Institut de Stratégie Comparée, Commission Française d'Histoire Militaire, Institut d'Histoire des Conflits Contemporains

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TRATTATO  DI  STRATEGIA 

Traduzione italianadi Serenella CAVALLETTI

CAPITOLO II

LA STRATEGIA COME CATEGORIA DEL CONFLITTO 

36. Utilità di una classificazione  

La strategia è tradizionalmente legata alla guerra. Soltanto negli ultimi decenni questo legame, che sembrava indissolubile, è stato rimesso in discussione, fino ad arrivare, l’abbiamo già visto, alla comparsa di nuove categorie e ad una frammentazione del concetto. Un tentativo d’identificazione non può essere che approssimativo e provvisorio: la realtà stessa è ambigua al punto da resistere ad una definizione univoca. L’approccio migliore sembra quindi essere il ricorso alla tassonomia, cioè alla classificazione di tutti i concetti similari allo scopo di collocare la strategia nella struttura politico-militare.

SEZIONE I: LA TRILOGIA CLASSICA

37. La formazione della trilogia

La necessità di creare una gerarchia dei livelli dell’arte della guerra è parsa necessaria fin dal momento della formazione del pensiero strategico. I Greci già separavano la taktika dalla strategia. Jomini distingueva la tattica del particolare dalla grande tattica o tattica degli eserciti. La concezione abbozzata all’inizio del XIX° secolo e universalmente adottata in seguito si fonda su una trilogia: la politica fissa gli obiettivi della guerra secondo il governo del paese; la strategia si occupa della guerra mettendo in opera i mezzi militari per la realizzazione degli obiettivi fissati dalla politica; sotto di essa, la tattica impiega le forze per l’azione violenta.

38. La politica fissa gli obiettivi della guerra

E’ l’idea espressa con forza da Clausewitz fin dalle prime pagine del suo trattato: “L’obiettivo politico, movente iniziale della guerra, fornirà la misura dello scopo da raggiungere con l’azione militare, e anche degli sforzi necessari[1]. Idea centrale, che sfocia nella celebre “formula” ripetuta costantemente:

La guerra è un semplice proseguimento della politica attraverso altri mezzi[2]. La guerra non è solo un atto politico, ma un vero strumento della politica, un seguito delle relazioni politiche[3], una loro realizzazione con altri mezzi[4].

Gli eredi di Clausewitz non saranno fedeli alla sua eredità. Lo Stato maggiore generale, coronato dalla gloria acquisita nel 1866 e 1870, rivendica la propria indipendenza nella condotta delle operazioni, per non veder rinnovarsi l’ingerenza del governo nella condotta delle operazioni (conflitto tra il Capo di stato maggiore Moltke e il ministro della guerra Roon nel 1866, tra Moltke e il cancelliere Bismark nel 1870)[5]. Il maresciallo von Moltke enuncia il paradigma che resterà indiscusso fino alla Prima Guerra mondiale: “Il governo civile non interviene nella condotta delle operazioni militari”. L’idea di Clausewitz della guerra come proseguimento della politica è corretta per diventare la guerra come sostituto della politica. Questa interviene a monte ma deve cedere il posto alla strategia fin dallo scoppio delle ostilità. Il generale Lewal esprime molto chiaramente, all’indomani della sconfitta del 1870, questa rivendicazione d’indipendenza della strategia:

I capi militari non devono decidere la guerra: sono incaricati di farla una volta decisa, a torto o a ragione, e la loro missione è di condurla il meglio possibile entro gli stretti limiti della loro speciale professione. La scienza militare non ha dunque alcun rapporto con la politica e non deve occuparsene...I principi della guerra sono evidentemente indipendenti dalla natura della guerra o dalle cause che la provocano[6] .

Il generale Friedrich von Bernhardi porta la tesi alla sua logica conclusione: Quando la guerra è dichiarata, l’obiettivo militare si sostituisce ai fini politici[7].

Questa concezione prevarrà nel 1914, in Francia, quando il governo francese cederà totalmente il passo a Joffre, che godrà di un’assoluta indipendenza in occasione della ritirata, della controffensiva della Marna e delle offensive del 1915. La Germania farà ancor di più a partire dal 1916, con la pretesa, da parte di Ludendorff, non solo di nessuna subordinazione, ma di una totale eliminazione del potere politico, che non dovrà intervenire né nella condotta delle operazioni, né nella condotta della guerra (Ludendorff si spingerà a criticare perfino la decisione di instaurare il suffragio universale nel 1917). Questo imperialismo della strategia, che pretende di non considerare le esigenze della politica, contribuirà in modo decisivo al crollo finale della Germania: l’avvio della guerra sottomarina ad oltranza, senza alcuna considerazione per i paesi neutrali, provocherà l’entrata in guerra degli Stati Uniti[8]. Malgrado questo insuccesso, Ludendorff comincia a teorizzare la sua idea all’indomani della guerra, esprimendo una critica radicale delle tesi di Clausewitz:

Poiché il carattere della guerra e quello della politica sono cambiati, i rapporti tra la politica e la strategia militare devono essere modificati. Tutte le teorie di von Clausewitz devono essere riviste. La guerra e la politica servono alla salvaguardia del popolo, ma la guerra resta l’espressione suprema della volontà di vita della razza. E’ per questo che la politica deve essere al servizio della guerra[9].

Questa deviazione non è mai riuscita ad imporsi durevolmente. Il paradigma del primato della politica ha resistito a questo genere di attacco. Ha resistito anche all’ampliamento indefinito del concetto di strategia nell’epoca contemporanea. Il generale Poirier, che ha spinto questo ampliamento al suo limite estremo, proponendo il concetto di strategia integrale, non ha minimamente rimesso in discussione il principio della determinazione degli scopi da parte della politica. Egli definisce la strategia come “la politica-in-atto... (Essa) è la scienza e l’arte di manovra delle forze per raggiungere gli scopi della politica, tradotti in obiettivi strategici[10].

Non è necessario insistere su questo punto, che è comunemente accettato. Noteremo semplicemente che questa concezione è molto antica. La “formula” di Clausewitz non fa altro che teorizzare una relazione fondamentale già nota nell’antichità ed espressa con grande chiarezza dal re ostrogoto Teodorico nel V° secolo: “Delle mie guerre, hanno avuto un esito favorevole quelle che ho condotto a termine con moderazione”[11].

39. La strategia definisce e mette in opera i mezzi per ottenere la vittoria in guerra

Per Clausewitz, riferimento inevitabile, “la strategia è l’uso del combattimento, cioè il coordinamento dei diversi combattimenti in un tutto unico in vista dell’obiettivo finale della guerra[12]. Il maresciallo Marmont ha espresso un’idea simile: “I movimenti complessivi che si eseguono fuori dalla vista del nemico e prima della battaglia, si chiamano strategia. (Essa ha lo scopo di) assicurarsi una superiorità numerica per il giorno della battaglia[13]. Queste due definizioni sono rivelatrici del clima intellettuale degli anni tra il 1820 e il 1830, impregnati dai ricordi delle battaglie napoleoniche. La strategia è asservita alla battaglia concepita come una finalità. Ma Clausewitz usa anche una definizione più ampia:

La strategia è l’uso del combattimento per i fini della guerra. Essa deve dunque assegnare all’insieme degli atti della guerra uno scopo che corrisponda al suo obbiettivo. Ciò significa che essa determina i piani di guerra e stabilisce, in funzione dello scopo suddetto, una serie di azioni atte a raggiungerlo[14].

Le generazioni successive si sforzeranno di basare la distinzione tra strategia e tattica su un concetto più ampio del combattimento, per non qualificare come strategiche delle operazioni condotte fuori dal combattimento, ma che non derivino dal pensiero del Capo. Appare così una teoria alternativa, che identifica la strategia con l’ideazione e la tattica con l’esecuzione. Uno dei pionieri di questo nuovo approccio è il prussiano Rüstow, i cui scritti esercitano una grande influenza negli anni 1860-1870: “L’esercito è un organismo complesso; ad ogni istante della sua azione, lo vediamo perseguire un concetto strategico che esso traduce tatticamente; quest’ordine tattico è la concretizzazione dell’idea[15]. Il concetto è ripreso in Germania da Moltke il Vecchio: “La strategia dà alla tattica i mezzi per colpire e le possibilità per vincere” e dal colonnello Blume: “La strategia assegna alle forze militari lo scopo e la direzione; alla tattica spetta il compito dell’esecuzione”[16]. In Francia, esso è adottato dopo la sconfitta del 1870-71. La si ritrova, per esempio, negli Études de Guerre del generale Lewal[17], poi nelle lezioni del generale Bonnal alla Scuola Superiore di Guerra: “La strategia è l’arte di concepire; la tattica è la scienza dell’esecuzione[18]. Questa concezione estensiva[19], frequente negli autori italiani, è ripresa nel 1927 dal capitano di vascello Laurent, secondo il quale “si intende per strategia tutto ciò che riguarda la concezione e la condotta generale delle operazioni. Si intende per tattica tutto ciò che riguarda l’esecuzione”[20]. Il criterio del combattimento è dunque scartato: Lewal cerca quindi di definire una strategia del combattimento[21].

Ma questo approccio alternativo resta minoritario. Esso è rifiutato, nel 1895, dal comandante Grouard che ritiene che “ non è esatto dire che la tattica esegue quello che la strategia concepisce, poiché non sono l’una la concezione e l’altra l’esecuzione di una stessa cosa. Esse trattano oggetti diversi e le regole che esse comportano si applicano a fasi non simultanee, ma successive di un’operazione militare...La tattica, come ogni atto della vita, comprende la concezione e l’esecuzione[22]. Una generazione dopo, l’ammiraglio Castex condanna anche lui questa “distinzione troppo sottile” in cui “ciascuno, a tutti i livelli di comando, farebbe contemporaneamente strategia e tattica[23]. Nelle Théories stratégiques egli riassume le innumerevoli definizioni della strategia per giungere ad una conclusione di una semplicità seducente e pericolosa: “Strategia prima e dopo il combattimento, tattica durante il combattimento... tale è la formula alla quale mi attengo[24]. Egli riprende, quasi parola per parola, una formula di Jomini: “Si potrebbe dire che la tattica è il combattimento e che la strategia è tutta la guerra prima e dopo il combattimento[25]. E’ un ritorno al punto di partenza, che non risolve il problema del livello in cui inizia la strategia: se, come dice Castex, “la strategia non è altro che la condotta delle operazioni, arte suprema dei capi di un certo rango gerarchico[26], resta da definire la condotta delle operazioni diverse dal combattimento al di sotto di questa soglia. Numerosi autori la considerano di competenza della logistica (infra, n° 41).

40. La tattica mette in opera i mezzi del combattimento per la vittoria in battaglia

La tattica riguarda essenzialmente la condotta del combattimento, quando esso raggiunge un certo grado di perfezione: non c’è vera tattica quando la battaglia si riduce ad una serie di singoli scontri, come ai tempi delle guerre omeriche o della cavalleria; la cavalleria francese paga a caro prezzo la sua indisciplina a Courtrai (1302), a Crécy (1346), a Poitiers (1356), a Nicopolis (1396), ad Azincourt (1415)...malgrado il suo coraggio, la superiorità del suo armamento (difensivo e offensivo: nulla resiste ad una carica di cavalleria pesante) e anche, spesso, la sua superiorità numerica.

La tattica “viene dal greco Taxis, ordine, sistemazione, disposizione. Così, questo termine, preso in senso militare, dà l’idea della posizione rispettiva degli uomini che compongono una compagnia, fra le diverse compagnie che compongono un esercito, dei loro movimenti, delle azioni e dei rapporti reciproci[27]. Si può dire che la tattica compare quando il combattimento eroico cede il posto alla disciplina militare. Dopo la lunga eclisse del Medioevo, essa ricompare solo all’epoca della creazione di eserciti permanenti, mentre il concetto nasce alla fine del XIV° secolo. A differenza di quello che avverrà più tardi per la strategia, l’Inghilterra parla per prima di tactics: il termine è segnalato fin dal 1570 (tactice) e riappare regolarmente in seguito (al maschile tactike, 1638) senza tuttavia essere d’uso corrente prima del XVIII° secolo. In Francia, la tactique non compare prima di un secolo dopo, nel Dictionnaire di Furetière (1690)[28], per evoluzione e femminilizzazione di un sostantivo maschile in uso dal XIII° secolo: Bono Giamboni, nel 1292, evoca il tattico, specialista in tattica, nella sua traduzione italiana di Vegezio[29], mentre Jean de Vignay parla, verso il 1310-1320, nella sua traduzione francese dello stesso autore, di “maestri d’armi che chiamarono tattici[30]. Questa tardiva comparsa del termine suggerisce che il concetto si afferma solo dopo la generalizzazione e il consolidamento delle forze armate statali. La sua diffusione richiederà ancora una generazione: né Feuquière, né Puységur, che scrivono all’inizio del XVIII° secolo, lo usano. Esso s’impone definitivamente negli anni 1720, specialmente grazie a Folard e al barone d’Espagnac (biografo del maresciallo di Saxe), e si espande progressivamente in tutta Europa: il termine è segnalato in svedese dal 1698, in spagnolo nel 1708 (tactica ), in italiano nel 1709 (tattica); ma è ancora sconosciuto in portoghese nella prima metà del XVIII° secolo[31] e non è attestato in inglese, nel suo genere e nel suo senso attuale, che nel 1766[32].

La tattica, dice Jomini, è costituita dalle “manovre di un esercito sul campo di battaglia, o di combattimento, e dalle diverse formazioni per portare le truppe all’attacco[33]. Per Clausewitz, la tattica è “la teoria relativa all’uso delle forze armate nel combattimento[34]. E’ un’operazione che dapprima fa appello all’intelligenza, alla conoscenza e all’organizzazione, come sottolineava con forza Napoleone:

Due Mammalucchi tenevano testa a tre Francesi poiché erano meglio armati, meglio addestrati e con migliori cavalcature; avevano due paia di pistole, un trombone, una carabina, un casco con visiera, una cotta di maglia, parecchi cavalli e scudieri per servirli. Ma 100 cavalieri francesi non temevano 100 Mammalucchi; 300 erano vincitori contro un ugual numero; 1000 ne battevano 1500, tanto è grande l’influenza della tattica, dell’ordine e delle evoluzioni[35]!

La tattica si manifesta a tutti i livelli delle operazioni militari. Joly de Mazeroy distingueva la tattica elementare dalla grande Tattica, che aveva per obiettivo le marce e i movimenti dell’esercito, al di sotto della strategia, di cui egli fu uno dei promotori. Jomini parlava di tattica del particolare e di grande Tattica. Il suo discepolo Antoine Grouard stabiliva tre suddivisioni:

La tattica elementare, o tattica del particolare, comprende le procedure di combattimento di piccole unità di tutte le armi...; la tattica d’insieme o delle tre armi (fanteria, cavalleria, artiglieria) definisce il ruolo di ciascun’arma nella battaglia...; la grande tattica, o tattica delle grandi unità è, in una certa misura, la scienza dei comandanti di corpo d’armata.... E’ soprattutto l’arte del comandante in capo che deve determinare il ruolo di ciascuno dei suoi corpi d’armata nella battaglia, a stabilire il gioco delle riserve per farle intervenire al momento opportuno e nelle condizioni più favorevoli[36].

41. La tattica deve essere distinta dal combattimento

La tattica deve dunque essere distinta dal combattimento elementare, che si basa soprattutto sulla forza e sul coraggio. E’ la sfera in cui i calcoli sapienti possono infrangersi contro reazioni primarie incontrollabili. E’ il caso del panico che talvolta coglie le truppe più agguerrite, come le Guardie francesi a Malplaquet nel 1709[37] o a Dettingen nel 1745. Il maresciallo de Saxe citava un tipico aneddoto del suo illustre predecessore Villars:

Alla battaglia di Fridelingen, dopo che la fanteria francese aveva respinto quella degli Imperiali con valore incomparabile, l’aveva travolta parecchie volte e l’aveva inseguita attraverso un bosco fino ad una pianura che si trovava al di là di esso, qualcuno ebbe l’idea di dire che erano tagliati fuori: erano apparsi due squadroni (forse francesi); tutta questa fanteria vittoriosa fuggì in un disordine spaventoso senza che nessuno l’attaccasse né la inseguisse, ripassò il bosco e non si fermò che al di là del campo di battaglia. Il maresciallo de Villars ed i suoi generali fecero vani sforzi per ricondurla indietro. La battaglia era tuttavia vinta e la cavalleria francese aveva battuto quella imperiale: così non si vedevano più nemici. Tuttavia gli stessi uomini e le stesse truppe che avevano appena sconfitto la fanteria imperiale erano stati talmente scossi dal panico che avevano perso ogni ritegno senza potersi riavere.Ho saputo questi fatti dalla bocca stessa del maresciallo de Villars: me li ha raccontati a Vaux-le-Villars, mostrandomi i piani della battaglia che aveva combattuto. Chi volesse cercare esempi simili, ne troverebbe in quantità in tutti i paesi. Ciò dimostra molto bene la varietà del cuore umano e come si debba tenerne conto[38].

Curiosamente, questo dato fondamentale, giudicato senza dubbio troppo semplice ma anche difficilmente teorizzabile, non ha ricevuto l’attenzione che merita. I grandi autori che hanno riflettuto sulla condotta degli uomini sono rari: il maresciallo de Saxe, il grande Suvorov, il maresciallo Bugeaud, il generale russo Dragomirov e, soprattutto, il colonnello Ardant du Picq, ucciso alla testa del suo reggimento nel 1870, autore della famosa massima: “L’uomo sopporta solo una data quantità di terrore”[39]. All’inizio del XX° secolo, il colonnello (futuro generale) Jean Colin ha consacrato al combattimento elementare tutta una parte delle Transformations de la guerre, uno dei classici del pensiero militare francese. Egli conclude che “la scienza che chiamiamo tattica ha certamente la sua ragion d’essere; ma essa è vana, se il coraggio, l’ardore, la volontà di vincere non animano i combattenti[40].

Questo dato di base è tuttora valido, malgrado l’avvento della potenza delle armi da fuoco o dell’elettronica. E’ sufficiente ricordare l’eroismo dei combattenti di Verdun nel 1916, nei due campi: in luglio, l’offensiva tedesca investe il forte di Souville, la cui guarnigione, intossicata dal gas, è fuori combattimento: un distaccamento comandato da un aspirante sopraggiunge e rimette in piedi le difese. All’alba del 12 luglio, l’ultima ondata d’assalto arriva a 250 metri dal forte, ma è fermata da quello che resta di una compagnia del 7° Reggimento di fanteria: “tra le nove e le nove e dieci la titanica battaglia di Verdun si gioca con 30 Tedeschi contro 60 Francesi. Le tre mitragliatrici francesi bloccano definitivamente l’assalto tedesco. La 3a compagnia del 7° Regg.to conta solo 15 uomini[41]. Per la Seconda Guerra mondiale, possiamo citare sia i difensori di Bir-Hakeim che quelli di Montecassino, quelli di Stalingrado e quelli di Budapest...

42. Una dimensione subordinata: la logistica

Spesso, gli autori classici non danno molta importanza al vettovagliamento: l’esercito se la caverà, sopravviverà con le risorse del paese... Guibert raccomanda di non caricarsi di troppi viveri, cosa che Napoleone metterà in pratica. Ma ciò presuppone un certo ascetismo del soldato. Non tutti sono come quel colonnello russo del XVIII° secolo, “che, sebbene ebreo battezzato, era un così buon cristiano che all’età di 84 anni, durante la lunga quaresima della Chiesa orientale, mangiava due sole volte alla settimana un po’ di galletta e della farina d’orzo, cotta col sale. Se si potessero abituare i soldati a vivere con così poco, si risparmierebbero molti carriaggi[42].

Uno dei primi ad interessarsi veramente del problema è il duca di Rohan, nel XVII° secolo. Nel Le Parfaict capitaine (1636), dedica sostanziali riflessioni a “l’œconomique” che “ha per fine la sussistenza degli eserciti e come pratica quello di farli vivere e di metterli al riparo per quanto possibile dalle intemperie... Essa è la base e il sostegno di tutte le virtù e di tutte le funzioni militari[43]. Nel XVIII° secolo, François de Chennevières scrive un trattato sui Détails militaires dont la connaissance est nécessaire à tous les officiers et principalement aux commissaires de guerres (due volumi 1742, poi 6 volumi 1750-1768), uno dei primi del genere. Essi danno origine a quella teoria che si chiamerà, al termine di una maturazione lunga e laboriosa, logistica.

Non c’è un concetto meno sicuro della logistica. La sua stessa origine è in discussione. Jomini la considera derivata dal servizio del maresciallo generale d’alloggio[44], ma questa deduzione, logica a priori, non è affatto confermata dagli usi più antichi. Altri lo riferiscono al greco logisteuo, amministrare. I primi riferimenti al termine, nel XVIII° secolo, ne fanno una branca della matematica, “una specie di aritmetica letterale” dice il Dictionnaire di Trévoux. Jomini impone la trasposizione del termine nel campo militare[45], dandogli un senso molto largo: identifica la logistica con la scienza degli Stati maggiori[46], che comprende la redazione degli ordini e delle istruzioni, la gestione dei mezzi di trasporto, il servizio degli acquartieramenti[47]. La parte essenziale è, per lui, la scienza delle marce, branca vicina alla strategia, quando l’esercito si mette in movimento, e un’altra vicina alla tattica, quando si passa dall’ordine di marcia all’ordine di battaglia. Il capitolo dedicato a questo argomento s’intitola: “la logistica o l’arte pratica di muovere gli eserciti”. Egli non concepisce assolutamente la logistica come parte dell’arte della guerra che si occupa degli approvvigionamenti[48].

Il contenuto della logistica resterà incerto fino all’inizio del XX° secolo: nel 1875, il generale Lewal definisce la logistica come la tattica delle informazioni[49], e battezza l’arte del rifornimento delle truppe con un neologismo che non gli sopravviverà: pronoetica. Nel 1894, il colonnello Henry la contrappone alla tattica di combattimento: “La tattica di marcia e di stazionamento, o logistica, comprende la tattica di sicurezza e le tattiche delle armi, che comprendono le regole di formazione e d’impiego specifiche per la fanteria, la cavalleria, l’artiglieria, il genio e per i convogli[50]. L’anno seguente, il tenente colonnello Grouard fa della logistica “la scienza particolare degli ufficiali di stato maggiore, altrimenti detta la parte materiale dell’arte della guerra, quella che permette di realizzare le concezioni della strategia”, che può essere considerata sia come una branca a parte, sia come “un capitolo particolare della strategia stessa[51]. Ma nessuna di queste proposte ha successo. Nel 1898, probabilmente dimenticando il suo stesso tentativo, il generale Lewal parla di “questo termine non corretto.....oggi del tutto dimenticato[52]. Nel mondo anglosassone, il concetto non sembra avere miglior fortuna[53]. Quando viene usato, lo è nel senso materiale vicino a quello usato da Grouard: “branca della scienza militare relativa al movimento, allo stazionamento ed all’approvvigionamento degli eserciti[54]. Ancora nel 1929, l’ammiraglio Castex denuncerà “questo orrendo sostantivo riproposto da Jomini[55]. Cadrà quindi in disuso e tornerà nel vocabolario militare francese solo alla fine degli anni ‘30, importato dall’italiano logistica, reso popolare dalla guerra d’Etiopia.

La fiducia nella superiorità dei fattori morali e la convinzione che le guerre successive sarebbero state di breve durata si sono alleate fino al 1914 per tenere la preparazione industriale e gli aspetti materiali in una posizione subordinata, con evidenti conseguenze sullo svolgimento delle operazioni: l’esaurimento generale delle munizioni sarà uno dei fattori determinanti del blocco delle operazioni alla fine del 1914. Sono molto rari coloro che prendono pienamente coscienza delle implicazioni dell’industrializzazione della guerra. “Ci sono molti tattici, pochi si vantano di logistica, perché quest’arte senza gloria non si accontenta di belle parole[56]. Gli aspetti materiali, spesso squalificati con l’appellativo peggiorativo di intendenza, sono spesso relegati in secondo piano, poiché si ritiene che l’intelligenza dei capi e il coraggio dei combattenti compensino l’inferiorità materiale. La logistica sarà riconosciuta come una branca importante dell’arte della guerra solo durante la Seconda Guerra mondiale, quando gli Americani impongono i metodi e i concetti della logistics: “arte di pianificare e condurre i movimenti militari, le evacuazioni e i rifornimenti[57]. Ma, nello stesso anno in cui è data questa definizione (1944), un autore annota che “il termine è stato inventato dal barone di Jomini, ma è utilizzato raramente nel nostro paese[58]. Non sarà generalizzato che negli anni ‘50.

43. Una dimensione abortita: l’organica

La maggior parte degli autori classici, come Clausewitz, non s’interessano che delle operazioni, “all’arte della guerra in senso stretto”:

Le attività della guerra si dividono in due categorie principali: quelle che fanno parte dei preparativi della guerra e quelle che appartengono alla guerra vera e propria...La teoria della guerra vera e propria si occupa dell’utilizzazione dei mezzi già preparati in vista della guerra[59].

Tuttavia, alla fine del XVIII° secolo, quel geniale sconosciuto che è François Nockern de Schorn ha chiaramente sottolineato la necessità di definire quella che chiama “la costituzione generale dello stato militare”, che egli considera una parte della scienza della guerra allo stesso titolo della strategia o della tattica:

Poiché dunque la guerra si fa e si sostiene con gli uomini e le cose necessarie, il primo problema deve essere quello di farsi un’idea chiara e netta della moderna costituzione di questi diversi corpi di truppe e di queste diverse classi di materiali, di conoscerne le destinazioni e gli usi rispettivi; questo non basta, bisogna ancora approfondire i principi per costituire vantaggiosamente lo stato militare in generale, provvedere alla sua gestione e fare il possibile per il suo benessere; tutte queste conoscenze formano una specie d’introduzione alla scienza della guerra, cioè la prima parte, o la introduzione, dell’arte militare[60].

Solo alla fine del XIX° secolo si comincia a prendere coscienza della crescente importanza dell’organizzazione delle forze, che non può più essere abbandonata all’improvvisazione o alla “routine”. In Francia il colonnello Lewal, che sarà uno dei fondatori della Scuola superiore di guerra, l’indomani della sconfitta del 1870, pronuncia una vigorosa esortazione in favore di un’organizzazione razionale:

Tutte le potenze dispongono al giorno d’oggi di forze immense. Questo fatto impone nuove precauzioni, richiede combinazioni diverse. La razionale formazione degli eserciti attivi assume un’importanza che non era la stessa appena dodici anni fa E’ dunque indispensabile trovare le condizioni alle quali essi devono rispondere per ottenere i migliori risultati[61].

Egli parla della “parte organica” dello studio della guerra. L’idea non s’impone del tutto in Francia, mentre il concetto farà fortuna in Italia. Corticelli pubblica, nel 1900, un Manuale di organica. L’autore navale Giovanni Sechi definisce l’organica come la parte dell’arte militare che si riferisce all’organizzazione e alla preparazione del materiale e del personale[62].

Questa branca della scienza militare era certamente necessaria. Tuttavia non è riuscita ad imporsi al punto da vedere nuovamente riconosciuta la sua autonomia. Più che per il suo carattere austero, se non arido, e meno nobile della strategia, la colpa è probabilmente da attribuire ai rapporti tra le diverse armi all’interno dell’istituzione militare: l’equilibrio tra di loro dipende più da compromessi burocratici o corporativi che dalle concrete regole sognate da Lewal.

SEZIONE II: LA FRAMMENTAZIONE DELLA STRATEGIA NEL XX°SECOLO

44. L’elevazione della strategia

Il dualismo strategia-tattica è stato rimesso in discussione dalla continua crescita degli effettivi: gli eserciti dell’Ancien Régime contavano decine di migliaia d’uomini; a partire dal XIX° secolo, ne contano centinaia di migliaia, e rendono necessaria la moltiplicazione dei livelli di comando. Napoleone aveva già sperimentato questa difficoltà alla fine del suo regno, quando aveva dovuto costituire, durante la campagna di Germania del 1813, degli eserciti affidati a dei marescialli incapaci di guidarli (Ney, Oudinot, Macdonald): egli non era più in grado di dirigere personalmente una decina di corpi d’armata mentre durante le sue prime campagne ne metteva in linea solo una mezza dozzina. Nel 1870, i sedici corpi d’armata tedeschi sono riuniti in tre eserciti mentre i sette corpi francesi iniziali restarono indipendenti. Ancora negli anni 1880, il colonnello Blume può scrivere che “il corpo d’armata è l’unità strategica della guerra attuale[63]. Dalla fine del decennio successivo, il colonnello Foch prende atto del fatto che “l’armata, come il corpo d’armata, sono oggi delle unità subordinate. Non si deve né creare, né fare dell’arte, ma semplicemente eseguire: bisogna salire ancora più in alto e studiare il funzionamento di un gruppo di armate[64]. La formula si generalizza durante la Prima Guerra mondiale: l’esercito francese contava alla mobilitazione cinque armate a cui se ne aggiunsero due prima della fine del 1914, più quelle britanniche e belga; dal 1915, bisogna creare dei collegamenti tra il generalissimo ed i Capi di armate divenute troppo numerose[65]. Negli anni 1920, il colonnello Culmann indica che la strategia “ha per oggetto l’uso di gruppi d’armate e di armate isolate[66]. Con la Seconda Guerra mondiale, ci si innalza veramente al livello dei teatri d’operazione, d’ora in poi in costante interazione tra loro, malgrado la dilatazione dei teatri di guerra.

Il cambiamento è anche tecnico. Sotto l’Ancien Régime, la lentezza delle trasmissioni rendeva impossibile una condotta centralizzata della guerra. Il piano di guerra non poteva che limitarsi alle disposizioni iniziali, gli esecutori disponevano di una grandissima libertà. Nel 1800, Bonaparte ferma i due assi dell’offensiva contro l’Austria e se ne va a condurre personalmente la campagna d’Italia mentre Moreau conduce a modo suo quella di Germania. E’ con l’apparizione del telegrafo, poi del telefono, delle ferrovie, dell’automobile e infine dell’aereo che il comandante in capo può seguire gli avvenimenti a distanza e spostarsi di persona là dove lo richiedono le circostanze. In questo modo la condotta generale delle operazioni non è più limitata ad un vago controllo a posteriori dopo l’inizio della campagna, essa è d’ora in avanti permanente ed effettiva. La concezione dei piani di guerra e la condotta delle operazioni non sono più successive ma simultanee.

Infine, ultima mutazione, la guerra moderna esige un’enorme mobilitazione di mezzi di ogni tipo. Non si accontenta più di chiedere uomini e mezzi, ma reclama una riconversione industriale per produrre quantità enormi di armi e munizioni, un appropriarsi da parte dello Stato degli ingranaggi di tutta la società per compensare la mobilitazione di intere classi d’età, organizzare il razionamento, controllare il commercio estero e organizzare una propaganda sistematica verso una popolazione più istruita e meglio informata di prima, quindi meno passiva. Altrettanti elementi che portano ad un rafforzamento dell’articolazione tra strategia e politica e ad uno straripamento della prima dalla sua sfera originaria, strettamente militare.

Il grado di genericità e d’astrazione della strategia è logicamente cresciuto con l’industrializzazione della guerra, quindi la strategia ha cercato di elevarsi e di dissociarsi dalla tattica. Il suo campo è diventato troppo vasto. Dall’inizio del XX° secolo, Corbett è portato ad operare una distinzione tra major strategy e minor strategy: secondo il contesto, la prima è sia la grande strategia dei suoi successori, sia la strategia sul teatro principale; la seconda è, sia la strategia operativa, sia la strategia sul teatro secondario[67]. L’allargamento del concetto di strategia, suggerito dai grandi teorici del periodo tra le due guerre, è reso popolare l’indomani della Seconda Guerra mondiale, fino a diventare generico. Questa dilatazione ha comportato la frammentazione della strategia e l’apparizione di un livello intermedio: l’arte operativa. Siamo giunti così a sostituire all’antica trilogia una nuova tetralogia.

45. Grande strategia, strategia generale, strategia operativa

Ora la strategia opera su un doppio binario, politico e militare. Essa assicura la condotta generale della guerra e delle crisi e la condotta generale delle operazioni o delle azioni militari. Nelle due sfere, essa è “il concetto centrale che dirige e coordina tutti gli elementi e li orienta verso un fine predeterminato[68].

1. Nella condotta generale della guerra e delle crisi, la strategia è ormai identificata con la politica-in-atto. La politica ècosì relegata all’ultimo posto, poiché la strategia si impadronisce  della condotta dell’azione. Essa dipende dal governo, mentre la politica tradizionale si integra ormai in una strategia globale la cui denominazione varierà secondo i paesi o secondo gli autori (infra cap. VI)

La grande strategia è una nozione anglosassone, divenuta popolare negli anni ‘50. Nella sua opera centrale, Strategy, Liddell Hart la definisce molto semplicemente come la “politica della guerra“; il suo scopo è di “coordinare e dirigere tutte le risorse della nazione o di una coalizione, per raggiungere l’oggetto politico della guerra”. Questa grande strategia si avvicina alla politica, al punto che Liddell Hart riconosce che “se la grande strategia domina la strategia, i suoi principi vanno spesso contro quelli che prevalgono nel campo di quest’ultima[69]. La conseguenza più importante è “che è essenziale condurre la guerra non perdendo mai di vista qual è la pace che si spera di ottenere”. Si tratta della semplice riformulazione da parte di un Anglosassone dell’assioma clausewitziano della guerra come proseguimento della politica con altri mezzi, senza che l’interesse teorico della sostituzione della politica con la nuova nozione di grande strategia sia reso esplicito. Gli Americani preferiscono parlare di strategia nazionale, che è stata recentemente divisa in strategia nazionale di sicurezza, corrispondente alla grande strategia, e strategia nazionale militare[70].

I Francesi, negli anni ‘50, hanno preferito il concetto di strategia generale, definita nelle Istruzioni sull’uso delle Forze armate del 1959 (sostituite, nel 1984, dalle Istruzioni generali sull’impiego delle Forze armate)[71] come “l’arte di organizzare la totalità dei mezzi di cui dispone il potere politico per raggiungere gli obiettivi che ha definito[72]. L’idea di strategia globale, totale o integrale spiega meglio questa combinazione di forze derivanti da ordinamenti diversi.

I Russi non hanno conosciuto un analogo dibattito, così bizantino. La loro terminologia, molto precisa e strutturata, ha continuato a distinguere la politica militare dalla strategia militare. La prima corrisponde alla “preparazione e l’impiego dei mezzi delle Forze Armate allo scopo di raggiungere gli obbiettivi politici”; la seconda è “la parte costitutiva e il livello superiore dell’arte militare, che riunisce la teoria e la pratica della preparazione delle forze armate e del paese alla guerra, la pianificazione e la condotta delle operazioni strategiche e della guerra in generale”[73]. Queste due nozioni si riallacciano alla dimensione militare propriamente detta, considerata nel primo caso nelle sue finalità, nel secondo nel suo impiego. Il rifiuto di una Grande Strategia testimonia il rifiuto del Partito comunista di subordinare i fini politici ai mezzi, cioè a dividere il proprio potere assoluto con gli specialisti.

2. Nella condotta generale delle operazioni e delle azioni militari, la strategia esercita il suo ruolo tradizionale, specificamente militare. Essa dipende in questo caso dall’Alto comando, in stretto rapporto con il governo. Gli Americani parlano di strategia nazionale militare. In Francia, l’esercizio del comando al più alto livello militare comprende la concezione, la preparazione e la condotta delle operazioni militari[74]. A questo livello conviene parlare di strategia generale, che è specifica di un insieme di forze o di mezzi. La dottrina francese lo ha recentemente riconosciuto poiché il Glossario interforze del 1995 qualifica la “combinazione dei mezzi nei diversi campi militare, economico, diplomatico sui quali può agire il potere politico per raggiungere gli scopi prefissati“ come strategia globale, mentre la strategia generale è definita come “creazione, spiegamento ed impiego di mezzi in vista di raggiungere, in un dato campo, gli obiettivi della strategia globale”.

La condotta generale delle operazioni comporta ormai due aspetti: l’antica strategia sul terreno è chiamata d’ora in poi strategia operativa: essa è principalmente esercitata dai grandi comandi operativi, gruppi d’armate, armate o flotte, con le risorse rese disponibili da una strategia dei mezzi che coordina la logistica (al livello superiore) e l’organica.

Progressivamente, il legame tra la strategia e le operazioni si allenterà: la strategia operativa entrerà in concorrenza, poi sarà soppiantata, dall’arte operativa.

46. Operatività

Questo nuovo livello comincia a delinearsi in Germania alla fine del XIX° secolo. Alcuni autori, come Verdy du Vernois e von Falkenhausen, hanno criticato la focalizzazione delle definizioni della tattica e della strategia sulla battaglia ed hanno attirato l’attenzione sulle azioni basate sul movimento. Verdy desiderava “vedere allargarsi il più possibile le basi su cui si reggono oggi la tattica e la strategia e completare queste due branche della scienza militare con un insegnamento sulla condotta delle truppe....dal plotone... fino alla direzione dell’Esercito[75]. Von der Goltz ha generalizzato la distinzione tra tattica ed operazioni che egli basava su un criterio fondamentale: le operazioni riguardano i movimenti delle grandi unità. Certi autori le identificavano semplicemente con la strategia, altri definivano le operazioni come “i movimenti che conducono alla battaglia” (generale Wetzell, 1937)[76]. Ci si può chiedere se non si tratta anzitutto di una sistematizzazione dell’antica logistica.

Il concetto di arte operativa è creato dai teorici sovietici negli anni ‘20. Il suo inventore sembra essere Alexsandr Svechin, in una serie di conferenze all’Accademia militare nel 1923-24. Una cattedra di condotta delle operazioni è creata nel 1924 ed un’intensa riflessione teorica viene svolta da N. E. Varfolomeev, primo titolare della cattedra, M. N. Tukhachevsky e, soprattutto, V. K. Triandafillov, che le dedica un saggio riconosciuto oggi come un classico: Kharakter operatsii sovremennykh armii (la natura delle operazioni degli eserciti moderni, 1929). Questa scuola parte dall’idea che l’estensione dei fronti rende ormai impossibile la distruzione del nemico con un’unica battaglia, distruzione che può essere ottenuta solo con una serie di operazioni successive collegate tra loro. L’arte operativa (operativnoe iskusstvo) ristabilisce così il legame tra tattica e strategia, come dice Svechin: “Così, la battaglia è il mezzo dell’operazione, la tattica è il materiale dell’arte operativa. L’operazione è il mezzo della strategia e l’arte operativa è il materiale della strategia”[77]. Negli anni ‘70, l’Enciclopedia militare sovietica definisce l’arte operativa come “la teoria e la pratica della preparazione e della condotta delle operazioni interarmi (interflotte) combinate ed autonome condotte dalle grandi formazioni dei diversi tipi di forze” (corpi d’armata, armate, gruppi d’armata[78], flotte...). E aggiunge: “Nella teoria militare di molti paesi stranieri, al posto del termine “arte operativa”, si utilizza l’espressione ”grande tattica” o “piccola strategia”[79].

Questa innovazione teorica è passata a lungo inosservata nei paesi occidentali, esclusa la Germania, dove il concetto d’arte operativa (operativ Kriegskunst) s’impone dagli anni ‘30, tanto più facilmente in quanto il pensiero militare tedesco utilizzava largamente il concetto di operazioni. L’espressione grande tattica, precedentemente usata da Guibert e Jomini, poi caduta in disuso, è stata reintrodotta nel vocabolario anglosassone da Liddell Hart, ma ha avuto meno risonanza della grande strategia. Per parecchi decenni, la superiorità materiale degli Stati Uniti ha un po’ sterilizzato la riflessione sulle operazioni. L’arte operativa comincia oggi ad essere presente nel vocabolario anglosassone, in seguito a vigorosi interventi, come quelli di Edward Luttwak[80]. L’U.S. Army l’ha adottata nel 1982, l’U.S. Navy l’ha recentemente imitata, con un criterio del resto discutibile, nel suo documento dottrinale, 2020 Vision. A Navy for the 21st Century: le opzioni strategiche hanno lo scopo di “spezzare la volontà del nemico o di modificarne le intenzioni“; le opzioni operative attaccano “le infrastrutture del nemico, le componenti militari e civili-industriali che permettono alle sue forze di combattere efficacemente”; le opzioni tattiche hanno come obiettivo “di vincere le forze militari del nemico sul campo di battaglia[81]. La distinzione tra opzioni strategiche e opzioni operative appare alquanto artificiale.

Ritroviamo questa articolazione ternaria in Cina, con chan-i (chan: guerra; i: battaglia), tra chan-lue (politica di guerra, strategia, che ha sostituito il bing fa degli Antichi) e chan-shu (combattimento di guerra, tattica). Dal 1936, Mao Zedong introduceva una “scienza delle campagne” tra la strategia e la tattica.[82].

In Francia, il generale Beaufre ha nettamente distinto, nella sua Introduction à la stratégie, le operazioni dalla battaglia. Le prime sono “l’insieme delle disposizioni e delle manovre” destinate a “affrontare la battaglia nelle condizioni più favorevoli[83], ma non ha inserito un livello operativo tra la strategia e la tattica; in un’opera successiva ha accennato ad una distinzione ternaria, riferendosi però all’arma nucleare tattica,[84] senza veramente chiarirla. Dopo di lui, il generale Poirier ha introdotto la operatività[85]. Questo concetto è stato recentemente preso in considerazione con, in particolare, la creazione dello Stato maggiore interforze. Il livello operativo è quello “al quale una operazione è pianificata, condotta e sostenuta, in vista del raggiungimento di un obiettivo strategico su un teatro d’operazioni. E’ il livello di combinazione delle azioni interforze su questo teatro sotto la responsabilità del comandante del teatro[86].

L’arte operativa è fondamentalmente interforze: a livello di armata o gruppo di armate, è obbligatorio prevedere la coordinazione delle forze terrestri e aeree, o aeree e navali...I Sovietici prevedevano tuttavia arti operative specifiche di ciascun tipo di forza, compresa un’arte operativa delle riserve e un’arte operativa della difesa civile. Anche oggi, operazioni di largo respiro non possono essere affidate a un solo tipo di forze, a causa della natura della missione o del terreno.

47. Tattica

La tattica è di competenza dei livelli inferiori che ingaggeranno il nemico nel quadro prescelto dalla strategia operativa per raggiungere gli obiettivi fissati dalla strategia generale, in vista della realizzazione dei fini della politica. Essa non è più necessariamente limitata alla condotta del combattimento, ma può anche comprendere la sua preparazione: il colonnello Lewal aveva sottolineato, negli anni 1870, la diversità delle suddivisioni della tattica, a cui egli assegnava dei nomi pittoreschi: la sullégétique (tattica di mobilitazione), la machétique (tattica di combattimento), la proégétique (tattica di marcia), la stratopédie (tattica del riposo)[87]. Se questo pomposo vocabolario non è fortunatamente sopravvissuto, resta almeno a Lewal il merito di aver concepito una tattica che include, al di là del momento parossistico del combattimento, tutto il “dettaglio della guerra”, evoluzione necessaria dopo che la logistica aveva perso il suo significato primitivo. Si può d’altronde osservare che questa estensione non cambia necessariamente il criterio del combattimento: semplicemente, invece di dire, come Jomini, ”tattica durante il combattimento”, si intenderà “tattica durante e in vista del combattimento”, poiché i casi in cui la vittoria può essere ottenuta senza combattere sono troppo rari per invalidare questo semplice criterio (almeno nel quadro di una strategia d’azione).

I Sovietici definivano la tattica come “la teoria e la pratica della preparazione e della condotta del combattimento di piccole unità, di reggimenti (o bastimenti) e di grandi unità dei diversi tipi di forze delle Forze armate, delle Armi e delle Truppe speciali[88]. Definizione molto completa che sottolinea bene due concetti-base:

1. Come la strategia, la tattica ha due aspetti, teorico e pratico: gli strategisti tendono troppo spesso a sottovalutare la teoria della tattica, che considerano, a torto, come competenza dei soli tecnici, mentre essa suppone, in realtà, una riflessione molto più elaborata. Nell’epoca contemporanea, il fascino esercitato dalla tecnica ha aumentato ancora di più questo disinteresse. Clausewitz, buon giudice, non condivideva questa concezione e si proponeva di completare Vom Kriege con un trattato di tattica, che non ha avuto il tempo di scrivere. Il risultato è un indiscutibile impoverimento della teoria tattica, sia terrestre che navale, che ha accentuato il divario con la teoria strategica (è una delle spiegazioni della recente fortuna della operatività). Sono rari quelli che, come il colonnello Dupuy[89] o il comandante Hughes[90], hanno cercato di chiarire i principi della tattica.

2. La tattica si manifesta a livello elementare, quello delle unità di base (battaglioni, reggimenti, navi da guerra...), ma anche ad un livello più alto. La tattica sovietica si scomponeva in:

- tattica generale,

- tattica dei tipi di forze (strategiche, terrestri, di difesa aerea, aeree, navali),

- tattica delle Armi (ogni tipo di forza è diviso in Armi),

- tattica delle truppe speciali (ogni Arma dispone di truppe speciali, per le trasmissioni, il genio, la logistica[91], i servizi...).

La tavolozza della tattica è ormai molto estesa. L’accrescimento e la diversificazione dei mezzi hanno logicamente implicato un considerevole allargamento dello spettro della tattica. Il generale Poirier prende atto di questa accresciuta complessità della condotta del combattimento e dell’esecuzione delle operazioni quando definisce la tattica come “l’arte di combinare, nelle operazioni, le azioni di tutti i mezzi militari[92]. Ma questa estensione, parallela a quella della strategia, pone un problema teorico più grande: se la tattica include tutte le azioni in atto, dove situare l’operatività?

 

LE TREDICI VERITA’ DEL COMBATTIMENTO

SECONDO IL COLONNELLO DUPUY

  1. - Un’azione offensiva è essenziale per ottenere dei risultati positivi in un combattimento

  2. - La forza difensiva è più grande della forza offensiva

  3. - Un atteggiamento difensivo è necessario quando è impossibile un attacco coronato da

successo

  4. - Un attacco sui fianchi o sulla retroguardia ha più possibilità di riuscita di un attacco

frontale

  5. - L’iniziativa permette di esercitare una potenza bellica preponderante

  6. - Le possibilità di successo di chi si difende sono direttamente proporzionali alla forza delle fortificazioni

  7. - Un attaccante pronto a pagarne il prezzo può sempre superare le difese più forti

  8. - Una difesa coronata da successo ha bisogno di profondità e di riserve

  9. - Una potenza bellica superiore vince sempre

10. - La sorpresa aumenta la potenza bellica in maniera sostanziale

11. - La potenza di fuoco uccide, disorganizza, sopprime e disperde

12. - Le attività belliche sono sempre più lente, meno produttive e meno efficaci del previsto

13. - Il combattimento è troppo complesso per essere definito da una unica semplice formula

SEZIONE III - L’ARTICOLAZIONE DEI LIVELLI

48. Politica e strategia<