare ad una regressione: prima del 1914, gli studiosi di strategia tornano all’idea originaria:

La strategia è l’arte di comandare gli eserciti.

Wilhelm Rüstow

 

La strategia è l’arte del comando supremo.

Generale Bonnal

 

La strategia è l’arte di dirigere le armate sul teatro di guerra o meglio, ancora più semplicemente, l’arte del Comandante in Capo.

Comandante Mordacq, La stratégie, 1912

 

Il generale von der Goltz è uno dei rari autori a ricordarsi di Clausewitz. Dopo una definizione puramente clausewitziana della strategia che “comprende i provvedimenti, le disposizioni generali che è necessario emanare allo scopo di condurre, nelle migliori condizioni possibili, le truppe sul terreno dove si svolgerà la lotta decisiva”, egli aggiunge:

La strategia si definisce anche come la teoria in base alla quale si conduce e si guida un esercito[35].

 

Al di là della controversia sulla natura della strategia, sul suo contenuto esiste un accordo unanime: arte o scienza, la strategia è di carattere militare e concerne il comando in tempo di guerra. Il concetto tedesco iniziale interpreta letteralmente questa idea: la strategia è spesso tradotta nel XIX° secolo con Feldherrnkunst, cioé l’arte (Kunst) del padrone (Herr) del campo di battaglia (Feld)[36]. Anche se disconosce l’insegnamento dei fondatori, in particolare di Clausewitz, circa la dimensione politica della strategia, questa concezione tuttavia si è imposta fino a divenire classica.

 

Essa sarà ancora ripresa, senza grandi cambiamenti, da Raymond Aron nel 1960, nel suo classico Paix et guerre entre les nations. Il contrappunto della strategia è la diplomazia, e questo dualismo si incarna nelle figure emblematiche del diplomatico e del guerriero. Ma essa viene rimessa in discussione, appena formulata, dall’incessante perfezionamento dell’arte della guerra. Tutta la storia della strategia, cominciando dalla seconda metà del XIX° secolo, sarà quella del suo sviluppo a danno della politica.

 

 

 

SEZIONE II: L’ESTENSIONE DEL CONCETTO DI STRATEGIA

 

16. Prima estensione: il persistere della strategia

 

Se l’estensione del concetto di strategia si trova implicitamente suggerito in Germania, per esempio dal generale Colmar von der Goltz (meno nel suo libro più conosciuto Das Volk in Waffen, 1883, che nel suo Gambetta und sein Armeen, 1877, traduzione francese 1877), la maggioranza degli autori si limita allo studio della condotta delle operazioni. Negli Stati Uniti compare la nozione di strategia del tempo di pace negli scritti di Mahan: “La strategia navale è altrettanto necessaria in tempo di pace che in tempo di guerra[37].

Julian Corbett distingue, in Some Principles of Maritime Strategy (1911), la strategia navale, puramente militare, dalla strategia marittima, prima formulazione di quello che gli scrittori anglosassoni successivi chiameranno la grande strategia[38]. Egli definisce la strategia come “l’arte di dirigere la forza verso gli obiettivi da raggiungere[39]. Questo slittamento dell’oggetto dagli eserciti alla forza in generale segna un superamento della sfera militare. Progressivamente, la strategia non sarà più concepita come il braccio secolare della politica, ma ne diventerà la concorrente.

 

17. Seconda estensione: le strategie non militari

 

Poiché la Prima Guerra  mondiale aveva deluso le speranze di una guerra di corta durata, una delle preoccupazioni fondamentali dei belligeranti fu la mobilitazione economica, organizzata da Clémentel in Francia, da Kitchener in Gran Bretagna, da Rathenau in Germania. La strategia militare sarà solo una fra le altre. Questa evoluzione favorisce l’emergere di strategie non militari. L’idea, che oggi ci sembra evidente, è, tra le due guerre, rivoluzionaria. Questo mutamento non è mai stato studiato seriamente, di modo che non sappiamo da chi in realtà sia stata presa l’iniziativa; qui possiamo dare solo qualche indizio.

 

1. I pionieri sembrano essere i Sovietici che, fin dagli anni 20, non fanno differenza tra la guerra e la pace e concentrano tutti i poteri in un’unica direzione. Frounze, architetto di questa nuova scienza militare, mette in evidenza l’insieme coerente formato dalla strategia militare, politica ed economica, mentre Svechin parla di stratega integrale e di strategia integrale[40]. Essi sono sconosciuti in Occidente, dove avviene una evoluzione parallela, ma più lenta.

 

2. In Germania, il generale Ludendorff (Kriegführung und Politik, 1922, traduzione francese 1922; Der totale Krieg ,1935, traduzione francese 1936, inglese 1936, portoghese 1937) volgarizza il concetto di guerra totale, capovolgendo l’assioma di Clausewitz: la politica d’ora in poi dovrà essere al servizio della guerra concepita come fine ultimo dello Stato. Ma Ludendorff non trae tutte le conseguenze teoriche dalla sua dottrina: battezza politica totale quello che gli analisti successivi chiameranno strategia totale, denominazione che riceverà solo dopo il 1945.

 

3. A metà degli anni ‘20, il britannico Liddell Hart comincia a parlare di grande strategia[41] la cui funzione è di “valutare e sviluppare le risorse economiche e demografiche della nazione per sostenere le sue forze armate” e il cui orizzonte si estende “al di là della guerra verso la pace susseguente[42]. Nel 1929, Ernst Wageman, direttore dell’Ufficio di statistica del Reich, dedica un’opera a quella che chiama la strategia economica[43]. Nel 1937, l’ammiraglio Castex propone il concetto di strategia generale[44] per designare “l’arte di guidare, in tempo di guerra e in tempo di pace, l’insieme delle forze e dei mezzi di lotta di una nazione”; questa strategia generale “coordina e disciplina le strategie particolari, quelle dei diversi settori di lotta: politica, terrestre, marittima, aerea, economica, coloniale, morale...[45] Egli ampia l’idea nella revisione del III libro delle Théories stratégiques, preparata nel 1939 ma rimasta inedita, in cui sostiene “ci sono altre strategie oltre quella militare...in particolare la strategia politica”[46].

 

4. La Seconda Guerra mondiale fa entrare nel vocabolario corrente quello che era ancora solo la speculazione di qualche teorico. Hitler spiega i suoi successi iniziali con una strategia allargata (erweiterte Strategie) definita come “la mobilitazione permanente e la coordinazione di tutte le risorse (e) l’unità, sotto un’unica direzione, dei compiti politici e militari[47]. Nel 1940, il concetto di grande strategia è ripreso simultaneamente in Italia, dall’ammiraglio Giuseppe Fioravanzo[48], e negli Stati Uniti, da Edward Mead Earle[49], per chiedere la mobilitazione di tutte le risorse della nazione in vista della guerra totale[50], le cui diverse dimensioni sono analizzate da numerosi autori[51]. Nel 1943, Derwent Whittlesey, riprendendo senza conoscerla l’idea di Castex, parla della strategia politica accanto a quella militare[52]. L’anno seguente appare il concetto di strategia globale[53]. Il processo di diffusione è subito dopo rapidissimo, al punto che, dalla fine degli anni ‘40, alcuni si preoccupano di vedere il termine strategia così “svilito...Si parla di strategia delle retrovie, strategia della produzione, di materie prime strategiche, mentre i termini di manovra delle retrovie o di politica della produzione andrebbero altrettanto bene se non meglio[54].

 

18. Terza estensione: la generalizzazione della strategia

 

L’estensione realizzata nel periodo tra le due guerre costituisce una frattura con l’essenza originale del concetto, ma si tratta di una evoluzione che riguarda i mezzi; le finalità restano quelle dello Stato. La strategia rimane l’arte e la scienza dello Stato al servizio della guerra totale. Dopo la Seconda Guerra mondiale, si assisterà ad una ultima evoluzione, che farà uscire la strategia dalla sfera statale e guerriera per applicarsi, da quel momento in poi, a qualsiasi attività sociale. Una tappa decisiva è l’adozione del concetto da parte dei creatori della teoria dei giochi, von Neumann e Morgenstern, nel 1944. Mentre i precursori della pianificazione nelle imprese, il francese Fayol o l’americano Taylor, parlavano di amministrazione o di direzione o di politica d’impresa (Business Policy), gli economisti degli anni ‘50[55] si mettono a parlare di strategia d’impresa, nozione apparsa in alcune imprese aeronautiche americane (Lockheed, in particolare) che lavoravano per il Pentagono.

 

Da quel momento, la strategia non è altro che un “insieme di azioni coordinate, di operazioni abili, di manovre per raggiungere uno scopo preciso[56]. La società civile importa un concetto fondamentalmente militare nel momento in cui i militari adottano massicciamente dei concetti civili. La strategia entra così in concorrenza, a partire dall’era Mcnamara, con il “defense management“ e la gestione delle crisi.

 

19. La confusione dei concetti

 

Questa compenetrazione è stata certamente benefica. Essa ha favorito la messa a punto di nuovi strumenti di analisi e la scoperta reciproca di due ambienti che fino a quel momento avevano coesistito riducendo al minimo i loro contatti. Nello stesso tempo, ha portato ad una estrema confusione sul piano concettuale. Oggi alcuni autori parlano di diplomazia strategica mentre altri di strategia diplomatica. Vediamo anche, ed è il colmo, eminenti autorità politiche e militari adottare dei concetti totalmente privi di pertinenza e anche di senso: uno degli strumenti privilegiati della gestione delle crisi diventa così la gesticolazione, che riceve uno statuto ufficiale immemore della definizione primaria del termine: gesticolare, è muoversi in maniera grottesca e disordinata; è l’antitesi di ogni strategia (e anche di ogni politica), qualunque sia la definizione adottata. Anche una espressione meno caricaturale come gestione delle crisi è impropria: la gestione è inseparabile dall’idea di conservazione: si gestisce un capitale, un’impresa; non si gestisce una crisi, si cerca di risolverla. Sarebbe meglio parlare di manovra delle crisi, come fa l’ammiraglio Duval[57] (si comincia anche a parlare di padronanza delle crisi, espressione molto ambigua). Il vocabolario militare si rivela più adatto di quello civile.

 

L’allargamento del concetto di strategia era necessario ma è stato spinto talmente lontano che è sfociato, in realtà, in una dissoluzione. E’ l’errore nel quale cade Charles-Philippe David, quando propone nuovi percorsi di ricerca:

In strategia gli analisti devono diffidare molto degli insegnamenti del pensiero classico che non possono spiegare la complessità della realtà contemporanea...

Gli strateghi devono smettere di dare la priorità agli Stati per spiegare le dimensioni militari e non militari della sicurezza.

Gli studi strategici devono tener conto tanto delle  Low Politics quanto delle High Politics e analizzare gli aspetti economici, sociali, culturali, ecologici, o ideologici che contribuiscono a ridefinire i problemi di sicurezza[58].

 

Si giunge così ad una “sicurezza globale” che si sforza di rispondere a minacce di ogni tipo, comprese quelle ecologiche. Ma l’idea di una strategia contro il buco nell’ozono o contro la deforestazione del terzo mondo deriva semplicemente dall’abuso di linguaggio, così come quella di una strategia contro la povertà. Il senso comune, che non è una cattiva guida, suggerisce con forza che si tratta di problemi fondamentalmente politici, nei quali l’elemento violento è assente o accessorio.

Contro questo confusionismo, è necessario ritrovare l’essenza dell’attività strategica, di operare, se è permesso usare una espressione teologica, una apocatastasi (ritorno alla purezza originaria) della strategia. Il modello è suggerito dalla riflessione di Michel Villey sulla filosofia del diritto[59] o quelle di Carl Schmitt e di Julien Freund sulla politica[60]. Bisogna trovare un criterio che permetta di definire cos’è il diritto e cos’è la politica. Carl Schmitt identifica come criterio della politica la designazione dell’avversario: il gruppo acquista la sua identità in riferimento ad altri gruppi[61]. Nello stesso modo, bisogna ritrovare il criterio dell’attività strategica. Un semplice conflitto d’interessi, un approccio razionale per risolvere un problema qualsiasi, non sono sufficienti a caratterizzare la strategia.

 

 

 

SEZIONE III: L’ESSENZA DELLA STRATEGIA

 

20. Secondo tentativo di definizione: la strategia come dialettica

 

Se scartiamo l’idea di una strategia che si applichi a qualsiasi attività sociale, bisogna trovare una nuova definizione che giustifichi gli allargamenti successivi della strategia, restando però fedele all’essenza del concetto. Questo porta a definizioni troppo generali, separati da ogni aspetto conflittuale, o troppo sofisticati, che rischiano di provocare discussioni senza fine[62].

 

L’approccio più adatto sembra essere quello del generale André Beaufre: nella sua Introduction à la stratégie (1963), identifica la strategia ad una “dialettica di volontà che impiegano la forza per risolvere i loro conflitti[63]. Riprende (senza citarla) un’espressione dell’inventore del concetto moderno di strategia, Joly de Maizeroy, che parlava di “dialettica militare”. L’idea è felice, non esiste probabilmente, oggi, un’identificazione più operativa di questa cosa ambigua che è la strategia. Riprendiamo gli elementi di questa definizione, modificandola e completandola leggermente: la strategia è la dialettica delle intelligenze, in un ambiente conflittuale, fondata sull’utilizzazione o sulla minaccia di utilizzazione di mezzi violenti a scopi politici.

 

Il generale Beaufre parlava di dialettica delle volontà, che però si applica tanto alla strategia che alla tattica. E’ dunque meglio parlare di dialettica delle intelligenze, per mettere bene in evidenza che la strategia costituisce il livello superiore, dove la finezza, l’astuzia, la rapidità di reazione hanno la meglio sulla forza pura, che si manifesta maggiormente nella condotta del combattimento. “La strategia è d’intelligenza, la tattica di volontà[64]. Come diceva Suvorov, il generale dalle 63 vittorie, che non aveva mai conosciuto la sconfitta: “Si può attaccare il nemico a uno contro quattro o cinque, a condizione di agire con arte e intelligenza”[65]. Non si tratta di una semplice formula: a Narva (1700), Carlo XII di Svezia annienta, con 9000 uomini e 10 cannoni, un’armata russa di 60.000 uomini e 145 cannoni.

 

Joseph de Maistre, questo incomparabile visionario, ha proposto un trittico che caratterizza perfettamente l’azione strategica[66]: “Ogni intelligenza è per la sua stessa natura il risultato, allo stesso tempo ternario e unico, di una percezione che apprende, di una ragione che afferma, di una volontà che agisce”[67]. La percezione deriva da una formazione e, più globalmente, da una cultura strategica che suggerisce dei modelli, degli stereotipi. Molti praticanti li riproducono senza sottoporli ad un esame critico: fanno ciò che è stato loro insegnato, ciò che hanno visto fare. Il vero stratega, al contrario, sottomette questa percezione al prisma della ragione, che, combinata con l'esperienza, gli permette di elaborare una dottrina personale. La maniera in cui questa sarà poi eseguita è una questione di volontà: non mancano esempi di capi capaci d'analizzare lucidamente una situazione ma impotenti a reagire per modificare il corso degli avvenimenti. Parafrasando San Tommaso d'Aquino, si potrebbe dire che la strategia è un problema di intelligenza guidata dalla volontà.

 

21. Dialettica delle intelligenze

 

Questa intelligenza si scontra con una intelligenza antagonista. La strategia è una relazione di scambio, certamente di un tipo particolare, ma che si può fare solo in due. Essa è altresì figlia della politica perché presuppone, all’inizio, la designazione dell’avversario. Essa è fondamentalmente un fenomeno di azione-reazione. Ogni mossa di uno dei protagonisti deve suscitare una risposta dell’avversario.

 

E’ questa una verità nota da lungo tempo, poiché la si trova già nei maestri della strategia cinese, Sun Tzu e Sun Bin: i loro aforismi fanno costantemente riferimento al nemico. Secondo Sun Tzu:

Chi conosce il proprio nemico e conosce se stesso combatterà cento battaglie senza rischio.

Chi non conosce il proprio nemico ma conosce se stesso, riporterà una vittoria per ogni sconfitta. Chi non conosce il proprio nemico né se stesso, sarà in pericolo in ogni combattimento[68].

 

Per Sun Bin, oltre ai piani, agli inganni ed al terreno,

occorre osservare il nemico...Bisogna sempre attaccare là dove il nemico non si difende.

I migliori combattenti conoscono le debolezze del nemico esaminando i suoi punti di eccellenza, sanno dove il nemico è sufficiente esaminando le sue insufficienze[69].

 

Nel XVII° secolo, Montecuccoli, il rivale di Turenne, fa della conoscenza del nemico la chiave del successo in guerra:

L’arte di conoscere il genio del generale nemico e quello della Nazione che egli comanda racchiude l’arte di vincere l’uno e l’altra