| Institut de Stratégie Comparée, Commission Française d'Histoire Militaire, Institut d'Histoire des Conflits Contemporains |
|
||||||||||||||||||
|
|||||||||||||||||||
|
TRATTATO DI STRATEGIATraduzione italianadi Serenella CAVALLETTI CAPITOLO
II LA STRATEGIA COME CATEGORIA DEL CONFLITTO 36.
Utilità di una classificazione La
strategia è tradizionalmente legata alla guerra. Soltanto negli ultimi
decenni questo legame, che sembrava indissolubile, è stato rimesso in
discussione, fino ad arrivare, l’abbiamo già visto, alla comparsa di
nuove categorie e ad una frammentazione del concetto. Un tentativo
d’identificazione non può essere che approssimativo e provvisorio: la
realtà stessa è ambigua al punto da resistere ad una definizione univoca.
L’approccio migliore sembra quindi essere il ricorso alla tassonomia,
cioè alla classificazione di tutti i concetti similari allo scopo di
collocare la strategia nella struttura politico-militare. SEZIONE
I: LA TRILOGIA CLASSICA 37.
La formazione della trilogia La
necessità di creare una gerarchia dei livelli dell’arte della guerra è
parsa necessaria fin dal momento della formazione del pensiero strategico. I
Greci già separavano la taktika
dalla strategia. Jomini
distingueva la tattica del particolare dalla grande tattica o tattica degli
eserciti. La concezione abbozzata all’inizio del XIX° secolo e
universalmente adottata in seguito si fonda su una
trilogia: la politica fissa gli obiettivi della guerra secondo il
governo del paese; la strategia si occupa della guerra mettendo in opera i
mezzi militari per la realizzazione degli obiettivi fissati dalla politica;
sotto di essa, la tattica impiega le forze per l’azione violenta. 38.
La politica fissa gli obiettivi della guerra E’
l’idea espressa con forza da Clausewitz fin dalle prime pagine del suo
trattato: “L’obiettivo politico,
movente iniziale della guerra, fornirà la misura dello scopo da raggiungere
con l’azione militare, e anche degli sforzi necessari”[1].
Idea centrale, che sfocia nella celebre “formula” ripetuta
costantemente: La
guerra è un semplice proseguimento della politica attraverso altri mezzi[2].
La guerra non è solo un atto
politico, ma un vero strumento della politica, un seguito delle relazioni
politiche[3],
una loro realizzazione con altri mezzi[4]. Gli
eredi di Clausewitz non saranno fedeli alla sua eredità. Lo Stato maggiore
generale, coronato dalla gloria acquisita nel 1866 e 1870, rivendica la
propria indipendenza nella condotta delle operazioni, per non veder
rinnovarsi l’ingerenza del governo nella condotta delle operazioni
(conflitto tra il Capo di stato maggiore Moltke e il ministro della guerra
Roon nel 1866, tra Moltke e il cancelliere Bismark nel 1870)[5].
Il maresciallo von Moltke enuncia il paradigma che resterà indiscusso fino
alla Prima Guerra mondiale: “Il
governo civile non interviene nella condotta delle operazioni militari”.
L’idea di Clausewitz della guerra come proseguimento della politica è
corretta per diventare la guerra come sostituto della politica. Questa
interviene a monte ma deve cedere il posto alla strategia fin dallo scoppio
delle ostilità. Il generale Lewal esprime molto chiaramente, all’indomani
della sconfitta del 1870, questa rivendicazione d’indipendenza della
strategia: I
capi militari non devono decidere la guerra: sono incaricati di farla una
volta decisa, a torto o a ragione, e la loro missione è di condurla il
meglio possibile entro gli stretti limiti della loro speciale professione.
La scienza militare non ha dunque alcun rapporto con la politica e non deve
occuparsene...I principi della guerra sono evidentemente indipendenti dalla
natura della guerra o dalle cause che la provocano[6]
. Il
generale Friedrich von Bernhardi porta la tesi alla sua logica conclusione: Quando
la guerra è dichiarata, l’obiettivo militare si sostituisce ai fini
politici[7]. Questa
concezione prevarrà nel 1914, in Francia, quando il governo francese cederà
totalmente il passo a Joffre, che godrà di un’assoluta indipendenza in
occasione della ritirata, della controffensiva della Marna e delle offensive
del 1915. La Germania farà ancor di più a partire dal 1916, con la
pretesa, da parte di Ludendorff, non solo di nessuna subordinazione, ma di
una totale eliminazione del potere politico, che non dovrà intervenire né
nella condotta delle operazioni, né nella condotta della guerra (Ludendorff
si spingerà a criticare perfino la decisione di instaurare il suffragio
universale nel 1917). Questo imperialismo della strategia, che pretende di
non considerare le esigenze della politica, contribuirà in modo decisivo al
crollo finale della Germania: l’avvio della guerra sottomarina ad
oltranza, senza alcuna considerazione per i paesi neutrali, provocherà
l’entrata in guerra degli Stati Uniti[8].
Malgrado questo insuccesso, Ludendorff comincia a teorizzare la sua idea
all’indomani della guerra, esprimendo una critica radicale delle tesi di
Clausewitz: Poiché
il carattere della guerra e quello della politica sono cambiati, i rapporti
tra la politica e la strategia militare devono essere modificati. Tutte le
teorie di von Clausewitz devono essere riviste. La guerra e la politica
servono alla salvaguardia del popolo, ma la guerra resta l’espressione
suprema della volontà di vita della razza. E’ per questo che la politica
deve essere al servizio della guerra[9]. Questa
deviazione non è mai riuscita ad imporsi durevolmente. Il paradigma del
primato della politica ha resistito a questo genere di attacco. Ha resistito
anche all’ampliamento indefinito del concetto di strategia nell’epoca
contemporanea. Il generale Poirier, che ha spinto questo ampliamento al suo
limite estremo, proponendo il concetto di strategia integrale, non ha
minimamente rimesso in discussione il principio della determinazione degli
scopi da parte della politica. Egli definisce la strategia come “la
politica-in-atto... (Essa) è la
scienza e l’arte di manovra delle forze per raggiungere gli scopi della
politica, tradotti in obiettivi strategici”[10]. Non
è necessario insistere su questo punto, che è comunemente accettato.
Noteremo semplicemente che questa concezione è molto antica. La
“formula” di Clausewitz non fa altro che teorizzare una relazione
fondamentale già nota nell’antichità ed espressa con grande chiarezza
dal re ostrogoto Teodorico nel V° secolo: “Delle
mie guerre, hanno avuto un esito favorevole quelle che ho condotto a termine
con moderazione”[11]. 39.
La strategia definisce e mette in opera i mezzi per ottenere la vittoria in
guerra Per
Clausewitz, riferimento inevitabile, “la
strategia è l’uso del combattimento, cioè il coordinamento dei diversi
combattimenti in un tutto unico in vista dell’obiettivo finale della
guerra”[12].
Il maresciallo Marmont ha espresso un’idea simile: “I
movimenti complessivi che si eseguono fuori dalla vista del nemico e prima
della battaglia, si chiamano strategia. (Essa ha lo scopo di) assicurarsi
una superiorità numerica per il giorno della battaglia”[13].
Queste due definizioni sono rivelatrici del clima intellettuale degli anni
tra il 1820 e il 1830, impregnati dai ricordi delle battaglie napoleoniche.
La strategia è asservita alla battaglia concepita come una finalità. Ma
Clausewitz usa anche una definizione più ampia: La
strategia è l’uso del combattimento per i fini della guerra. Essa deve
dunque assegnare all’insieme degli atti della guerra uno scopo che
corrisponda al suo obbiettivo. Ciò significa che essa determina i piani di
guerra e stabilisce, in funzione dello scopo suddetto, una serie di azioni
atte a raggiungerlo[14]. Le
generazioni successive si sforzeranno di basare la distinzione tra strategia
e tattica su un concetto più ampio del combattimento, per non qualificare
come strategiche delle operazioni condotte fuori dal combattimento, ma che
non derivino dal pensiero del Capo. Appare così una teoria alternativa, che
identifica la strategia con l’ideazione e la tattica con l’esecuzione.
Uno dei pionieri di questo nuovo approccio è il prussiano Rüstow, i cui
scritti esercitano una grande influenza negli anni 1860-1870: “L’esercito
è un organismo complesso; ad ogni istante della sua azione, lo vediamo
perseguire un concetto strategico che esso traduce tatticamente;
quest’ordine tattico è la concretizzazione dell’idea”[15].
Il concetto è ripreso in Germania da Moltke il Vecchio: “La
strategia dà alla tattica i mezzi per colpire e le possibilità per
vincere” e dal colonnello Blume: “La
strategia assegna alle forze militari lo scopo e la direzione; alla tattica
spetta il compito dell’esecuzione”[16].
In Francia, esso è adottato dopo la sconfitta del 1870-71. La si ritrova,
per esempio, negli Études de Guerre
del generale Lewal[17],
poi nelle lezioni del generale Bonnal alla Scuola Superiore di Guerra: “La
strategia è l’arte di concepire; la tattica è la scienza
dell’esecuzione”[18].
Questa concezione estensiva[19],
frequente negli autori italiani, è ripresa nel 1927 dal capitano di
vascello Laurent, secondo il quale “si
intende per strategia tutto ciò che riguarda la concezione e la condotta
generale delle operazioni. Si intende per tattica tutto ciò che riguarda
l’esecuzione”[20].
Il criterio del combattimento è dunque scartato: Lewal cerca quindi di
definire una strategia del combattimento[21]. Ma
questo approccio alternativo resta minoritario. Esso è rifiutato, nel 1895,
dal comandante Grouard che ritiene che “ non
è esatto dire che la tattica esegue quello che la strategia concepisce,
poiché non sono l’una la concezione e l’altra l’esecuzione di una
stessa cosa. Esse trattano oggetti diversi e le regole che esse comportano
si applicano a fasi non simultanee, ma successive di un’operazione
militare...La tattica, come ogni atto della vita, comprende la concezione e
l’esecuzione”[22].
Una generazione dopo, l’ammiraglio Castex condanna anche lui questa “distinzione
troppo sottile” in cui “ciascuno,
a tutti i livelli di comando, farebbe contemporaneamente strategia e tattica”[23].
Nelle Théories stratégiques egli
riassume le innumerevoli definizioni della strategia per giungere ad una
conclusione di una semplicità seducente e pericolosa: “Strategia
prima e dopo il combattimento, tattica durante il combattimento... tale è
la formula alla quale mi attengo”[24].
Egli riprende, quasi parola per parola, una formula di Jomini: “Si
potrebbe dire che la tattica è il combattimento e che la strategia è tutta
la guerra prima e dopo il combattimento”[25].
E’ un ritorno al punto di partenza, che non risolve il problema del
livello in cui inizia la strategia: se, come dice Castex, “la
strategia non è altro che la condotta delle operazioni, arte suprema dei
capi di un certo rango gerarchico”[26],
resta da definire la condotta delle operazioni diverse dal combattimento al
di sotto di questa soglia. Numerosi autori la considerano di competenza
della logistica (infra, n° 41). 40.
La tattica mette in opera i mezzi del combattimento per la vittoria in
battaglia La
tattica riguarda essenzialmente
la condotta del combattimento,
quando esso raggiunge un certo grado di perfezione: non c’è vera tattica
quando la battaglia si riduce ad una serie di singoli scontri, come ai tempi
delle guerre omeriche o della cavalleria; la cavalleria francese paga a caro
prezzo la sua indisciplina a Courtrai (1302), a Crécy (1346), a Poitiers
(1356), a Nicopolis (1396), ad Azincourt (1415)...malgrado il suo coraggio,
la superiorità del suo armamento (difensivo e offensivo: nulla resiste ad
una carica di cavalleria pesante) e anche, spesso, la sua superiorità
numerica. La
tattica “viene dal greco Taxis,
ordine, sistemazione, disposizione. Così, questo termine, preso in senso
militare, dà l’idea della posizione rispettiva degli uomini che
compongono una compagnia, fra le diverse compagnie che compongono un
esercito, dei loro movimenti, delle azioni e dei rapporti reciproci”[27].
Si può dire che la tattica compare quando il combattimento eroico cede il
posto alla disciplina militare. Dopo la lunga eclisse del Medioevo, essa
ricompare solo all’epoca della creazione di eserciti permanenti, mentre il
concetto nasce alla fine del XIV° secolo. A differenza di quello che avverrà
più tardi per la strategia, l’Inghilterra parla per prima di tactics:
il termine è segnalato fin dal 1570 (tactice)
e riappare regolarmente in seguito (al maschile tactike,
1638) senza tuttavia essere d’uso corrente prima del XVIII° secolo. In
Francia, la tactique non compare
prima di un secolo dopo, nel Dictionnaire
di Furetière (1690)[28],
per evoluzione e femminilizzazione di un sostantivo maschile in uso dal XIII°
secolo: Bono Giamboni, nel 1292, evoca il tattico,
specialista in tattica, nella sua traduzione italiana di Vegezio[29],
mentre Jean de Vignay parla, verso il 1310-1320, nella sua traduzione
francese dello stesso autore, di “maestri
d’armi che chiamarono tattici”[30].
Questa tardiva comparsa del termine suggerisce che il concetto si afferma
solo dopo la generalizzazione e il consolidamento delle forze armate
statali. La sua diffusione richiederà ancora una generazione: né Feuquière,
né Puységur, che scrivono all’inizio del XVIII° secolo, lo usano. Esso
s’impone definitivamente negli anni 1720, specialmente grazie a Folard e
al barone d’Espagnac (biografo del maresciallo di Saxe), e si espande
progressivamente in tutta Europa: il termine è segnalato in svedese dal
1698, in spagnolo nel 1708 (tactica
), in italiano nel 1709 (tattica);
ma è ancora sconosciuto in portoghese nella prima metà del XVIII° secolo[31]
e non è attestato in inglese, nel suo genere e nel suo senso attuale, che
nel 1766[32]. La
tattica, dice Jomini, è costituita dalle “manovre
di un esercito sul campo di battaglia, o di combattimento, e dalle diverse
formazioni per portare le truppe all’attacco”[33].
Per Clausewitz, la tattica è “la
teoria relativa all’uso delle forze armate nel combattimento”[34].
E’ un’operazione che dapprima fa appello all’intelligenza, alla
conoscenza e all’organizzazione, come sottolineava con forza Napoleone: Due
Mammalucchi tenevano testa a tre Francesi poiché erano meglio armati,
meglio addestrati e con migliori cavalcature; avevano due paia di pistole,
un trombone, una carabina, un casco con visiera, una cotta di maglia,
parecchi cavalli e scudieri per servirli. Ma 100 cavalieri francesi non
temevano 100 Mammalucchi; 300 erano vincitori contro un ugual numero; 1000
ne battevano 1500, tanto è grande l’influenza della tattica,
dell’ordine e delle evoluzioni[35]! La
tattica si manifesta a tutti i livelli delle operazioni militari. Joly de
Mazeroy distingueva la tattica elementare dalla grande Tattica, che aveva
per obiettivo le marce e i movimenti dell’esercito, al di sotto della
strategia, di cui egli fu uno dei promotori. Jomini parlava di tattica del
particolare e di grande Tattica. Il suo discepolo Antoine Grouard stabiliva
tre suddivisioni: La
tattica elementare, o tattica del particolare, comprende le procedure di
combattimento di piccole unità di tutte le armi...; la tattica d’insieme
o delle tre armi (fanteria,
cavalleria, artiglieria) definisce il
ruolo di ciascun’arma nella battaglia...; la grande tattica, o tattica
delle grandi unità è, in una certa misura, la scienza dei comandanti di
corpo d’armata.... E’ soprattutto l’arte del comandante in capo che
deve determinare il ruolo di ciascuno dei suoi corpi d’armata nella
battaglia, a stabilire il gioco delle riserve per farle intervenire al
momento opportuno e nelle condizioni più favorevoli[36]. 41.
La tattica deve essere distinta dal combattimento La
tattica deve dunque essere distinta dal combattimento elementare, che si
basa soprattutto sulla forza e sul coraggio. E’ la sfera in cui i calcoli
sapienti possono infrangersi contro reazioni primarie incontrollabili. E’
il caso del panico che talvolta coglie le truppe più agguerrite, come le
Guardie francesi a Malplaquet nel 1709[37]
o a Dettingen nel 1745. Il maresciallo de Saxe citava un tipico aneddoto del
suo illustre predecessore Villars: Alla
battaglia di Fridelingen, dopo che la fanteria francese aveva respinto
quella degli Imperiali con valore incomparabile, l’aveva travolta
parecchie volte e l’aveva inseguita attraverso un bosco fino ad una
pianura che si trovava al di là di esso, qualcuno ebbe l’idea di dire che
erano tagliati fuori: erano apparsi due squadroni (forse francesi); tutta
questa fanteria vittoriosa fuggì in un disordine spaventoso senza che
nessuno l’attaccasse né la inseguisse, ripassò il bosco e non si fermò
che al di là del campo di battaglia. Il maresciallo de Villars ed i suoi
generali fecero vani sforzi per ricondurla indietro. La battaglia era
tuttavia vinta e la cavalleria francese aveva battuto quella imperiale: così
non si vedevano più nemici. Tuttavia gli stessi uomini e le stesse truppe
che avevano appena sconfitto la fanteria imperiale erano stati talmente
scossi dal panico che avevano perso ogni ritegno senza potersi riavere.Ho
saputo questi fatti dalla bocca stessa del maresciallo de Villars: me li ha
raccontati a Vaux-le-Villars, mostrandomi i piani della battaglia che aveva
combattuto. Chi volesse cercare esempi simili, ne troverebbe in quantità in
tutti i paesi. Ciò dimostra molto bene la varietà del cuore umano e come
si debba tenerne conto[38]. Curiosamente,
questo dato fondamentale, giudicato senza dubbio troppo semplice ma anche
difficilmente teorizzabile, non ha ricevuto l’attenzione che merita. I
grandi autori che hanno riflettuto sulla condotta degli uomini sono rari: il
maresciallo de Saxe, il grande Suvorov, il maresciallo Bugeaud, il generale
russo Dragomirov e, soprattutto, il colonnello Ardant du Picq, ucciso alla
testa del suo reggimento nel 1870, autore della famosa massima: “L’uomo
sopporta solo una data quantità di terrore”[39].
All’inizio del XX° secolo, il colonnello (futuro generale) Jean Colin ha
consacrato al combattimento elementare tutta una parte delle Transformations
de la guerre, uno dei classici del pensiero militare francese. Egli
conclude che “la scienza che
chiamiamo tattica ha certamente la sua ragion d’essere; ma essa è vana,
se il coraggio, l’ardore, la volontà di vincere non animano i combattenti”[40]. Questo
dato di base è tuttora valido, malgrado l’avvento della potenza delle
armi da fuoco o dell’elettronica. E’ sufficiente ricordare l’eroismo
dei combattenti di Verdun nel 1916, nei due campi: in luglio, l’offensiva
tedesca investe il forte di Souville, la cui guarnigione, intossicata dal
gas, è fuori combattimento: un distaccamento comandato da un aspirante
sopraggiunge e rimette in piedi le difese. All’alba del 12 luglio,
l’ultima ondata d’assalto arriva a 250 metri dal forte, ma è fermata da
quello che resta di una compagnia del 7° Reggimento di fanteria: “tra
le nove e le nove e dieci la titanica battaglia di Verdun si gioca con 30
Tedeschi contro 60 Francesi. Le tre mitragliatrici francesi bloccano
definitivamente l’assalto tedesco. La 3a compagnia del 7°
Regg.to conta solo 15 uomini”[41].
Per la Seconda Guerra mondiale, possiamo citare sia i difensori di
Bir-Hakeim che quelli di Montecassino, quelli di Stalingrado e quelli di
Budapest... 42.
Una dimensione subordinata: la logistica Spesso,
gli autori classici non danno molta importanza al vettovagliamento:
l’esercito se la caverà, sopravviverà con le risorse del paese...
Guibert raccomanda di non caricarsi di troppi viveri, cosa che Napoleone
metterà in pratica. Ma ciò presuppone un certo ascetismo del soldato. Non
tutti sono come quel colonnello russo del XVIII° secolo, “che,
sebbene ebreo battezzato, era un così buon cristiano che all’età di 84
anni, durante la lunga quaresima della Chiesa orientale, mangiava due sole
volte alla settimana un po’ di galletta e della farina d’orzo, cotta col
sale. Se si potessero abituare i soldati a vivere con così poco, si
risparmierebbero molti carriaggi”[42]. Uno
dei primi ad interessarsi veramente del problema è il duca di Rohan, nel
XVII° secolo. Nel Le Parfaict
capitaine (1636), dedica sostanziali riflessioni a “l’œconomique”
che “ha per fine la sussistenza
degli eserciti e come pratica quello di farli vivere e di metterli al riparo
per quanto possibile dalle intemperie... Essa è la base e il sostegno di
tutte le virtù e di tutte le funzioni militari”[43].
Nel XVIII° secolo, François de Chennevières scrive un trattato sui Détails
militaires dont la connaissance est nécessaire à tous les officiers et
principalement aux commissaires de guerres (due volumi 1742, poi 6
volumi 1750-1768), uno dei primi del genere. Essi danno origine a quella
teoria che si chiamerà, al termine di una maturazione lunga e laboriosa,
logistica. Non
c’è un concetto meno sicuro della logistica. La sua stessa origine è in
discussione. Jomini la considera derivata dal servizio del maresciallo
generale d’alloggio[44],
ma questa deduzione, logica a priori,
non è affatto confermata dagli usi più antichi. Altri lo riferiscono al
greco logisteuo, amministrare. I
primi riferimenti al termine, nel XVIII° secolo, ne fanno una branca della
matematica, “una specie di
aritmetica letterale” dice il Dictionnaire di Trévoux. Jomini impone
la trasposizione del termine nel campo militare[45],
dandogli un senso molto largo: identifica la logistica con la scienza degli
Stati maggiori[46],
che comprende la redazione degli ordini e delle istruzioni, la gestione dei
mezzi di trasporto, il servizio degli acquartieramenti[47].
La parte essenziale è, per lui, la scienza delle marce, branca vicina alla
strategia, quando l’esercito si mette in movimento, e un’altra vicina
alla tattica, quando si passa dall’ordine di marcia all’ordine di
battaglia. Il capitolo dedicato a questo argomento s’intitola: “la
logistica o l’arte pratica di muovere gli eserciti”. Egli non
concepisce assolutamente la logistica come parte dell’arte della guerra
che si occupa degli approvvigionamenti[48]. Il
contenuto della logistica resterà incerto fino all’inizio del XX°
secolo: nel 1875, il generale Lewal definisce la logistica come la tattica
delle informazioni[49],
e battezza l’arte del rifornimento delle truppe con un neologismo che non
gli sopravviverà: pronoetica. Nel 1894, il colonnello Henry la contrappone
alla tattica di combattimento: “La
tattica di marcia e di stazionamento, o logistica, comprende la tattica di
sicurezza e le tattiche delle armi, che comprendono le regole di formazione
e d’impiego specifiche per la fanteria, la cavalleria, l’artiglieria, il
genio e per i convogli”[50].
L’anno seguente, il tenente colonnello Grouard fa della logistica “la
scienza particolare degli ufficiali di stato maggiore, altrimenti detta la
parte materiale dell’arte della guerra, quella che permette di realizzare
le concezioni della strategia”, che può essere considerata sia come
una branca a parte, sia come “un
capitolo particolare della strategia stessa”[51].
Ma nessuna di queste proposte ha successo. Nel 1898, probabilmente
dimenticando il suo stesso tentativo, il generale Lewal parla di “questo
termine non corretto.....oggi del tutto dimenticato”[52].
Nel mondo anglosassone, il concetto non sembra avere miglior fortuna[53].
Quando viene usato, lo è nel senso materiale vicino a quello usato da
Grouard: “branca della scienza
militare relativa al movimento, allo stazionamento ed
all’approvvigionamento degli eserciti”[54].
Ancora nel 1929, l’ammiraglio Castex denuncerà “questo
orrendo sostantivo riproposto da Jomini”[55].
Cadrà quindi in disuso e tornerà nel vocabolario militare francese solo
alla fine degli anni ‘30, importato dall’italiano logistica,
reso popolare dalla guerra d’Etiopia. La
fiducia nella superiorità dei fattori morali e la convinzione che le guerre
successive sarebbero state di breve durata si sono alleate fino al 1914 per
tenere la preparazione industriale e gli aspetti materiali in una posizione
subordinata, con evidenti conseguenze sullo svolgimento delle operazioni:
l’esaurimento generale delle munizioni sarà uno dei fattori determinanti
del blocco delle operazioni alla fine del 1914. Sono molto rari coloro che
prendono pienamente coscienza delle implicazioni dell’industrializzazione
della guerra. “Ci sono molti
tattici, pochi si vantano di logistica, perché quest’arte senza gloria
non si accontenta di belle parole”[56].
Gli aspetti materiali, spesso squalificati con l’appellativo peggiorativo
di intendenza, sono spesso relegati in secondo piano, poiché si ritiene che
l’intelligenza dei capi e il coraggio dei combattenti compensino
l’inferiorità materiale. La logistica sarà riconosciuta come una branca
importante dell’arte della guerra solo durante la Seconda Guerra mondiale,
quando gli Americani impongono i metodi e i concetti della logistics:
“arte di pianificare e condurre i
movimenti militari, le evacuazioni e i rifornimenti”[57].
Ma, nello stesso anno in cui è data questa definizione (1944), un autore
annota che “il termine è stato
inventato dal barone di Jomini, ma è utilizzato raramente nel nostro paese”[58].
Non sarà generalizzato che negli anni ‘50. 43.
Una dimensione abortita: l’organica La
maggior parte degli autori classici, come Clausewitz, non s’interessano
che delle operazioni, “all’arte
della guerra in senso stretto”: Le
attività della guerra si dividono in due categorie principali: quelle che
fanno parte dei preparativi della guerra e quelle che appartengono alla
guerra vera e propria...La teoria della guerra vera e propria si occupa
dell’utilizzazione dei mezzi già preparati in vista della guerra[59]. Tuttavia,
alla fine del XVIII° secolo, quel geniale sconosciuto che è François
Nockern de Schorn ha chiaramente sottolineato la necessità di definire
quella che chiama “la costituzione
generale dello stato militare”, che egli considera una parte della
scienza della guerra allo stesso titolo della strategia o della tattica: Poiché
dunque la guerra si fa e si sostiene con gli uomini e le cose necessarie, il
primo problema deve essere quello di farsi un’idea chiara e netta della
moderna costituzione di questi diversi corpi di truppe e di queste diverse
classi di materiali, di conoscerne le destinazioni e gli usi rispettivi;
questo non basta, bisogna ancora approfondire i principi per costituire
vantaggiosamente lo stato militare in generale, provvedere alla sua gestione
e fare il possibile per il suo benessere; tutte queste conoscenze formano
una specie d’introduzione alla scienza della guerra, cioè la prima parte,
o la introduzione, dell’arte militare[60]. Solo
alla fine del XIX° secolo si comincia a prendere coscienza della crescente
importanza dell’organizzazione delle forze, che non può più essere
abbandonata all’improvvisazione o alla “routine”. In Francia il
colonnello Lewal, che sarà uno dei fondatori della Scuola superiore di
guerra, l’indomani della sconfitta del 1870, pronuncia una vigorosa
esortazione in favore di un’organizzazione razionale: Tutte
le potenze dispongono al giorno d’oggi di forze immense. Questo fatto
impone nuove precauzioni, richiede combinazioni diverse. La razionale
formazione degli eserciti attivi assume un’importanza che non era la
stessa appena dodici anni fa E’ dunque indispensabile trovare le
condizioni alle quali essi devono rispondere per ottenere i migliori
risultati[61]. Egli
parla della “parte organica”
dello studio della guerra. L’idea non s’impone del tutto in Francia,
mentre il concetto farà fortuna in Italia. Corticelli pubblica, nel 1900,
un Manuale di organica.
L’autore navale Giovanni Sechi definisce l’organica come la parte
dell’arte militare che si riferisce all’organizzazione e alla
preparazione del materiale e del personale[62]. Questa
branca della scienza militare era certamente necessaria. Tuttavia non è
riuscita ad imporsi al punto da vedere nuovamente riconosciuta la sua
autonomia. Più che per il suo carattere austero, se non arido, e meno
nobile della strategia, la colpa è probabilmente da attribuire ai rapporti
tra le diverse armi all’interno dell’istituzione militare:
l’equilibrio tra di loro dipende più da compromessi burocratici o
corporativi che dalle concrete regole sognate da Lewal. SEZIONE
II: LA FRAMMENTAZIONE DELLA STRATEGIA NEL XX°SECOLO 44.
L’elevazione della strategia Il
dualismo strategia-tattica è stato rimesso in discussione dalla continua
crescita degli effettivi: gli eserciti dell’Ancien Régime contavano
decine di migliaia d’uomini; a partire dal XIX° secolo, ne contano
centinaia di migliaia, e rendono necessaria la moltiplicazione dei livelli
di comando. Napoleone aveva già sperimentato questa difficoltà alla fine
del suo regno, quando aveva dovuto costituire, durante la campagna di
Germania del 1813, degli eserciti affidati a dei marescialli incapaci di
guidarli (Ney, Oudinot, Macdonald): egli non era più in grado di dirigere
personalmente una decina di corpi d’armata mentre durante le sue prime
campagne ne metteva in linea solo una mezza dozzina. Nel 1870, i sedici
corpi d’armata tedeschi sono riuniti in tre eserciti mentre i sette corpi
francesi iniziali restarono indipendenti. Ancora negli anni 1880, il
colonnello Blume può scrivere che “il
corpo d’armata è l’unità strategica della guerra attuale”[63].
Dalla fine del decennio successivo, il colonnello Foch prende atto del fatto
che “l’armata, come il corpo
d’armata, sono oggi delle unità subordinate. Non si deve né creare, né
fare dell’arte, ma semplicemente eseguire: bisogna salire ancora più in
alto e studiare il funzionamento di un gruppo di armate”[64].
La formula si generalizza durante la Prima Guerra mondiale: l’esercito
francese contava alla mobilitazione cinque armate a cui se ne aggiunsero due
prima della fine del 1914, più quelle britanniche e belga; dal 1915,
bisogna creare dei collegamenti tra il generalissimo ed i Capi di armate
divenute troppo numerose[65].
Negli anni 1920, il colonnello Culmann indica che la strategia “ha
per oggetto l’uso di gruppi d’armate e di armate isolate”[66].
Con la Seconda Guerra mondiale, ci si innalza veramente al livello dei
teatri d’operazione, d’ora in poi in costante interazione tra loro,
malgrado la dilatazione dei teatri di guerra. Il
cambiamento è anche tecnico. Sotto l’Ancien Régime, la lentezza delle
trasmissioni rendeva impossibile una condotta centralizzata della guerra. Il
piano di guerra non poteva che limitarsi alle disposizioni iniziali, gli
esecutori disponevano di una grandissima libertà. Nel 1800, Bonaparte ferma
i due assi dell’offensiva contro l’Austria e se ne va a condurre
personalmente la campagna d’Italia mentre Moreau conduce a modo suo quella
di Germania. E’ con l’apparizione del telegrafo, poi del telefono, delle
ferrovie, dell’automobile e infine dell’aereo che il comandante in capo
può seguire gli avvenimenti a distanza e spostarsi di persona là dove lo
richiedono le circostanze. In questo modo la condotta generale delle
operazioni non è più limitata ad un vago controllo a
posteriori dopo l’inizio della campagna, essa è d’ora in avanti
permanente ed effettiva. La concezione dei piani di guerra e la condotta
delle operazioni non sono più successive ma simultanee. Infine,
ultima mutazione, la guerra moderna esige un’enorme mobilitazione di mezzi
di ogni tipo. Non si accontenta più di chiedere uomini e mezzi, ma reclama
una riconversione industriale per produrre quantità enormi di armi e
munizioni, un appropriarsi da parte dello Stato degli ingranaggi di tutta la
società per compensare la mobilitazione di intere classi d’età,
organizzare il razionamento, controllare il commercio estero e organizzare
una propaganda sistematica verso una popolazione più istruita e meglio
informata di prima, quindi meno passiva. Altrettanti elementi che portano ad
un rafforzamento dell’articolazione tra strategia e politica e ad uno
straripamento della prima dalla sua sfera originaria, strettamente militare. Il
grado di genericità e d’astrazione della strategia è logicamente
cresciuto con l’industrializzazione della guerra,
quindi la strategia ha cercato di
elevarsi e di dissociarsi dalla tattica. Il suo campo è diventato
troppo vasto. Dall’inizio del XX° secolo, Corbett è portato ad operare
una distinzione tra major strategy
e minor strategy: secondo il
contesto, la prima è sia la grande strategia dei suoi successori, sia la
strategia sul teatro principale; la seconda è, sia la strategia operativa,
sia la strategia sul teatro secondario[67].
L’allargamento del concetto di strategia, suggerito dai grandi teorici del
periodo tra le due guerre, è reso popolare l’indomani della Seconda
Guerra mondiale, fino a diventare generico. Questa dilatazione ha comportato
la frammentazione della strategia e
l’apparizione di un livello intermedio: l’arte operativa. Siamo
giunti così a sostituire all’antica trilogia una nuova tetralogia. 45.
Grande strategia, strategia generale, strategia operativa Ora
la strategia opera su un doppio binario, politico e militare.
Essa assicura la condotta generale della guerra e delle crisi e la condotta
generale delle operazioni o delle azioni militari. Nelle due sfere, essa
è “il concetto centrale che dirige
e coordina tutti gli elementi e li orienta verso un fine predeterminato”[68]. 1.
Nella condotta generale della guerra
e delle crisi, la strategia è ormai identificata con la politica-in-atto.
La politica ècosì relegata all’ultimo posto, poiché la strategia si
impadronisce della condotta
dell’azione. Essa dipende dal governo, mentre la politica tradizionale si
integra ormai in una strategia globale la cui denominazione varierà secondo
i paesi o secondo gli autori (infra cap. VI) La
grande strategia è una nozione
anglosassone, divenuta popolare negli anni ‘50. Nella sua opera centrale, Strategy,
Liddell Hart la definisce molto semplicemente come la
“politica della guerra“; il suo scopo è di “coordinare
e dirigere tutte le risorse della nazione o di una coalizione, per
raggiungere l’oggetto politico della guerra”. Questa grande
strategia si avvicina alla politica, al punto che Liddell Hart riconosce che
“se la grande strategia domina la
strategia, i suoi principi vanno spesso contro quelli che prevalgono nel
campo di quest’ultima”[69].
La conseguenza più importante è “che
è essenziale condurre la guerra non perdendo mai di vista qual è la pace
che si spera di ottenere”. Si tratta della semplice riformulazione da
parte di un Anglosassone dell’assioma clausewitziano della guerra come
proseguimento della politica con altri mezzi, senza che l’interesse
teorico della sostituzione della politica con la nuova nozione di grande
strategia sia reso esplicito. Gli Americani preferiscono parlare di strategia
nazionale, che è stata recentemente divisa in strategia nazionale di
sicurezza, corrispondente alla grande strategia, e strategia nazionale
militare[70]. I
Francesi, negli anni ‘50, hanno preferito il concetto di
strategia generale, definita nelle Istruzioni sull’uso delle Forze
armate del 1959 (sostituite, nel 1984, dalle Istruzioni generali
sull’impiego delle Forze armate)[71]
come “l’arte di organizzare la
totalità dei mezzi di cui dispone il potere politico per raggiungere gli
obiettivi che ha definito”[72].
L’idea di strategia globale, totale o integrale spiega meglio questa
combinazione di forze derivanti da ordinamenti diversi. I
Russi non hanno conosciuto un analogo dibattito, così bizantino. La loro
terminologia, molto precisa e strutturata, ha continuato a distinguere la
politica militare dalla strategia militare. La prima corrisponde alla “preparazione
e l’impiego dei mezzi delle Forze Armate allo scopo di raggiungere gli
obbiettivi politici”; la seconda è “la
parte costitutiva e il livello superiore dell’arte militare, che riunisce
la teoria e la pratica della preparazione delle forze armate e del paese
alla guerra, la pianificazione e la condotta delle operazioni strategiche e
della guerra in generale”[73].
Queste due nozioni si riallacciano alla dimensione militare propriamente
detta, considerata nel primo caso nelle sue finalità, nel secondo nel suo
impiego. Il rifiuto di una Grande Strategia testimonia il rifiuto del
Partito comunista di subordinare i fini politici ai mezzi, cioè a dividere
il proprio potere assoluto con gli specialisti. 2.
Nella condotta generale delle
operazioni e delle azioni militari, la strategia esercita il suo ruolo
tradizionale, specificamente militare. Essa dipende in questo caso
dall’Alto comando, in stretto rapporto con il governo. Gli Americani
parlano di strategia nazionale militare. In Francia, l’esercizio del
comando al più alto livello militare comprende la concezione, la
preparazione e la condotta delle operazioni militari[74].
A questo livello conviene parlare di strategia generale, che è specifica di
un insieme di forze o di mezzi. La dottrina francese lo ha recentemente
riconosciuto poiché il Glossario interforze del 1995 qualifica la “combinazione
dei mezzi nei diversi campi militare, economico, diplomatico sui quali può
agire il potere politico per raggiungere gli scopi prefissati“ come
strategia globale, mentre la strategia generale è definita come “creazione,
spiegamento ed impiego di mezzi in vista di raggiungere, in un dato campo,
gli obiettivi della strategia globale”. La
condotta generale delle operazioni comporta ormai due aspetti: l’antica
strategia sul terreno è chiamata d’ora in poi strategia
operativa: essa è principalmente esercitata dai grandi comandi
operativi, gruppi d’armate, armate o flotte, con le risorse rese
disponibili da una strategia dei
mezzi che coordina la logistica (al livello superiore) e l’organica. Progressivamente,
il legame tra la strategia e le operazioni si allenterà: la strategia
operativa entrerà in concorrenza, poi sarà soppiantata, dall’arte
operativa. 46.
Operatività Questo
nuovo livello comincia a delinearsi in Germania alla fine del XIX° secolo.
Alcuni autori, come Verdy du Vernois e von Falkenhausen, hanno criticato la
focalizzazione delle definizioni della tattica e della strategia sulla
battaglia ed hanno attirato l’attenzione sulle azioni basate sul
movimento. Verdy desiderava “vedere
allargarsi il più possibile le basi su cui si reggono oggi la tattica e la
strategia e completare queste due branche della scienza militare con un
insegnamento sulla condotta delle truppe....dal plotone... fino alla
direzione dell’Esercito”[75].
Von der Goltz ha generalizzato la distinzione tra tattica ed operazioni che
egli basava su un criterio fondamentale: le operazioni riguardano i
movimenti delle grandi unità. Certi autori le identificavano semplicemente
con la strategia, altri definivano le operazioni
come “i movimenti
che conducono alla battaglia” (generale Wetzell, 1937)[76].
Ci si può chiedere se non si tratta anzitutto di una sistematizzazione
dell’antica logistica. Il
concetto di arte operativa è creato dai teorici sovietici negli anni ‘20.
Il suo inventore sembra essere Alexsandr Svechin, in una serie di conferenze
all’Accademia militare nel 1923-24. Una cattedra di condotta delle
operazioni è creata nel 1924 ed un’intensa riflessione teorica viene
svolta da N. E. Varfolomeev, primo titolare della cattedra, M. N.
Tukhachevsky e, soprattutto, V. K. Triandafillov, che le dedica un saggio
riconosciuto oggi come un classico: Kharakter
operatsii sovremennykh armii (la natura delle operazioni degli eserciti
moderni, 1929). Questa scuola parte dall’idea che l’estensione dei
fronti rende ormai impossibile la distruzione del nemico con un’unica
battaglia, distruzione che può essere ottenuta solo con una serie di
operazioni successive collegate tra loro. L’arte operativa (operativnoe
iskusstvo) ristabilisce così il
legame tra tattica e strategia, come dice Svechin: “Così,
la battaglia è il mezzo dell’operazione, la tattica è il materiale
dell’arte operativa. L’operazione è il mezzo della strategia e l’arte
operativa è il materiale della strategia”[77].
Negli anni ‘70, l’Enciclopedia militare sovietica definisce l’arte
operativa come “la teoria e la
pratica della preparazione e della condotta delle operazioni interarmi
(interflotte) combinate ed autonome condotte dalle grandi formazioni dei
diversi tipi di forze” (corpi d’armata, armate, gruppi d’armata[78],
flotte...). E aggiunge: “Nella
teoria militare di molti paesi stranieri, al posto del termine “arte
operativa”, si utilizza l’espressione ”grande tattica” o “piccola
strategia”[79]. Questa
innovazione teorica è passata a lungo inosservata nei paesi occidentali,
esclusa la Germania, dove il concetto d’arte operativa (operativ
Kriegskunst) s’impone dagli anni ‘30, tanto più facilmente in
quanto il pensiero militare tedesco utilizzava largamente il concetto di
operazioni. L’espressione grande tattica, precedentemente usata da Guibert
e Jomini, poi caduta in disuso, è stata reintrodotta nel vocabolario
anglosassone da Liddell Hart, ma ha avuto meno risonanza della grande
strategia. Per parecchi decenni, la superiorità materiale degli Stati Uniti
ha un po’ sterilizzato la riflessione sulle operazioni. L’arte operativa
comincia oggi ad essere presente nel vocabolario anglosassone, in seguito a
vigorosi interventi, come quelli di Edward Luttwak[80].
L’U.S. Army l’ha adottata nel 1982, l’U.S. Navy l’ha recentemente
imitata, con un criterio del resto discutibile, nel suo documento
dottrinale, 2020 Vision. A Navy for
the 21st Century: le opzioni strategiche hanno lo scopo di
“spezzare la volontà del nemico o
di modificarne le intenzioni“; le opzioni operative attaccano “le
infrastrutture del nemico, le componenti militari e civili-industriali che
permettono alle sue forze di combattere efficacemente”; le opzioni
tattiche hanno come obiettivo “di
vincere le forze militari del nemico sul campo di battaglia”[81].
La distinzione tra opzioni strategiche e opzioni operative appare alquanto
artificiale. Ritroviamo
questa articolazione ternaria in Cina, con chan-i
(chan: guerra; i:
battaglia), tra chan-lue
(politica di guerra, strategia, che ha sostituito il bing
fa degli Antichi) e chan-shu
(combattimento di guerra, tattica). Dal 1936, Mao Zedong introduceva una “scienza
delle campagne” tra la strategia e la tattica.[82]. In
Francia, il generale Beaufre ha nettamente distinto, nella sua Introduction
à la stratégie,
le operazioni dalla battaglia. Le prime sono “l’insieme
delle disposizioni e delle manovre” destinate a “affrontare
la battaglia nelle condizioni più favorevoli”[83],
ma non ha inserito un livello operativo tra la strategia e la tattica; in
un’opera successiva ha accennato ad una distinzione ternaria, riferendosi
però all’arma nucleare tattica,[84]
senza veramente chiarirla. Dopo di lui, il generale Poirier ha introdotto la
operatività[85].
Questo concetto è stato recentemente preso in considerazione con, in
particolare, la creazione dello Stato maggiore interforze. Il livello
operativo è quello “al quale una
operazione è pianificata, condotta e sostenuta, in vista del raggiungimento
di un obiettivo strategico su un teatro d’operazioni. E’ il livello di
combinazione delle azioni interforze su questo teatro sotto la responsabilità
del comandante del teatro”[86]. L’arte
operativa è fondamentalmente interforze: a livello di armata o gruppo di
armate, è obbligatorio prevedere la coordinazione delle forze terrestri e
aeree, o aeree e navali...I Sovietici prevedevano tuttavia arti operative
specifiche di ciascun tipo di forza, compresa un’arte operativa delle
riserve e un’arte operativa della difesa civile. Anche oggi, operazioni di
largo respiro non possono essere affidate a un solo tipo di forze, a causa
della natura della missione o del terreno. 47.
Tattica La
tattica è di competenza dei livelli inferiori che ingaggeranno il nemico
nel quadro prescelto dalla strategia operativa per raggiungere gli obiettivi
fissati dalla strategia generale, in vista della realizzazione dei fini
della politica. Essa non è più necessariamente limitata alla condotta del
combattimento, ma può anche comprendere la sua preparazione: il colonnello
Lewal aveva sottolineato, negli anni 1870, la diversità delle suddivisioni
della tattica, a cui egli assegnava dei nomi pittoreschi: la
sullégétique (tattica di mobilitazione), la
machétique (tattica di combattimento),
la proégétique (tattica di
marcia), la stratopédie (tattica
del riposo)[87].
Se questo pomposo vocabolario non è fortunatamente sopravvissuto, resta
almeno a Lewal il merito di aver concepito una tattica che include, al di là
del momento parossistico del combattimento, tutto il “dettaglio
della guerra”, evoluzione necessaria dopo che la logistica aveva perso
il suo significato primitivo. Si può d’altronde osservare che questa
estensione non cambia necessariamente il criterio del combattimento:
semplicemente, invece di dire, come Jomini, ”tattica durante il
combattimento”, si intenderà “tattica durante e in vista del
combattimento”, poiché i casi in cui la vittoria può essere ottenuta
senza combattere sono troppo rari per invalidare questo semplice criterio
(almeno nel quadro di una strategia d’azione). I
Sovietici definivano la tattica come “la
teoria e la pratica della preparazione e della condotta del combattimento di
piccole unità, di reggimenti (o bastimenti) e di grandi unità dei diversi
tipi di forze delle Forze armate, delle Armi e delle Truppe speciali”[88].
Definizione molto completa che sottolinea bene due concetti-base: 1.
Come la strategia, la tattica ha due aspetti, teorico e pratico: gli
strategisti tendono troppo spesso a sottovalutare la teoria della tattica,
che considerano, a torto, come competenza dei soli tecnici, mentre essa
suppone, in realtà, una riflessione molto più elaborata. Nell’epoca
contemporanea, il fascino esercitato dalla tecnica ha aumentato ancora di più
questo disinteresse. Clausewitz, buon giudice, non condivideva questa
concezione e si proponeva di completare
Vom Kriege con un trattato di tattica, che non ha avuto il tempo di
scrivere. Il risultato è un indiscutibile impoverimento della teoria
tattica, sia terrestre che navale, che ha accentuato il divario con la
teoria strategica (è una delle spiegazioni della recente fortuna della
operatività). Sono rari quelli che, come il colonnello Dupuy[89]
o il comandante Hughes[90],
hanno cercato di chiarire i principi della tattica. 2.
La tattica si manifesta a livello elementare, quello delle unità di base
(battaglioni, reggimenti, navi da guerra...), ma anche ad un livello più
alto. La tattica sovietica si scomponeva in: -
tattica generale, -
tattica dei tipi di forze (strategiche, terrestri, di difesa aerea, aeree,
navali), -
tattica delle Armi (ogni tipo di forza è diviso in Armi), -
tattica delle truppe speciali (ogni Arma dispone di truppe speciali, per le
trasmissioni, il genio, la logistica[91],
i servizi...). La
tavolozza della tattica è ormai molto estesa. L’accrescimento e la
diversificazione dei mezzi hanno logicamente implicato un considerevole
allargamento dello spettro della tattica. Il generale Poirier prende atto di
questa accresciuta complessità della condotta del combattimento e
dell’esecuzione delle operazioni quando definisce la tattica come “l’arte
di combinare, nelle operazioni, le azioni di tutti i mezzi militari“[92].
Ma questa estensione, parallela a quella della strategia, pone un problema
teorico più grande: se la tattica include tutte le azioni in atto, dove
situare l’operatività? LE TREDICI VERITA’ DEL COMBATTIMENTOSECONDO IL COLONNELLO DUPUY
1. -
Un’azione offensiva è essenziale per ottenere dei risultati positivi in
un combattimento
2. - La
forza difensiva è più grande della forza offensiva
3. - Un
atteggiamento difensivo è necessario quando è impossibile un attacco
coronato da successo
4. - Un
attacco sui fianchi o sulla retroguardia ha più possibilità di riuscita
di un attacco frontale
5. - L’iniziativa
permette di esercitare una potenza bellica preponderante
6. - Le
possibilità di successo di chi si difende sono direttamente proporzionali
alla forza delle fortificazioni
7. - Un
attaccante pronto a pagarne il prezzo può sempre superare le difese più
forti
8. - Una
difesa coronata da successo ha bisogno di profondità e di riserve
9. - Una
potenza bellica superiore vince sempre 10.
- La
sorpresa aumenta la potenza bellica in maniera sostanziale 11.
- La
potenza di fuoco uccide, disorganizza, sopprime e disperde 12.
- Le
attività belliche sono sempre più lente, meno produttive e meno efficaci
del previsto 13.
- Il combattimento è troppo
complesso per essere definito da una unica semplice formula SEZIONE
III - L’ARTICOLAZIONE DEI LIVELLI 48. Politica e strategia< | ||||||||||||||||||