| Institut de Stratégie Comparée, Commission Française d'Histoire Militaire, Institut d'Histoire des Conflits Contemporains |
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TRATTATO DI STRATEGIATraduzione italianadi Serenella CAVALLETTI CAPITOLO
III
LA STRATEGIA COME SCIENZA53.
Il campo della scienza strategica L’identificazione
della strategia attraverso una definizione non delimita necessariamente il
campo della scienza corrispondente. Lo stratega può utilizzare tutto. A
priori, non si penserebbe di includere il Ritratto
di Monsieur Pouget in una bibliografia strategica; il libro di Jean
Guitton ha avuto invece un ruolo decisivo nel percorso intellettuale del
generale Poirier. La strategia, più di ogni altra scienza, trae profitto da
ogni altra disciplina: essa si serve delle scienze esatte per valutare la
sua base tecnica; dell’economia per determinare i suoi mezzi; delle
scienze politiche per il suo intimo rapporto con la politica; della
sociologia per inquadrare i conflitti nel loro contesto globale; della
storia per attingervi esempi ed insegnamenti... In
altre parole, tutto può entrare nella biblioteca strategica. In primo luogo
la storia, e naturalmente la storia delle guerre. Le memorie dei grandi
capitani o i libri dei grandi storici valgono spesso molto di più delle
opere didattiche: non si può studiare la strategia antica senza conoscere
Tucidide, Cesare o Tacito. Per l’epoca moderna, le memorie di Turenne sono
un riferimento obbligatorio. Lo sviluppo delle teorie strategiche
nell’epoca contemporanea non ha reso effimere queste fonti: le memorie del
maresciallo von Manstein (Verlorene
Siege 1955; traduzioni francese e inglese 1958), i quaderni del
maresciallo Rommel, sono degli straordinari “manuali” di strategia. Ma i
loro insegnamenti sono riservati ad una piccola élite
di lettori avveduti, che devono estrarli da un racconto e fare da soli il
lavoro di selezione e di generalizzazione che l’autore di un’opera
teorica dovrebbe aver già fatto. Vi si trovano degli spunti, talvolta
brillanti, ma sempre fuggevoli. Ogni lettore deve ripartire da zero,
costruire il proprio sistema. Questa
sorgente della scienza strategica può essere qualificata come indiretta.
Essa è immensa e gli autori sono migliaia. La maggioranza è caduta
nell’oblio; sono sopravvissuti solo un pugno di grandi capitani, più per
i loro atti che per i loro scritti, e un numero ancora più ristretto di
storici, che sono stati giudicati degni di restare negli annali della
scienza storica dagli storici stessi. Tutti gli altri sono spariti nel
nulla. Chi legge ancora il Père Daniel, all’infuori di qualche antiquario
e storico militare? La sua Histoire
de la milice françoise (1721) ha avuto grandissima rinomanza e non è
stata letta solo come un libro di storia, ma come un compendio dell’arte
della guerra, da svariate generazioni di ufficiali. Tuttavia è raro che
tali opere abbiano portato degli elementi teorici originali, il loro studio
interessa più lo storico che lo studioso di strategia. Sembrerebbe dunque
preferibile limitarsi ad un approccio più restrittivo incentrato sulle
opere teoriche. Se esse non hanno sempre avuto un’influenza decisiva, è
tuttavia attraverso di loro, più che per i racconti storici, che si è
veramente costituita la scienza strategica, che sono stati definiti i suoi
concetti e i suoi metodi. 54.
Scienza militare e scienza strategica La
strategia non è una disciplina indipendente. E’ una branca di un campo
molto più vasto, quello della condotta della guerra, ed oggi, più in
generale, dei conflitti, che abbiamo chiamato, secondo le epoche, “scienza
militare” (al tempo dei Romani), “arte della cavalleria” (nel
Medioevo), “arte della milizia” (all’inizio dei tempi moderni),
“arte della guerra” (definizione che s’impone nel XVIII° secolo).
Possiamo separare la strategia da questo insieme che le dà un senso? Fino
all’epoca contemporanea, è stata sempre inclusa nell’arte della guerra
e quindi nel pensiero militare, di cui costituiva il livello più alto. La
scienza strategica ha bisogno di essere sostenuta da una scienza tattica,
senza che per questo la prima derivi dalla seconda. Il XVII° e XVIII°
secolo hanno sviluppato un ricco pensiero tattico, ma la quasi totalità
degli autori militari non sono andati oltre, senza mai avere la minima
intuizione di una dimensione superiore, mentre la dialettica della pace e
della guerra è stata invece ben recepita[1].
La strategia è nata dalla tattica, ma procede in primo luogo da una
comprensione del legame intrinseco tra la guerra e la politica. Il problema
è che queste diverse categorie si sono definite molto lentamente,
l’abbiamo visto studiando la genesi del concetto di strategia e la sua
collocazione tra le categorie del conflitto. Non si può dunque pretendere
di limitare il nostro campo d’esplorazione alle sole opere di “pura”
strategia, come noi la intendiamo oggi. Bisogna adottare una prospettiva
evolutiva che partirà dalla scienza militare per arrivare, nell’epoca
contemporanea, alla scienza strategica. 55.
Universalità della scienza strategica? La
guerra è un problema universale che ritroviamo nella letteratura di tutte
le civiltà dotate di scrittura, ma questo non significa necessariamente che
le suddette civiltà abbiano avuto una letteratura strategica, che abbiano
conosciuto la strategia come scienza. La
tesi dell’universalità della scienza strategica è probabilmente
dimostrata nella maniera più brillante nella recente Antologia
mondiale della strategia elaborata da Gérard Chaliand[2].
Con un’erudizione ammirevole, egli spazia dagli Ebrei alla strategia
nucleare passando per la Mesopotamia e l’Estremo Oriente, ma giunge a
questo risultato solo includendo un certo numero di testi il cui rapporto
con la strategia è per lo meno dubbio. Gli estratti della Bibbia o
dell’epoca di Gilgamesh (Mesopotamia, circa 2000 anni a.C.) non riguardano
certamente il nostro campo di studi: essi descrivono combattimenti, spesso
eroici, talvolta accompagnati da stratagemmi, ma mai un’arte della guerra
sufficientemente complessa da meritare il nome di strategia. Né gli
Egiziani[3],
né gli Assiri[4],
né i Persiani hanno prodotto trattati militari, né forgiato dei concetti
che potrebbero avvicinarsi, anche lontanamente, alla strategia o alla
tattica. Kautilya, che si ritiene rappresenti l’India, enuncia dei
precetti che si riferiscono più alla politica che alla strategia. Quanto ai
Greci, sono rappresentati da storici che hanno coscienza di una dimensione
superiore dell’arte della guerra e del legame intrinseco tra la politica e
la guerra, che noi oggi chiameremmo strategia, ma non si tratta di veri
trattati che cerchino di teorizzarla. In
realtà, il pensiero strategico non è universale, a meno d’indebolire il
suo contenuto al punto di farvi rientrare qualsiasi scritto che si riferisca
all’arte della guerra. La scienza strategica ha una storia discontinua.
Tra le civiltà che hanno sviluppato un’arte della guerra sufficientemente
complessa per meritare il nome di strategia, nessuna ha prodotto una
letteratura strategica degna di questo nome. 56.
I determinanti sociali della scienza strategica Le
cause di questa discontinuità sono evidentemente multiple e difficili da
individuare. Potremmo suggerirne almeno cinque, che dovrebbero essere
oggetto di approfondimenti epistemologici e storici. 1.
Il pensiero strategico deve rispondere ad una necessità. Lo storico
americano Everett L. Wheeler si è dedicato ad uno studio comparativo
dell’apparizione, quasi simultanea, della teoria militare in Grecia e in
Cina, nel IV° secolo a.C. La sua conclusione è chiara: “nonostante
differenze culturali estreme, fattori storici simili hanno favorito lo
sviluppo della teoria militare nell’ambito di queste due civiltà e le
prime teorie in Occidente e in Oriente condividevano temi comuni”[5].
Tra questi fattori, uno è stato essenziale: sia la Cina che la Grecia
avevano una grande instabilità politica ed una intensa attività bellica:
in Cina, era il periodo dei Regni Combattenti, la Grecia era infiammata
dalla guerra del Peloponneso. C’era quindi una forte richiesta di ”perizia
bellica” come dirà più tardi
Montaigne.[6]
In Grecia, professori itineranti, gli hoplomachoi[7],
insegnavano l’arte del comando, mentre in Cina il re si circondava di
consiglieri militari come Sun Tzu o Sun Bin. In seguito, quando le basi
saranno gettate, il pensiero strategico si svilupperà piuttosto durante i
periodi di inazione che seguono alla pace, ma sempre con il rischio di
guerra sullo sfondo, per esempio in Europa nel XVIII° secolo. In Cina
questo sfondo verrà meno: il rigetto morale della guerra considerata come
ingiusta e l’assenza di un nemico degno di questo nome (l’impero è
minacciato solo da barbari) porteranno alla sclerosi del pensiero
strategico.[8] 2.
Il pensiero strategico presuppone una certa apertura, poiché svela dei
precetti, delle massime, delle “ricette”, che i governanti e i capi
militari non amano divulgare, per non dare informazioni agli avversari. Noi
conosciamo solo minime tracce delle navigazioni dei Fenici o dei Cartaginesi
perché essi non volevano far conoscere le loro rotte ai propri concorrenti.
Succede lo stesso in strategia dove la regola è di trasmettere i documenti
di Stato maggiore solo alle persone “qualificate” per conoscerli. Molto
spesso, i capi militari considerano la loro arte come una proprietà
personale da trasmettere solo a discepoli accuratamente scelti: Turenne si
forma alla scuola olandese di Federico e Maurizio di Nassau[9],
Luxembourg a quella di Condé[10],
de Saxe a contatto del maresciallo de Villars[11].
Moreau, il vincitore di Hohenlinden (1800), cura molto la formazione dei
suoi luogotenenti, al contrario di Napoleone[12],
che si dimostra molto negligente in questo campo: questa ignoranza delle
“alte parti della guerra” da parte dei suoi luogotenenti rivelerà i
suoi inconvenienti durante le campagne del 1812 e 1813. Fino all’epoca
contemporanea, gli scritti dei generali sono raramente destinati alla
pubblicazione. I trattati di Montecuccoli non sono stati pubblicati finché
era vivo, salvo uno. Gli scritti di Federico II erano considerati documenti
di Stato: l’Istruzione ai miei
generali è nota perché un esemplare è caduto nel 1760 nelle mani
degli Austriaci, che l’hanno subito pubblicato. Il conte di
Schaumbourg-Lippe, spirito brillante le cui riflessioni strategiche non
hanno equivalenti nel XVIII° secolo, sarebbe considerato allo stesso
livello di Guibert o di Joly de Maizeroy se i suoi scritti fossero stati
pubblicati, ma egli li ha divulgati solo ad un ristretto numero di lettori.
In Cina, i classici sono riservati ad un esiguo numero di professori e di
alti personaggi e i privati che li possiedono rischiano pesanti sanzioni[13]
(il ridotto numero di copie spiega il motivo della scarsità di trattati che
sono rimasti). Ancora oggi, alcuni scritti di Ciang Kai Shek a Taiwan sono
coperti dal segreto di Stato. In molte società dotate di scrittura,
l’arte del comando si trasmette soprattutto per tradizione orale. 3.
Il pensiero strategico presuppone, nello stesso tempo, un’esperienza
pratica ed una propensione alla riflessione che non s’incontrano
facilmente nella stessa persona. Il capo in guerra si preoccupa prima di
farla e poi di teorizzarla. Egli scrive solo quando è condannato
all’inattività: Montecuccoli comincia a scrivere durante i suoi anni di
prigionia, Feuquière redige le sue Mémoires
quando è ridotto a fare da spettatore della guerra di Successione Spagnola,
Maurice de Saxe scrive le sue Rêveries
in tredici notti, durante una forte febbre, “per
dissipare le sue afflizioni”; molti capi militari si trasformano in
scrittori quando restano senza impiego. E’ necessaria una disponibilità,
un’occasione che raramente è considerata come tale (l’inattività è
spesso il risultato di una destituzione o di un fallimento) e quindi
sfruttata ancora più raramente. Warnery parla delle sue “opere,
che non sono tuttavia che frutto dell’ozio forzato in cui mi sono trovato,
quando vivevo nelle mie terre, lontano, per così dire, da tutti e
dimenticato”[14].
E’ anche necessario un certo livello d’istruzione letteraria, il che non
è molto comune finché il reclutamento avviene per cooptazione, con una
formazione “sul campo”, invece di una selezione per concorso, con una
formazione nelle scuole. Infine, ci vuole coraggio o almeno un certo
distacco, da parte di chi pensa e scrive sugli onori e sulla propria
carriera: Proprio
nel Militare le verità sono meno facili da dire; Folard ha pagato caro per
quelle che ha pubblicato; Feuquière ha avuto lo stesso torto, di aver
parlato troppo, ancora prima che si sapesse che stava scrivendo delle
Memorie; anche Puységur dice che quelli che osano criticare la condotta dei
Generali ne pagano le conseguenze[15]. 4.
Il pensiero strategico presuppone una forma
mentis rivolta verso l’astrazione. I Greci e i Bizantini hanno
prodotto una letteratura strategica perché erano appassionati di
controversie filosofiche o teologiche. I Romani non ne hanno scritto perché
essenzialmente pratici. Nell’epoca moderna, e anche dopo l’apertura sul
mondo a metà del XIX° secolo, la letteratura strategica giapponese è
rimasta povera, in contrasto con la ricchezza della produzione cinese prima
del trionfo dell’ideologia confuciana. 5.
Infine e forse soprattutto, il pensiero strategico presuppone un
orientamento intellettuale basato sul principio di efficienza. Come la
scienza economica, la scienza strategica ha come postulato il comportamento
razionale di un attore interamente volto verso un unico obiettivo: l’homo
strategicus cerca solo la vittoria sul nemico. Tutto quello che potrà
contribuirvi sarà utile, senza alcuno scrupolo per qualsiasi considerazione
etica: i principi che guidano la strategia si chiamano offensiva,
concentrazione, libertà d’azione...nessun autore cita l’onore, il
coraggio, il rispetto del nemico. L’atteggiamento di Luigi XV, che rifiuta
la ritrovata formula del fuoco greco perché un mezzo così barbaro non si
addice al Re Cristianissimo, è criticabile da un punto di vista strategico.
Il pensiero strategico ha potuto svilupparsi solo trasformando un ideale
sacro o eroico in tecnica di annientamento del nemico. Esso presuppone una
laicizzazione della guerra, liberata della sua dimensione sacra: quando Sun
Tzu raccomanda di guardare il cielo, non è per leggervi i segni
astrologici, ma piuttosto per essere sicuro delle condizioni meteorologiche.
L’età d’oro del pensiero strategico cinese coincide con l’epoca del legismo,
che sostiene un approccio pragmatico al potere; il suo declino sarà la
conseguenza logica del trionfo della morale confuciana. E il pensiero
strategico contemporaneo partecipa di questo “disincanto del mondo”
analizzato dai sociologi dopo Max Weber e fondato sulla compartimentazione e
la razionalizzazione delle attività umane. 57.
Rarità della scienza strategica Si
può dire che la scienza strategica è limitata alle società evolute,
esposte al rischio della guerra, aperte alla discussione, rivolte verso
l’astrazione e governate dalla ricerca dell’utile. Queste condizioni non
si trovano riunite di frequente. Il Medioevo, per esempio, non è stato
capace di produrre il benché minimo embrione di scienza strategica, mentre
ha portato all’apice il pensiero teologico, con San Bonaventura, San
Tommaso d’Aquino ed altri ancora. Troviamo dappertutto autori isolati o
note strategiche in opere di altro genere, che non sono sufficienti a creare
un pensiero strategico organico. E anche quando ne esiste uno, esso
rappresenta generalmente solo una piccolissima parte del pensiero militare:
il corpus tattico è molto più
importante del corpus strategico. E’
anche vero che, nei tempi antichi, gli scritti militari hanno subito molte
più distruzioni di quelli di altri campi. Tuttavia si può dire che il
pensiero strategico si sviluppa intorno a tre centri: il mondo cinese, di
cui sopravvivono solo alcuni autori canonici; il mondo greco, con i suoi
prolungamenti romano e bizantino; l’Europa moderna, dove nasce il pensiero
strategico contemporaneo. 58.
Difficoltà di conoscere la scienza strategica La
storia della scienza strategica[16]
è molto meno conosciuta di quella del pensiero politico, economico e
filosofico. Per ognuna di queste branche della conoscenza umana, si trovano
senza fatica delle sintesi o una storia generale, basate su molteplici
monografie. Nulla di simile esiste per la strategia, che non ha beneficiato
di una istituzionalizzazione universitaria: non esistono facoltà di
strategia o dottorati che potrebbero attrarre i giovani ricercatori[17].
Esclusa dall’università, la strategia è relegata all’insegnamento
militare superiore, che le procura una diffusione limitata[18]
e i cui scopi sono più di carattere pratico che scientifico. Per lungo
tempo gli autori militari si sono preoccupati solo dei problemi della loro
epoca; interessandosi alle dottrine che avevano avuto “successo” e
rifiutando le altre, rileggevano la storia in funzione delle loro
preoccupazioni dottrinali del momento: all’inizio del secolo, Castex
citava gli autori del XVIII° secolo indignandosi per la loro mancanza di
spirito offensivo[19],
senza realmente comprendere le particolarità della guerra sul mare ai tempi
della marina a vela. Solo
recentemente gli storici hanno cominciato ad esplorare la scienza strategica
secondo regole scientifiche ed i teorici hanno gettato le basi di una
epistemologia della strategia. Non è un’esagerazione dire che al giorno
d’oggi, all’infuori di qualche abbozzo piuttosto sommario, non esiste
nessuna storia convincente del pensiero strategico. Le due opere più solide
sono quelle che sono state dirette, a 50 anni di distanza, da Edward Mead
Earle[20]
e da Peter Paret[21].
Il primo, che è una preziosa fonte di informazioni, è naturalmente
superato dal progresso della ricerca. Il secondo, evidentemente più
aggiornato, risente del difetto di basarsi troppo sugli autori anglosassoni
o che hanno avuto risonanza nel mondo anglosassone. Bell’esempio di una
concezione finalistica che non tiene conto della diversità di una storia
infinitamente più ricca. Questa
carenza di sintesi evidenzia un ritardo generale della ricerca in questo
campo. Le sintesi nazionali sono rare e spesso superate[22].
Anche gli autori più importanti possono essere oggetto di interpretazioni
contrastanti per carenza di biografie o di commenti. Clausewitz, che è
stato oggetto di innumerevoli esegesi, è un’eccezione. Jomini ha avuto
parecchi biografi, che però non fanno altro che ripetere quello detto dal
primo di essi, X. de Courville. Dopo di lui, tutti riportano l’aneddoto di
un “Jomini indovino di Napoleone”, per aver previsto, dalla sola lettura
di una mappa, che avrebbe incontrato Napoleone a Bamberg, mentre questa
intuizione era più verosimilmente il risultato della lettura indiscreta di
un ordine dell’Imperatore[23].
Autori che hanno avuto una grandissima influenza ai loro tempi non sono più
che dei nomi, collegati ad una formula o a un’idea, mentre il loro
contributo è stato molto più grande. Soprattutto, abbiamo completamente
dimenticato quella massa di pubblicisti, privi di originalità e spesso di
talento, attraverso cui si sono diffusi concetti ed idee che hanno
contribuito spesso più dei teorici, meno accessibili, a divulgare ed
imporre le dottrine: molti contemporanei hanno letto Folard attraverso il
compendio di Chabo de la Serre, de Saxe e Puységur attraverso i mediocri
testi di Pazzi de Bonneville. Gli
autori sono presi in considerazione principalmente attraverso lo specchio
deformante della loro nazionalità. I Francesi, poi i Tedeschi, oggi gli
Anglosassoni, occupano il proscenio. L’ostacolo linguistico mette ai
margini tutti quelli che scrivono in lingue rare o divenute tali, o che
appartengano a paesi giudicati secondari. La Danimarca è oggi un paese di
second’ordine, non osiamo neppure definirlo una potenza, ma non è stato
sempre così; nell’epoca moderna, aveva il suo posto nell’equilibrio
europeo, il suo esercito e la sua marina avevano un peso. La lettura di una
bibliografia specializzata rivela una massa di letteratura militare e navale
degna di considerazione, in danese, ma talvolta anche in tedesco o francese.
Possiamo valutare, grazie alle traduzioni, la diffusione degli autori delle
grandi potenze, ma anche lo sforzo di adattamento nazionale da parte di
pensatori locali, tutti sconosciuti, che non per questo non sono degni di
attenzione sia sul piano teorico che dottrinale. Bisognerebbe
fare un lavoro sistematico di recensione delle edizioni (o dei manoscritti),
delle traduzioni, delle citazioni per determinare la reale diffusione dei
grandi autori. Poiché la strategia è una scienza basata sulla prassi,
bisognerebbe inoltre determinare in qual misura i pensatori sono in contatto
con la pratica, se i loro scritti anticipano o, al contrario, si
accontentano di riflettere l’evoluzione dei regolamenti, delle norme, dei
piani d’operazioni... Bisognerebbe ugualmente determinare con precisione
l’influenza degli scrittori sui propri lettori. Il teorico si preoccupa
d’introdurre delle sfumature, di sottolineare la complessità del
procedimento; il dottrinario, al contrario, tende a martellare con forza
delle convinzioni che devono impregnare profondamente la mente degli
ascoltatori. Un ufficiale frequentatore della Scuola superiore di guerra,
ascoltando i corsi di Foch alla fine degli anni 1890, era certamente più
sensibile all’arringa in favore dell’offensiva, esposta con una forza di
convinzione poco comune, di quanto lo fosse alle sfumature con cui il futuro
maresciallo talvolta arricchiva il suo pensiero. Per tutti questi motivi, il
cantiere strategico[24]
è immenso. La presentazione che segue non può dunque che essere lacunosa e
soggetta a considerevoli correzioni. SEZIONE
I - IL PENSIERO STRATEGICO ASIATICO SOTTOSEZIONE
I - IL PENSIERO CINESE 59.
Una strategoteca perduta La
Cina ha sempre tenuto in grande considerazione i
testi scritti. Molti sono dedicati alla realtà militare. Nel V°-IV°
secolo a.C., all’epoca dei Regni Combattenti, si forma il corpus
strategico cinese, incredibilmente abbondante: elenchi antichi parlano di
centinaia di trattati, oggi perduti, e molte opere di carattere generale
sono dedicate a considerazioni sulla guerra: è il caso dei trattati del
Maestro Hsun, del Maestro Kuan, di Lao Zi, di Mo Tzu, di Shang Yang[25],
del più tardivo Huai nan Zi (epoca Han)... Ma non ne restano che dei
frammenti, dovuti all’indifferenza dei letterati confuciani nei riguardi
di questo particolare genere. 60.
I fondatori: Sun Tzu e Sun Bin Il
primo (conosciuto) e il più grande di tutti gli strategisti è Sun Tzu,
vissuto probabilmente nel V° secolo a.C.. La sua biografia, più o meno
leggendaria, ha suscitato numerose controversie: alcuni storici lo collocano
in epoca più tarda o ne negano addirittura l’esistenza, ma indizi
concordi e degni di fede sono favorevoli a considerare l’antichità del
testo[26].
I suoi Tredici articoli sull’arte
della guerra saranno il breviario di tutti i generali cinesi. Sun
Tzu è seguito da Sun Bin, che dovrebbe essere suo nipote. La sua opera si
è persa per circa duemila anni, e quindi non è stata inclusa nei sette
trattati classici compilati nell’epoca Song. Gli storici erano arrivati a
chiedersi se Sun Tzu e Sun Bin non fossero la stessa persona; ma il suo
libro è stato ritrovato impresso su lamelle di bambù in una tomba nel 1972[27].
Sun Bin si mostra più attento di Sun Tzu agli aspetti operativi, e
testimonia i progressi dell’arte della guerra dal secolo precedente:
assegna una grande importanza alla cavalleria, di cui Sun Tzu non parlava,
s’interessa agli assedi, resi possibili dal perfezionamento della
poliorcetica, la sua insistenza sulla logistica nasce dall’aumento degli
effettivi e dall’allungamento delle campagne militari. Ma, se il suo
trattato “può sembrare meno
teorico dell’Arte della guerra di
Sun Tzu, nelle due opere si possono trovare riflessioni simili”[28]. 61.
La formazione di una cultura strategica Sun
Tzu ha fondato un pensiero strategico che è essenzialmente un glossario. Si
contano parecchie decine di commenti del suo libro. Le edizioni realizzate
più tardi ne contano dieci o undici. I più importanti sono quelli di Cao
Cao, celebre generale dell’epoca Han (II° secolo a.C.), di Li Quan sotto
la dinastia dei Tang (VII°-VIII° secolo)[29],
di He Yanshi e Zang Yu sotto la dinastia dei Song. Ma troviamo anche degli
autori di trattati originali. La
maggior parte datano dell’epoca dei Regni Combattenti, prima
dell’unificazione dell’Impero, nell’epoca in cui dominavano il legismo
e il mohismo. La prima scuola
tratta in profondità dell’articolazione tra la guerra e la politica
(supra n° 10) La seconda, d’ispirazione antimilitarista, contribuisce
paradossalmente allo sviluppo di una branca particolare del pensiero
militare: essa respinge la guerra ma ammette invece la legittima difesa e, a
questo titolo, è all’origine di parecchi trattati dedicati alle
fortificazioni. Il taoismo, anche lui fondamentalmente antimilitarista,
porta il suo contributo, dominato da Zhuge Liang, capo militare e politico
dell’inizio del III° secolo: egli raccomanda di non ricorrere alla guerra
se non è inevitabile e chiede ai generali di incarnare la virtù e
l’armonia...[30]. Alla
fine del XI° secolo, l’imperatore Shen Zong stabilisce l’elenco dei
sette classici previsti in un programma di studi. Sun Bin, già perduto da
parecchi secoli, non ne fa parte. Essi sono nell’ordine: -
il Sun Zi bingfa (l’Arte della
guerra di Sun Tzu); -
il Wu Zi bingfa, opera di un
generale del IV° secolo a.C., la cui esistenza è storicamente accertata.
Così come è stato conservato, il suo libro si compone di sei capitoli
piuttosto brevi nei quali l’autore cerca di conciliare la morale
confuciana con i problemi militari; -
il Sima fa, breve ed enigmatico
testo della stessa epoca, il cui titolo potrebbe essere tradotto con: il
Libro del Maestro della cavalleria (alto dignitario dello Stato, ministro
della guerra). Insiste sull’amministrazione dell’esercito; -
il Tang Li wendui (domande e
risposte tra Tang Taizong e Li Weigong), dell’epoca Tang, dunque molto più
tardo degli altri classici (VII° secolo d.C.) sui quali si basa; -
il Wei Liao Zi, opera di un
legista della fine del IV°
secolo a.C., dalla solida esperienza militare, che prosegue l’opera di Sun
Tzu e Sun Bin, con osservazioni molto concrete; -
i San lue (Tre
strategie di Huang Shegong, della stessa epoca, che insiste sul
controllo del governo; -
il Tai Gong liutao (i Sei
insegnamenti segreti di Taigong), opera esoterica, piuttosto sovversiva, che
sarebbe il più antico di questi testi poiché risalirebbe al XI° secolo
a.C. Il suo possesso era punito con la morte. Tutti
questi autori hanno creato una cultura strategica che è stata volgarizzata
dalla letteratura e dal teatro popolare ad un livello che non ha paragoni in
Occidente: Sun Bin è l’eroe di un romanzo dell’epoca Ming, Sun
Bin contro Pang Juan, Cao Cao e Zhuge Liang sono i personaggi centrali
del Romanzo dei Tre Reami; gli
stratagemmi sono presentati in edizioni popolari, come il
Trattato dei 36 stratagemmi, probabilmente tardivo, ma che riprende una
formula dell’epoca Song...[31].
Mao Zedong, come la maggior parte dei cinesi, conoscerà bene questi testi
popolari a cui si ispirerà largamente. 62.
La sclerosi del pensiero cinese Questo
debutto così brillante non avrà un seguito teorico equivalente. Mentre
troviamo in Sun Tzu e Sun Bin le idee di base di una teoria strategica
strutturata, con la distinzione tra la vittoria dell’esercito e quella del
paese, la dialettica dell’attacco e della difesa...; i successori non
approfondiscono la via tracciata e si limitano a commenti ripetitivi.
L’imperatore Shen Zong, della dinastia Song, è uno dei rari critici di
questa decadenza: Secondo
i teorici militari, sembrerebbe necessario che, quando due eserciti
s’incontrano sul campo di battaglia, si inviino messaggeri per accordarsi
sul luogo e il giorno del combattimento, affinché sia possibile recarsi nel
luogo stabilito per tagliare gli alberi e i cespugli e livellare il terreno
in modo da creare una vasta pianura tutta uguale dove spiegare la formazione
ideale. Sono sicuro che tutto ciò non può funzionare[32]. Bisogna,
senza dubbio, darne la colpa al pensiero confuciano che ha trionfato sui
suoi rivali dopo l’unificazione dell’impero: fondato sulla virtù, esso
tende a squalificare la guerra, relegata tra i compiti inferiori. Alcune
riflessioni originali compaiono solo in periodi eccezionali: sotto la
dinastia mongola degli Yuan, nel XIV° secolo, Liu Ji compone numerose opere
sulla guerra, in cui indica i diversi modi per vincere. Nel XVI° secolo, Qi
Jiguang produce degli scritti innovatori basandosi sulla sua esperienza di
comandante in capo contro i pirati, poi contro gl’invasori nomadi: i Nuovi
scritti (1560) trattano della difesa costiera e delle operazioni
anfibie; Della formazione delle
truppe (1568) cerca di rinnovare la tattica e prende in considerazione
l’introduzione delle armi da fuoco. Rimasto sconosciuto in Occidente, è
stato tradotto in coreano e giapponese[33].
Ciang Kai Shek lo farà ristampare negli anni 1930, quando la Cina dovrà
fronteggiare l’invasione giapponese. 63.
Il pensiero strategico cinese e l’Occidente Gli
Occidentali tendono talvolta a trovare il pensiero inafferrabile, perché
procede sempre nello stesso modo, per aforismi e massime, suggerendo più
che precisando. Una tale lettura dimentica il contesto culturale in cui
queste opere sono state scritte. Là dove noi cerchiamo ricette per il
successo, i Cinesi cercavano principalmente un saggio comportamento. Questo
carattere così allusivo spiega sia gli errori di interpretazione commessi
dagli Occidentali ma anche il fascino che questi autori esercitano oggi,
dopo un lungo periodo d’indifferenza. Già
dal XVIII° secolo, un gesuita francese, il padre Amyot, li diffonde in
Europa. La sua Arte militare dei
Cinesi o raccolta di antichi trattati sulla guerra composti prima dell’era
cristiana da diversi generali cinesi (1772; traduzione tedesca 1779),
elaborata partendo da traduzioni manchù con qualche libertà nei confronti
del testo, avrà però un successo limitato. Nel XIX° secolo l’eclisse è
totale. Solo i Russi traducono Sun Tzu nel 1860 e 1889. Bisogna attendere
l’inizio del XX° secolo perché l’Europa vi trovi un reale interesse.
Il comandante Calthorpe effettua la prima traduzione inglese di Sun Tzu nel
1908. Piuttosto lacunosa, sarà sostituita, due anni più tardi, da quella
di Lionel Giles, che farà testo fino a quella del generale Griffith (1963).
La prima traduzione tedesca appare nel 1910. In Francia, la traduzione di
padre Amyot è ristampata dal tenente colonnello Cholet (1922), poi dal
comandante Nachin (1948). I Russi ne fanno una nuova traduzione (1950),
trascritta in tedesco (1957). Un primo tentativo di traduzione italiana è
degli anni ‘50. L’interesse
si sviluppa realmente solo negli anni 1970, parallelamente alla nuova voga
di Clausewitz, che testimonia l’attrazione per un approccio più
filosofico alla strategia. L’esotismo, l’antichità ed anche la brevità
dell’opera (che rende la lettura rapida e la traduzione poco costosa,
soprattutto se si parte da quella inglese) ne assicurano il successo. La
traduzione inglese di Griffith è trasposta in francese (1972), in tedesco
(1972), in spagnolo (1973), in portoghese (1974), in rumeno (1976), in
finlandese (1982), in olandese (1986), in italiano (1988), in greco
(1989)....L’originale cinese è tradotto in spagnolo (1974), in francese
(1988), in tedesco (1989), in italiano (1990), in svedese (1991)...I lettori
francesi, spagnoli o italiani hanno ormai la scelta tra quattro o cinque
diverse edizioni. In inglese ci sono almeno sette traduzioni in due decenni.
Parecchi saggi applicano i suoi insegnamenti alla strategia d’impresa.
L’edizione del corpus dei sette
autori canonici e di Sun Bin è dovuta a Ralph Sawyer negli Stati Uniti e a
Valérie Niquet in Francia. Sun Tzu è oggi, con Clausewitz, lo strategista
più conosciuto e più letto. SOTTOSEZIONE
II - I PENSIERI PERIFERICI 64.
Il pensiero strategico vietnamita Il
pensiero vietnamita deriva in gran parte dal modello cinese, anche se
l’identità del paese si è costituita proprio nelle guerre contro
l’invasore cinese. Tran
Quoc Tuan, che respinge le invasioni mongole nel 1285 e 1287, compone un Riassunto
dell’arte militare in quattro tomi che copre tutta l’arte della
guerra, dalla selezione dei generali al combattimento in pianura, nella
foresta, in montagna, sull’acqua e all’attacco e alla difesa delle
postazioni. Nguyen
Trai, anche lui vincitore dei Cinesi all’inizio del XV° secolo, lascia
numerosi scritti, in particolare una Raccolta
di note e ordini militari; egli propugna la resistenza popolare contro
l’invasore cinese[34]. Nel
XVIII° secolo, Dao Duy Tu redige un Manuale
dell’arte militare riservato ai generali, secondo un progetto
tripartito d’ispirazione confuciana: il Cielo (l’essenziale dell’arte
militare), la Terra (il combattimento), l’uomo (i generali, i soldati, il
terreno)[35]. 65.
Un trattato siamese Il
Siam è rappresentato dal re d’Ayodhya Ramathibodi II (inizio del XVI°
secolo) che fa compilare un Trattato
della guerra vittoriosa, il cui testo è andato parzialmente perduto in
seguito alle invasioni birmane.
I Birmani peraltro lo fanno tradurre. 66.
Il pensiero strategico giapponese Il
pensiero giapponese è poco conosciuto. A dire il vero, il suo contenuto
strategico sembrerebbe povero. Esso è dominato da scritti sull’arte della
sciabola e le arti marziali, ispirati dal buddismo zen e dal codice del
Bushido, miscuglio di scintoismo e confucianesimo. I maestri sono due
guerrieri divenuti mitici, Miyamoto Musashi e Yagyu Munenori. Il primo ha
lasciato scritti centrati sulla ricerca della vittoria, con degli esempi di
tattica, il secondo si dedica piuttosto ad una riflessione etica sull’arte
della guerra, che mescola influenze zen e taoiste e privilegia la dimensione
psicologica della strategia. Quest’ultima è rappresentata da un concetto,
che si traduce letteralmente con “fuori
e dentro”, che un commentatore contemporaneo considera l’equivalente
della strategia[36].
Esso mette in primo piano l’arte dell’inganno: “Bisogna
servirsi del falso per vincere il vero”. Musashi, nel Libro
delle cinque sfere, insiste sulla conoscenza del nemico. Il
riflesso dell’influenza cinese è stato determinante. Sun Tzu è
introdotto nell’arcipelago nel VII° secolo, probabilmente da
un’ambasceria cinese che ha portato in omaggio dei libri, ed è tradotto
non appena adottata la scrittura. L’opera incontra immediatamente un
grande successo, insieme agli altri classici cinesi. Ma bisogna attendere il
XVII° secolo per vedere comparire dei commentatori giapponesi di Sun Tzu:
Hayashi Razan, ideologo ufficiale del governo di Shogun (Sonshu
Genkai, spiegazione delle massime di Sun Tzu, 1626), Yamaga Soko (Sonshi
Genji, i principi delle massime di Sun Tzu, verso il 1670), Arai
Hakuseki (O Sonshi Heiho Shaku,
interpretazione dell’Arte della
guerra di Sun Tzu, verso il 1710), Ogyu Sorai (O
Sonshi Kokujikai, spiegazione di Sun Tzu in giapponese, verso il 1720)[37].
Nell’era Meiji questa passione non viene meno: le edizioni di Sun Tzu si
succedono, fino agli anni 1940, in attesa di conoscere una nuova moda a
partire dagli anni 1970, con Sun Tzu trasferito in campo economico. 67.
Il pensiero strategico indiano La
produzione indiana è sconosciuta, ma ciò non significa che sia
inesistente. L’opera più importante è l’Arthasâstra,
attribuita a Kautilya (III° secolo a.C.), trattato politico che contiene
parecchie sezioni sull’arte della guerra, in cui sono passate in rassegna
l’organizzazione dell’esercito, i preparativi e la condotta di una
campagna, le tattiche e gli stratagemmi. Esso “è
notevole per la cura riservata alla preparazione di una campagna, alla
logistica ed a tutti gli aspetti organizzativi... Arthasâstra non si
accontenta di enunciare una serie di stratagemmi, ma considera la guerra
sotto tutti gli aspetti, senza mai dimenticare l’articolazione tra i mezzi
e i fini”[38].
Malgrado ciò, non ha esercitato la stessa influenza del trattato di Sun
Tzu: “Sembra in ogni caso non aver
avuto nessun ruolo a partire dall’invasione dell’India del Nord da parte
dei mussulmani nel X° secolo”[39]
e la sua scoperta è passata inosservata in Occidente: ritrovato
all’inizio di questo secolo, non è stato tradotto che in inglese e si
attende ancora una traduzione francese dall’originale[40].
Esistono altri testi, in particolare il Dhanurveda,
il Veda dell’Arco, che è un vero e proprio trattato sull’arte della
guerra e l’Atharvaveda, che
raccomanda di usare esche e trappole per sorprendere il nemico. Troviamo
ugualmente varie informazioni in testi più tardivi, come il Nitisara
di Kamandaka (VIII° secolo), lo Yukti-Kalpataru
del re Bhoja di Dhara (XI° secolo), o il Manasollasa
del re Somesvara III (XII° secolo)[41].
Tutta questa letteratura deve essere ancora studiata. Per
molti aspetti il pensiero indiano si avvicina a quello cinese, ma non ha lo
stesso valore teorico: per la scelta del campo di battaglia, le procedure
tattiche devono coesistere con riti divinatori. SEZIONE
II : IL PENSIERO STRATEGICO OCCIDENTALE ANTICO 68.
Tattici e strategisti greci Dell’Antichità
greca non ci restano, in campo militare, che dei frammenti[42].
Non possiamo nemmeno dire con certezza che i Greci dell’epoca classica
abbiano composto dei trattati di tattica e di strategia. Secondo Vegezio,
gli Spartiati “furono i primi a
scrivere, basandosi sulla loro esperienza e sul risultato delle battaglie,
un trattato dei combattimenti... Furono i primi a far apprendere ai giovani,
con dei maestri d’armi che chiamavano tattici, la pratica della guerra e
le peripezie dei combattimenti”[43].
La filologia (studio critico dei testi) rivela che gli studi successivi
(bizantini) derivano da prototipi oggi perduti[44]. Enea
è il più antico e probabilmente il più importante di questi
tattici-strategisti. Visse nel IV° secolo a.C. e non sappiamo altro della
sua vita. Compose una enciclopedia militare in parecchi volumi (sui
preparativi della guerra, sull’intendenza, sull’arte di disporre gli
accampamenti) di cui ci è giunto solo quello dedicato alla poliorcetica. Il
suo trattato è stato molto letto, spesso nel compendio (perduto) di Cineo.
Come in Cina nella stessa epoca “la
guerra, come la dipinge Enea, è meno una prova di forza che di inganno: non
si cercano in generale gli stermini, né le lentezze di una guerra
d’usura, ma ci si sforza di trionfare col minimo sforzo; se si può
intimidire il nemico con delle «sortite» giudiziosamente organizzate, è
ancora meglio; in ogni caso, si fa affidamento su ciascun combattente per
trarre profitto spontaneamente, al momento opportuno, dalla situazione”[45].
Questa concezione si traduce nella preoccupazione di non dimenticare nulla
dei “ numerosi e svariati lavori”
che devono assolvere gli assediati “affinché
il fallimento non sia mai attribuito a loro”. Questa descrizione
dettagliata di segnali e controsegnali, di parole d’ordine, di guardie, di
sortite, anche di modi per segare una sbarra, dà al libro l’aspetto di un
catalogo di ricette. Dopo
Enea, bisogna saltare tre secoli per trovare un trattato. Asclepiodoto - I°
secolo a.C. - “non è un militare
di mestiere; s’interessa più alla nomenclatura e all’ordine logico che
alle realtà del combattimento”[46];
egli teorizza la falange e l’ordine di battaglia[47]
macedoni nel momento in cui spariranno davanti alle legioni che serviranno
da modello ai teorici successivi. Onosandro –I° secolo- “simpatico
greco, per nulla versato nell’arte militare, ci ha lasciato un trattatello
sul mestiere di generale d’armata” che “si
riduce a considerazioni morali e a oscuri consigli di prudenza, validi in
tutte le circostanze di guerra”[48].
Eliano - I° secolo - compone un’opera, dedicata a Traiano, con lo scopo
di facilitare la comprensione degli autori antichi, che avrà un grande
successo, come nel secolo seguente gli otto libri degli Strategemata
di Poliano, personaggio di cui non si sa molto: egli elenca 356 stratagemmi,
classificandoli non per temi, ma per personaggi (mitologici o storici) a cui
sono attribuiti; secondo Joly de Maizeroy, è solo uno “studioso,
che ha messo insieme delle massime senza ordine né discernimento”[49]. Ce
ne sono altri, di cui non restano tracce: sappiamo così che Pirro, il
celebre re dell’Epiro (quello delle vittorie pagate a caro prezzo),
scrisse un trattato citato da Frontino; che Filopomene, “l’ultimo dei
Greci”, avversario dei Romani, aveva letto la Taktika
di Evangelos; che Asclepiodoto s’ispira a Posidonio, se non lo copia
pedissequamente; che Eliano e Arriano riproducono una fonte comune, che
Alphonse Dain chiama la Techné
perduta... Questo
pensiero pratico, rivolto all’azione, spesso dovuto a dei tecnici,
completa la riflessione storica e strategica di Senofonte, Tucidide...che
tratta abbondantemente della guerra. I discorsi di Pericle e d’altri,
riferiti da Tucidide nella sua Storia
della guerra del Peloponneso, mostrano, senza nessuna ambiguità, che la
dimensione strategica era perfettamente recepita. Senofonte è il primo
autore ad aggiungere ai suoi studi storici con una riflessione teorica, a
dominante tattica nel suo Trattato
della cavalleria, a carattere nettamente strategico nella Ciropedia[50],
ritratto del conquistatore ideale, incarnato da Ciro. 69.
L’approccio pragmatico dei Romani I
Romani non hanno prodotto, salvo qualche eccezione, opere equivalenti. Il
colonnello Reichel ritiene che avessero un “pensiero
militare originale, molto profondo, come provano alcuni testi di Tacito“[51].
Certamente, la superiorità tattica e strategica delle legioni romane nel
corso di secoli non sarebbe stata possibile senza una dottrina militare
strutturata. Essa
però è prima di tutto frutto della pratica: Polibio racconta che i
candidati a funzioni pubbliche dovevano aver partecipato a dieci campagne
prima di sollecitare i suffragi dei loro concittadini[52].
Ma l’esperienza così acquistata è rimasta del tutto informale e non
sembra aver dato luogo ad una ricca letteratura specializzata. Esistono
tuttavia alcuni trattati di tattica e di strategia. Nel II° secolo a.C.
Catone, il celebre censore, ha scritto un De
Re militari, di cui nulla è rimasto. Polibio ha scritto una Taktika,
oggi perduta. L’autore più importante dell’Alto Impero è Frontino,
governatore di Bretagna, autore di un commento militare di Omero e di un
trattato militare, perduti ma utilizzati da Vegezio nel IV° secolo. E’
rimasta, invece una raccolta di Strategemata,
redatta tra l’84 e l’88, che costituivano un’appendice al trattato
perduto: 583 stratagemmi rigorosamente ordinati in sette libri, con uno
scopo pedagogico e pratico, con una chiara distinzione tra gli stratagemmi e
la strategia; la loro diffusione sarà durevole[53].
Arriano è l’erede dei tattici greci, ma anche console verso il 130: la
sua Ars Tactica oppone la tattica
greca e macedone alla tattica romana[54],
da lui messa in pratica con successo in una campagna contro gli Alani.
Dopo
Frontino, Arriano, Polieno e, un po’ più tardi, Giulio l’Africano
(autore di un’opera contenitore in cui si discetta tanto di medicina che
di tattica), questa tradizione greco-romana s’interrompe: passeranno tre
secoli “di cui non conosciamo né
nomi né opere di strategisti. C’è da stupirsi di questa mancanza totale
di curiosità nei confronti della letteratura militare (soprattutto in
un periodo di guerre e invasioni ricorrenti!).
A meno che, in assenza di progressi della tecnica, o di cambiamenti delle
usanze militari, la letteratura antica sia stata sufficiente ai lettori”[55].
Brian Campbell ne dà la colpa alla struttura del comando che ostacolava la
costituzione di una casta di ufficiali generali ben preparata: “I
Romani non avevano accademia militare, nè un processo istituzionalizzato di
preparazione alla disciplina, alla tattica e alla strategia, né mezzi
sistematici di valutazione dei candidati agli alti gradi”[56].
La questione non ha una spiegazione sicura. In
Occidente appare comparire, alla fine del IV° secolo[57],
un vero saggio militare, il De Re
militari, detto anche Epitoma Rei
militaris (riassunto di questioni militari), di Flavio Vegezio Renato,
compendio coscienzioso di tutti i suoi predecessori, che si propone di
rimediare a una evidente decadenza militare. Il primo libro è una
iniziativa dell’autore, ma corrisponde a un tale bisogno (l’arte delle
legioni è largamente perduta) che l’imperatore gliene ordina il seguito.
Anche se ci sembra piuttosto insignificante paragonato agli autori cinesi,
Vegezio è l’autore militare più importante che ci abbia tramandato
l’antichità occidentale[58].
Le “regole generali di guerra“
che figurano nel III° libro, “inaugurano
un genere che spiega il loro successo per
dei secoli: in poche righe, forniscono all’uomo d’azione un
insieme di regole semplici, suscettibili di assicurargli la vittoria.
Vegezio ha fondato la tradizione occidentale dei «principi della guerra»”[59]. La
seconda branca della teoria militare romana è costituita dagli storici.
E’ di gran lunga la più abbondante di volumi, è anche quella che si
legge più spesso. Il modello è Polibio, compagno di Scipione l’Emiliano,
vincitore di Cartagine nella Terza guerra punica. Ha composto delle Historie
di cui ci è giunta solo una piccola parte e che costituiscono uno dei
capolavori della produzione storica occidentale. Le operazioni militari vi
sono descritte con notevole precisione che testimonia una profonda
comprensione della tattica e della strategia[60].
Ma Polibio, anche se totalmente acquisito alla causa romana, è innanzitutto
di cultura greca. Dopo
di lui viene Cesare, uno dei rari maestri dell’arte della guerra ad essere
contemporaneamente stratega e strategista. Egli raggiunge la gloria e la
potenza con la sua vittoria nella guerra gallica e ne trae un’opera
capitale che incontra un successo immediato, al punto da suscitare un gran
numero di apocrifi (Guerra
alessandrina, Guerra Ispanica, Guerra Africana). I suoi commentari sulla
Guerra Gallica e sulla Guerra
Civile descrivono sia le operazioni militari che il contesto politico
(con un’arte consumata della deformazione storica) e la società gallica
in una prospettiva quasi etnologica. La precisione delle sue descrizioni è
tale da alimentare ancora la controversia a proposito di Alesia, poiché il
sito ufficiale di Alise Sainte-Reine sembra ad alcuni non concordare con il
racconto di Cesare. L’opera è interessante soprattutto per la
comprensione della grande strategia, cioè dell’articolazione tra la
politica e il militare. Cesare, sarà in Occidente, il modello del generale. Dopo
Cesare, vengono gli storici dell’impero, di cui il più importante è
Tacito, a lungo denigrato dalla storiografia tedesca al seguito di Mommsen
come impreciso e spesso inesatto nei suoi racconti. Una rivalutazione
recente ha contestato questo punto di vista e mostrato che Tacito era un
autore militare del tutto degno di stima: la sua Germania
fornisce delle informazioni preziosissime sulla strategia imperiale[61].
All’infuori di lui, possiamo spigolare altre informazioni, in cui la
mitologia e la storia possono talvolta confondersi, in Tito Livio, per
esempio, e qualche altro. 70.
Il pensiero bizantino | ||||||||||||||||||