| Institut de Stratégie Comparée, Commission Française d'Histoire Militaire, Institut d'Histoire des Conflits Contemporains |
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TRATTATO DI STRATEGIATraduzione italianadi Serenella CAVALLETTI
CAPITOLO
IV 120.
Dal pensiero all’azione Il
risultato di quest’immensa produzione letteraria è l’elaborazione di un
insieme di concetti, di formule, di esempi...che pian piano si accumulano
fino a costituire delle teorie e delle dottrine. Se la loro creazione e la
loro struttura sono relativamente facili da capire, in quanto sono il
risultato di un lavoro intellettuale classico, la loro diffusione e
trasformazione in dottrine sono molto più difficili da descrivere. Come
nascono e si sviluppano le culture strategiche? Il
problema non è fondamentalmente diverso da quello delle culture politiche o
da quelle popolari e potremmo ritrovare, nel nostro campo, l’eco della
grande controversia tra i partigiani dell’inconscio collettivo e quelli
delle idee chiare[1]:
per i primi, l’elaborazione delle culture deriva in definitiva da un
processo abbastanza misterioso, in ogni caso inafferrabile, che proviene da
correnti quasi spontanee: “l’aria del tempo” genera le grandi idee,
che progressivamente plasmeranno una cultura. Al contrario, per i secondi,
la trasformazione delle mentalità e delle credenze è anzitutto l’atto di
individui o di opere di riferimento, di cui si possa misurare, anche
imperfettamente, la diffusione. Il primo approccio vuol essere
diffusionista, mentre il secondo è incentrato sui grandi uomini, nella
fattispecie i grandi pensatori, la cui influenza sarebbe determinante per
l’evoluzione delle idee. Disputa
inesauribile, in strategia come altrove. Se si può conoscere la diffusione
delle opere di Clausewitz per la quantità delle sue edizioni e per i
commenti che ne sono stati fatti sulla stampa militare, è molto più
difficile determinare l’influenza esatta del maestro prussiano
nell’evoluzione dottrinale del XIX° secolo. Per una piccola élite che ha
lasciato tracce determinanti delle influenze subite, la maggior parte dei
lettori militari sono innanzitutto uomini d’azione, che non hanno lasciato
nessuna indicazione su ciò che hanno tratto dalle loro letture, supponendo,
naturalmente, che la maggioranza di essi siano stati grandi lettori. Il
problema si aggrava mano a mano che andiamo indietro nel tempo. Sun Tzu ha
impresso durevolmente la sua impronta sulla cultura strategica cinese. Se è
stato letto solo da un ristretto numero di letterati, il suo insegnamento
vive nella saggezza collettiva, attraverso i romanzi popolari, ed è
soprattutto con questo mezzo che la sua opera è stata ripresa da Mao
Zedong. In altre parole, l’approccio diffusionista e quello
individualista, lungi dall’escludersi, sarebbero piuttosto complementari.
Alcuni autori, ma anche uomini d’azione, propongono concetti, formule,
prima oralmente, poi sempre di più con degli scritti. I loro insegnamenti
saranno progressivamente divulgati, assimilati, trasformati, attraverso un
processo di cui percepiamo vagamente i meccanismi ma che è molto difficile
ricostruire con precisione. André
Martel ha proposto uno schema del passaggio dal pensiero all’azione che
qui riproduciamo. Come tutti gli schemi, è riduttivo e non tiene conto
della diversità dei caratteri nazionali o individuali ma, almeno, dà una
buona idea del processo d’elaborazione delle dottrine strategiche. Lo
sforzo individuale, puramente intellettuale, di un pugno di pensatori si
trasformerà in insegnamenti, centrati su idee generali, che forniranno agli
ascoltatori uno schema intellettuale di cui servirsi per l’elaborazione di
piani, istruzioni, regolamenti. Avviene così il passaggio progressivo dalla
teoria alla pratica, dalla riflessione pura ad un insegnamento didattico
rivolto a soddisfare le necessità del momento contingente. La
sola certezza è che questa produzione letteraria, succeduta
all’apprendimento empirico ed alla tradizione orale dei tempi antichi, sia
necessaria. La sua abbondanza, il fatto che sia stata praticata da eminenti
uomini d’azione, è una prova sufficiente che risponde ad un bisogno
reale. Costituisce una ricerca fondamentale da cui tutto deve derivare.
Esistono, certamente, individui eccezionali che giungono ad una padronanza
della pratica senza questo percorso
teorico, ma sono solo una piccolissima minoranza e il loro numero è
diminuito in concomitanza con la crescente complessità dell’arte della
guerra. 121.
Paradigma politico e paradigma militare Attraverso
tutta la storia del pensiero strategico, si scopre una oscillazione tra
quello che potremmo chiamare il paradigma politico ed il paradigma militare.
Il primo collega la strategia alla dimensione superiore, politica, alla
condotta generale della guerra, mentre il secondo si pone deliberatamente
nello stretto quadro dell’organizzazione della macchina militare e della
condotta delle operazioni. Questo
dualismo è stato teorizzato nel XX° secolo con la distinzione tra grande
strategia, o strategia globale, o condotta diplomatico-strategica... e
strategia operativa. Ma esisteva fin dall’apparizione del pensiero
strategico nel XVIII° secolo. Guibert ne è l’esempio più evidente: i
suoi due primi libri sono specificatamente militari, difendono un nuovo
sistema tattico; il Traité de la
force publique, in compenso, si situa su di un altro piano: annuncia
l’avvento della guerra nazionale e teorizza le conseguenze strategiche di
uno sconvolgimento politico. Ritroviamo
questo dualismo nelle due figure emblematiche della scienza strategica
contemporanea. Jomini è, per prima cosa, soprattutto un pensatore militare,
come attestano i titoli delle sue prime opere: Traité
de grandes opérations... e Histoire
militaire des guerres de la Révolution. Beninteso, questo non gli
impedisce di elevarsi ad un livello superiore: troviamo così nella sua
opera delle note sulla potenza marittima che prefigurano talvolta le tesi
del Mahan[2].
Ma si tratta solo di casi anomali. Al contrario, Clausewitz si preoccupa
costantemente di collegare la guerra ai suoi fini politici. L’eredità
di Jomini predominerà durante tutto il XIX° secolo. L’assioma della
separazione tra potere politico e autorità militare conduce al trionfo,
praticamente senza riserve, del paradigma militare fino al 1914: l’unica
preoccupazione, anche tra coloro che fanno appello a Clausewitz, è quella
della vittoria sul campo di battaglia, senza considerare i termini della
pace, che saranno negoziati in seguito dal potere politico. Vediamo tuttavia
rispuntare il paradigma politico nell’ultimo periodo del XIX° secolo,
quando alcuni autori prendono coscienza dell’avvento della guerra
industriale e ideologica. La dimensione politica ricompare così in un
autore come von der Goltz ne La
nation armée. Contemporaneamente, si sviluppa in autori secondari, che
non si possono ricollegare al pensiero strategico ma che immaginano dei
nuovi modelli di difesa. Il più illustre è il socialista Jean Jaurès con
la sua Armée nouvelle (1906). Il
periodo tra le due guerre è diviso tra le due tendenze, ma il paradigma
militare ha ancora la meglio, dal momento che il problema fondamentale è
l’assimilazione degli sconvolgimenti tattici (carro armato, aereo,
sommergibile) provocati dalla Prima Guerra mondiale. La vera rottura si avrà
dopo il 1945, con una restaurazione clamorosa del paradigma politico.
Restaurazione naturalmente legata all’avvento dell’arma nucleare, che
vieta di pensare il mezzo indipendentemente dagli scopi, e anche alla
diffusione delle guerre rivoluzionarie, la cui novità non risiede
nell’utilizzazione dei partigiani, già considerata all’inizio del XIX°
secolo dai teorici della piccola guerra, ma nell’intrinseco legame che Mao
Zedong e i suoi successori stabiliscono tra la dimensione politica e il
combattimento militare. Questo primato della politica è rimasto in vigore
fino ad oggi, anche se alcuni autori militari hanno cercato di far
sopravvivere un pensiero d’ispirazione tecnica che escluda la dimensione
politica. 122.
Ideologia e strategia Questa
riscoperta del paradigma politico riporta in primo piano la questione,
spesso ignorata, dei rapporti tra l’ideologia e la strategia. Ogni
conoscenza della strategia passa attraverso un chiarimento dei suoi
presupposti. Fino a tempi molto recenti, sono stati rari coloro che se ne
sono preoccupati. La conoscenza strategica era prima percepita come
fondamentalmente tecnica, la sua appartenenza all’ideologia globale della
società sembrava avere un’importanza minore. Bastava notare che
Clausewitz aveva subito l’influenza di Fitche e di Hegel perché sembrasse
logico ch’egli avesse letto i più grandi filosofi tedeschi della sua
epoca. Ma era un’eccezione, del resto viziata da un errore di base poiché,
se Clausewitz ha effettivamente molto meditato il pensiero del primo, non
sembra invece aver letto il secondo[3].
Per opere di approccio meno filosofico, una tale questione parrebbe priva
d’interesse, se non d’oggetto. Su
questo piano la storia del pensiero strategico ha conosciuto una delle sue
evoluzioni più notevoli nel corso degli ultimi decenni. Gli studi
disponibili l’hanno ampiamente liberato dal suo giogo dogmatico. Oggi
cogliamo meglio il contesto
ideologico in cui sono state elaborate le teorie, si sono sviluppate e
sono scomparse. Raimondo Luraghi ha messo in luce l’influenza di Tommaso
Campanella sul pensiero di Montecuccoli[4].
Il generale Poirier ha messo in relazione il pensiero di Guibert con
l’Illuminismo francese[5].
Oggi facciamo una differenza tra il significato tipicamente strategico delle
dottrine offensive popolari alla fine del XIX° secolo e l’ideologia
dell’offensiva che si era allora impadronita degli animi, al punto da
dimenticare i formidabili mutamenti che avvenivano intorno. La strategia
smette di essere una conoscenza elevata per ritrovarsi immersa nel suo
tempo. E’
un percorso di ricerca che si rivela vantaggioso, a condizione di seguirlo
con prudenza. E’ interessante sapere quali sono le influenze esercitate
sull’uno o l’altro autore, ma non basta stabilire che uno strategista
abbia letto l’uno o l’altro filosofo per dedurne che quell’influenza
abbia contribuito in modo significativo a formare il suo pensiero. Che
Montecuccoli abbia letto Campanella, che ne abbia tratto una certa visione
delle cose, è ormai incontestabile, ma qual’è stata l’incidenza
diretta dell’utopista italiano sulle concezioni strategiche del generale?
Queste non sono forse innanzitutto il risultato della sua esperienza
militare? Il colonnello Reichel sottolinea l’emergere, nella prima metà
del XVII° secolo, di un pensiero militare legato all’espandersi del
protestantesimo: Henri de Rohan è infatti uno dei capi del partito
protestante; ma, prima di lui, lo spagnolo Bernardino di Mendoza ha
sviluppato un pensiero altrettanto originale, in un contesto
specificatamente cattolico. Potremmo moltiplicare gli esempi. Alexis
Philonenko elimina tutti gli accostamenti effettuati tra Clausewitz e i
grandi pensatori tedeschi del suo tempo e conclude: ”Tutto
questo è molto superficiale. E’ vero solo che tutta la vita di Clausewitz
si colloca nel movimento che abbiamo stabilito di chiamare l’idealismo
tedesco”[6].
Le influenze esterne sono molteplici, esse si combinano talvolta fino ad
annullarsi e non devono, come fattori esplicativi, sostituirsi alla
riflessione e all’esperienza dello strategista, né fare di questa
riflessione un semplice riflesso di un’ideologia globale. 123.
Le scuole di strategia Oltre
alla inevitabile diversità delle correnti, che può portare, al limite, ad
identificare quasi tante tendenze quanti sono gli autori, è possibile
identificare, in modo molto schematico, tre grandi scuole che sono apparse
in successione ma che oggi coesistono: 1.
La scuola classica, centrata
sulla condotta della guerra, raggruppa tutti i sostenitori della concezione
tradizionale della strategia intorno ad un unico paradigma: la vittoria.
L’approccio è fondamentalmente volontaristico: la strategia è l’arte
del generale, la cui conoscenza da parte di un capo di talento o di genio o
la cui ignoranza da parte di un capo mediocre determinano il successo o
l’insuccesso. Questa scuola raggruppa tutti i grandi nomi del pensiero
strategico, dalla sua formazione fino all’epoca moderna, ed è ancora
vivace. 2.
La scuola neo-classica è
apparsa alla fine del XIX° secolo, quando il progresso degli studi
scientifici e la comparsa delle scienze sociali hanno portato ad una presa
di coscienza più netta dell’ambiente della strategia. Il paradigma resta
quello della vittoria, ma la guerra è ormai inserita in un orizzonte
conflittuale più vasto (strategia del tempo di pace e dimensioni non
militari) e il volontarismo è temperato dal riconoscimento di determinanti
quali la geografia e la storia militare, o da una misurata utilizzazione
delle discipline “civili”. Illustrata da grandi nomi, come
l’ammiraglio Castex nel periodo tra le due guerre, è stata molto
brillante anche nel corso degli ultimi decenni: citiamo soltanto Bernard
Brodie negli Stati Uniti o il generale Beaufre in Francia. 3.
La scuola moderna (infra cap. VI°)
si è veramente sviluppata solo dopo il 1945. Il paradigma della vittoria
viene abbandonato, la strategia tende ad essere trattata come una scienza
sociale non più limitata al solo campo
del conflitto e le cui finalità sono infinitamente più varie della
ricerca della vittoria. Questa nuova strategia è essenzialmente opera di
ricercatori civili, ma vi si interessano anche i militari. Il problema è di
distinguere tra coloro che hanno effettivamente rinnovato la teoria
strategica, come Thomas Schelling negli Stati Uniti o il generale Lucien
Poirier in Francia, e coloro che si accontentano di rivestire con un
discorso pomposo delle idee fruste, spesso accompagnate da un gergo
incomprensibile per dissimulare il vuoto del pensiero. L’incertezza
che oggi grava sulla strategia non è altro che il riflesso di quella che
grava sull’insieme del sistema sociale in un secolo che ha conosciuto
sconvolgimenti di ampiezza inaudita, senza precedenti, su questa scala e a
questo ritmo, nella storia dell’umanità. L’ambiguità non proviene
soltanto dall’insufficienza della riflessione, essa è insita nella realtà
stessa il che vuol dire che l’idea di una grande teoria unificata della
strategia rischia molto di rimanere un sogno irraggiungibile. SEZIONE I: TEORIA E DOTTRINA124.
I due rami della scienza strategica I
concetti e le tassonomie sono il risultato del pensiero strategico, della
strategia come scienza; questa è una applicazione pratica, una
conoscenza al servizio dell’azione, della strategia come arte. Non c’è
nessun esempio di studioso di strategia che si sia dedicato ad una
riflessione incorporea, puramente speculativa, senza esservi stato
costretto. Herbert Rosinski, che si avvicina di più al modello
dell’intellettuale puro, ha cominciato lavorando per la Kriegsmarine ed è
divenuto uno spettatore scettico solo dopo l’esilio. In strategia come
altrove, la marginalità è raramente il risultato di una libera scelta. Ma
questo sapere volto all’azione non sfugge alle comuni regole della
conoscenza. Può e deve innalzarsi al di sopra delle situazioni concrete,
immediate, per giungere a un grado di generalizzazione e d’astrazione che
permetta di verificare la validità dei concetti e degli strumenti di
analisi. La scienza strategica si decompone così in due rami ben distinti
che già Foch chiamava teoria e dottrina[7]. SOTTOSEZIONE I: TEORIA125.
Oggetto della teoria La
teoria mira ad un approfondimento dei concetti e dei metodi di portata
globale
per giungere ad un sapere universalmente utilizzabile, indipendentemente
dalla geografia e dalla storia. Il generale Poirier, che è oggi uno di
coloro che procedono più avanti in questa ricerca teorica, è convinto
dell’esistenza di un certo numero di invarianti
essenziali che possono definire una teoria unificata[8]. Per
quanto determinata da fattori congiunturali, dal luogo e dal momento,
l’azione strategica non è contingente a tal punto che, sotto le sue
trasformazioni storiche e cronachistiche, non persistano degli invarianti, o
non si ripetano, con una certa frequenza, fatti e fenomeni che sono gli
elementi costitutivi della sua natura congenita. Sono questi che la teoria
deve trovare. Le
battaglie di Maratona e della Marna, quelle di Salamina e di Leyte, hanno
pochi punti in comune, ma abbastanza perché i teorici e gli operatori le
pensino ugualmente come le trasformazioni di una stessa essenza strategica,
che attraversa la storia con degli attributi invarianti[9]. Il
numero e la natura di questi invarianti sono molto difficili da determinare.
Le stesse funzioni, gli stessi bisogni possono avere risposte molto diverse
secondo le società. Per esempio, l’idea di contare è universale, ma
troviamo popoli per i quali un sistema unico di numerazione è assurdo: non
è possibile contare nello stesso modo uomini, animali od oggetti inanimati,
per cui si usano sistemi di calcolo diversi. D’altra parte, forme simili
possono rispondere a funzioni radicalmente diverse: le piramidi d’Egitto e
del Messico si assomigliano perché è più semplice costruire un edificio
più largo alla base che alla sommità, ma esse non svolgono le stesse
funzioni e il tentativo di confrontarle è privo di senso. La guerra non fa
eccezione a questa regola. Al contrario, è molto spesso ritualizzata o
codificata all’estremo e la logica della sua condotta è ben lontana da
rispondere sempre ai canoni della razionalità strategica. Questo
problema rende l’elaborazione di una teoria unificata molto difficile.
L’Occidente ha recentemente riscoperto gli insegnamenti del primo grande
maestro del pensiero strategico, Sun Tzu. Formulati in termini molto
generali, i suoi aforismi hanno un valore universale. Nello stesso tempo,
non consideriamo una parte dell’insegnamento del maestro, adatto solo
all’ambiente cinese, nel quadro della filosofia mohista e del suo
conflitto con le due grandi correnti antagoniste che formeranno il pensiero
cinese, il legismo e il confucianesimo. Questa
constatazione non proibisce necessariamente la ricerca d’invarianti. Senza
entrare nella controversia teologica sulla natura del genere umano, è
evidente che le società umane pervenute ad un certo grado di complessità
hanno quasi sempre le stesse preoccupazioni: la protezione del gruppo,
l’accrescimento della sua ricchezza o della sua potenza....altrettanti
elementi che creano una politica estera, che si tratti di una città, di un
impero o di uno Stato-nazione. Nello stesso tempo, la guerra è universale e
non si conoscono esempi incontestabili di società in contatto con altre che
non abbiano mai conosciuto la guerra o almeno la tentazione della guerra.
Non c’è bisogno di aderire alle teorie etologiche di Konrad Lorenz o di
Robert Ardrey
sull’aggressività interna alla specie, caratteristica dell’uomo[10],
per constatare questo insegnamento della storia[11],
che ha così scarse eccezioni da dover essere considerato come regola. La
nascente dottrina sovietica ne ha dato una prova a
contrario. Mikhail Frounze aveva iniziato, negli anni ‘20,
l’elaborazione di una dottrina strategica adatta alla “struttura
sociale dello Stato socialista”, fondamentalmente diversa dalla
strategia capitalista. Egli impose questa concezione contro Trotski che, “credeva
che esistesse una scienza militare altrettanto valida per i capitalisti che
per i proletari”. Con il passare del tempo e la decomposizione
dell’ideologia comunista, il fallimento appare palese: nella retorica
staliniana, troviamo i classici principi di offensiva, manovra, sorpresa...
e l’eredità del pensiero militare della Russia imperiale è onnipresente.
Già, al tempo di Stalin, Raymond Garthoff constatava che
“il marxismo-leninismo ha
esercitato una relativamente scarsa influenza diretta sulla dottrina
militare sovietica in se stessa e non esiste una
nuova scienza militare staliniana”[12]. 126.
Funzioni della teoria Un
politologo contemporaneo definisce così la teoria: essa “è
almeno uno schema, un programma per registrare, classificare e, infine,
organizzare dei dati e delle conoscenze. Non potendo sempre avere una
capacità di previsione, può avere almeno quella di poter organizzare ed un
valore critico”[13].
Possiamo raggruppare le funzioni della teoria intorno a tre assi, modellati
sulle funzioni del linguaggio[14]. C’è
anzitutto la funzione di espressione.
Il passaggio al testo scritto non è un semplice cambio di supporto, esso
obbliga il suo autore ad uno sforzo di rigore e di astrazione di cui il
profano può difficilmente farsi un’idea; ma tutti coloro che hanno
scritto un testo più o meno elaborato sanno quante idee, che appaiono
chiare nella mente, si rivelano difficili da mettere sulla carta. La
scrittura evidenzia le lacune, le imprecisioni, le contraddizioni del
pensiero. Salvo che in soggetti eccezionali, le osservazioni sperimentali
possono arrivare a generalizzazioni teoriche solo dopo un passaggio
attraverso il testo scritto, che obbliga a precisare i concetti ed a
considerare le loro implicazioni. Se molti grandi capitani hanno tratto
dalla loro esperienza delle riflessioni scritte (senza pensare sempre a
pubblicarle), è perché ne hanno colto la necessità. Certamente, non tutti
l’hanno fatto, sia perché non ne avevano il tempo (Napoleone ha condotto
la campagna d’Italia a 26 anni e in seguito non ne ha avuto più il tempo,
fino all’esilio di Sant’Elena, quando ha dettato dei testi che
meriterebbero di essere studiati di più), sia perché non avevano la
vocazione (o il talento) per la scrittura. Ma non possiamo fare a meno di
notare che i militari scrivono più volentieri dei diplomatici o degli
uomini di Stato, il che suggerisce che sentano più forte il bisogno di una
teoria. La funzione d’espressione, è la teoria strategica in sé stessa,
a beneficio di chi la elabora. Viene
poi la funzione di comunicazione,
con cui il Maestro trasmette il suo sapere, sia a particolari discepoli,
secondo la regola dei tempi antichi, sia ad anonimi lettori, come più
spesso avviene nell’epoca moderna. Questo insegnamento, che è stato
prevalentemente orale (non è impossibile che i libri di Sun Tzu o di Sun
Bin, che si presentano sotto forma di aforismi o di dialoghi, siano delle
note raccolte dagli allievi), è in seguito divenuto scritto, per
assicurare, contemporaneamente, la perennità della trasmissione e la fama
del teorico. L’ultima
è la funzione di rappresentazione
che immagina delle configurazioni strategiche ancora inesistenti. Questa
dimensione è legata a trasformazioni socio-politiche che portano ad un
mutamento dell’arte della guerra. Guibert ha così intravisto, alla fine
del XVIII° secolo, l’avvento della guerra di massa prima che le guerre
della Rivoluzione e dell’Impero non l’avessero dimostrato. Questa
funzione ha assunto un’importanza crescente con l’accelerazione dei
cambiamenti tecnici. In un mondo sempre più complesso, lo stratega ha
bisogno, più che mai, del sostegno della teoria. Come dice il generale
Poirier: Malgrado
le sue carenze, la teoria è necessaria. Inizialmente, in forma descrittiva:
per ordinare il nostro sapere sui fenomeni conflittuali e la natura della
strategia; per definire i concetti del pensiero; per discriminare gli
invarianti e i fattori di evoluzione.....In seguito, in forma normativa, la
teoria è necessaria per aiutare gli operatori a decidere, per enunciare
correttamente, nel loro ordine e precisandone i reciproci legami, le
questioni principali della strategia di oggi e di domani: quali scopi ha
l’azione strategica, che fare e perché[15]? 127.
Finalità della teoria : idealismo e realismo Ci
si scontra allora col problema della finalità della teoria, posto con
chiarezza da Herbert Rosinski. Lo
scopo della teoria militare e navale è forse di riprodurre i fatti come
mediamente si presentano o invece è il disegno di scoprire, dietro i fatti,
le tendenze profonde che li determinano? In altri termini, il suo carattere
“idealista” o “realista”? E’ la guerra com’è o come dovrebbe
essere? Se ci limitiamo alla prima concezione, il pericolo che essa sia mal
compresa è minore, ma lo stesso si può dire della precisione delle lezioni
che dà: se, al contrario, ci atteniamo alla seconda concezione, come nel
caso di Clausewitz, il pericolo di essere mal compresa è infinitamente più
grande, ma , in compenso, la facoltà d’analisi che dà è infinitamente
più profonda[16]. L’approccio
“realista” porterà a mettere l’accento sulla diversità dei casi
particolari, la sua capacità di generalizzazione e d’astrazione sarà più
debole, la teoria si trasformerà in storia, mettendo l’accento sulle
classificazioni piuttosto che sugli invarianti. L’approccio
“idealista” è più ambizioso, anche più difficile, esige una grande
precisione nell’uso dei concetti, intesi come idee generali ma non
assolute. Esso mette in luce, oltre la diversità rivelata dall’esperienza
storica, un’essenza che servirà da punto di riferimento alla teoria.
Clausewitz, giunto all’ultimo stadio del suo pensiero, aveva riconosciuto
l’esistenza di due forme di guerra, poiché il confronto costante della
teoria con gli insegnamenti dell’esperienza (personale o storica) gli
aveva fatto capire che il concetto di guerra
assoluta, a cui era precedentemente arrivato, non rendeva l’idea della
totalità delle guerre reali, ma
aggiungeva: La
teoria deve ammettere tutto questo, ma il suo dovere è di dare il primo
posto alla forma assoluta della guerra, come a un punto di riferimento, in
modo che chi vuole imparare qualcosa in teoria si abitui a non perderlo mai
di vista[17]. Il
suo discepolo Rosinski ha trasferito il suo insegnamento alla strategia
marittima: Una
teoria “idealista” sottolineerà fortemente il fatto che il dominio del
mare è l’unico concetto da cui può essere sviluppata una teoria
“assoluta” completa e soddisfacente della guerra navale, anche se questo
scopo non è in pratica sempre raggiunto[18]. Il
problema decisivo è allora di conciliare quest’esigenza teorica con
quello che il generale Poirier ha chiamato “il
pragmatismo statutario” dello strategista[19],
di elaborare una teoria che non sia scissa dalla realtà, che conservi un
valore operativo. La teoria strategica deve essere accompagnata da una dose
di empirismo. Deve simultaneamente, secondo la formula suggestiva di Raymon
Aron, “pensare, lucidamente, il
concetto di guerra e le realtà della guerra”[20]. 128.
Livello della teoria La
teoria presuppone uno sforzo di riflessione sui concetti e sui metodi che
pochi autori effettuano. E’ quindi necessario, all’interno della
distinzione fondamentale tra teoria e dottrine, fare delle classificazioni
più precise. Distingueremo
dunque la teoria strategica
dall’analisi strategica, in
funzione del livello di raffinatezza del pensiero. Per semplificare, diremo
che il teorico ambisce a fare un’opera creativa, a produrre una
riflessione sistematica e originale, mentre il commentatore si limita allo
studio di una situazione data o all’esegesi di uno o più teorici. Così,
diremo che Jomini, Clausewitz, Mahan, Corbett, Castex, Fuller, Liddell Hart,
Douhet, Beaufre, Poirier, Schelling.... sono dei teorici, mentre Caemmerer e
Mordacq, che commentano gli autori del XIX° secolo, Puleston e Lepotier,
che continuano l’opera di Mahan e Castex, Vauthier e Alléhaut, che
presentano l’opera di Douhet, e gli innumerevoli autori che dedicano
monografie a problemi particolari o sui teatri d’operazioni, sono degli
analisti. Questa
distinzione, che sembra semplice e pratica, pone, in realtà, dei terribili
problemi. Bernard Brodie ha presentato i suoi libri di strategia marittima
come un semplice aggiornamento delle teorie di Mahan[21];
a questo titolo, è un analista; in realtà, il suo aggiornamento è una
revisione fondamentale, che libera il mahanesimo dal suo involucro dogmatico
ed ha consoderevoli implicazioni teoriche, per cui dobbiamo, senza esitare,
classificarlo tra i teorici. Infatti,
non esiste una separazione netta tra teoria e analisi. Come in teologia e in
filosofia, commentare i fondatori può avere come risultato un rinnovamento,
o addirittura una rivoluzione, poiché non si costruisce un’opera dal
nulla, ma si prende spunto dai predecessori. Il criterio fondamentale, qui
come altrove, è quello del talento al servizio di un progetto. Possono
esserci commentatori di grande talento, ma il cui progetto è nettamente
delimitato. In senso inverso, possono esserci pseudo-teorici la cui capacità
non è commisurata alle ambizioni stesse. Possono esserci anche teorici di
provato valore intellettuale le cui costruzioni non resistono alla prova dei
fatti, l’ammiraglio Aube ne è un esempio lampante. Tutti questi elementi
fanno si che, se la letteratura è immensa, la “strategoteca” di base si
riduca alla fine ad un numero minimo di autori. I grandi teorici sono rari,
per definizione, come i grandi generali. Detto
questo, se la lettura è indispensabile, non è però sufficiente, salvo per
chi si dedica alla pura riflessione nella sua “torre d’avorio”. Non
sono sempre le opere più profonde, le più importanti, ad esercitare la
maggior influenza: Clausewitz ha subìto la concorrenza di Willisen per una
generazione, Corbett è stato oscurato da autori oggi non più letti, i
libri del generale Poirier hanno una modesta diffusione... E’ una realtà
di cui bisogna tenere conto. SOTTOSEZIONE II: DOTTRINA129.
Definizione della dottrina La
dottrina “deriva da una scelta
fatta tra la pluralità delle teorie esistenti. Essa ne estrae una
rappresentazione ed una concezione privilegiata dell’azione”[22].
Essa vuol essere locale e non
globale, adatta ad un dato ambito
nazionale o tecnico, ed ha una finalità pratica: “I
principi ispiratori, una volta formulati, servono da guida
nell’elaborazione delle decisioni pratiche da prendere”[23].
Essa è, in qualche modo, verificabile sul terreno: la prova delle armi deve
confermarla o infirmarla. Mordacq
la definisce come “un insieme di
convinzioni ragionate sull’uso delle masse armate” che devono dare
una ispirazione comune ai comandanti. “Con
le masse considerevoli che hanno gli eserciti moderni, non si potranno
ottenere risultati pratici che sottomettendo le loro operazioni a concezioni
semplici”[24].
La sua definizione è limitata alla strategia operativa. Quella, più
recente, dell’Enciclopedia militare sovietica è molto più complessa: “Sistema
di punti di vista adottati da uno Stato per un periodo di tempo dato, basato
sull’essenza, gli obiettivi e la natura di una futura possibile guerra,
così come sulla preparazione del paese e delle Forze armate a questa guerra
e sui mezzi per condurla”[25].
Gli Stati Uniti forniscono un’integrazione che prende atto dello
sconfinamento della strategia dalla cornice tradizionale della guerra: la
dottrina è la guida per “condurre
le guerre e le operazioni diverse dalla guerra”[26].
Essa dice quel che si deve fare e come. Un recente orientamento tende ad
opporla al concetto (Concetto strategico della NATO; Concetto di impiego
delle forze in Francia): il concetto direbbe quello che bisogna fare e la
dottrina come. L’utilità di una simile dicotomia non è affatto evidente. Il
dibattito dottrinale dovrebbe normalmente concludersi con l’adozione di
una dottrina ufficiale imposta agli esecutori ed espressa con delle
istruzioni o in pubblicazioni che vanno dal regolamento al libro bianco. Le
Forze armate americane pubblicano regolarmente dei testi dottrinali:
l’Army ha così la serie dei FM 100, di cui il più noto è il FM 100-5,
regolarmente revisionato (1954, 1963, 1976, 1982, 1986, 1993), che ha avuto
negli anni ‘70, un celebre complemento con l’Airland
Battle. La Navy è passata dalla Maritime
Strategy a From the Sea.
Oggi, i Combined Chiefs of Staff
mettono l’accento sulle Joint
Operations: la versione del 1993 era qualificata come “authoritative
but not directive”; la revisione del 1995, rafforzata, è divenuta “authoritative”,
cioé “deve essere seguita salvo in
caso di circostanze eccezionali che lo impediscano”. In senso inverso,
le pubblicazioni del Naval Doctrine Command si presentano come “conceptual....not
directive”[27].
Il dibattito è eterno tra coloro che sottolineano la necessità di regole
generali e coloro che raccomandano di adattarsi alle circostanze, tra
razionalisti ed empiristi. 130.
Rapporti della dottrina con la teoria I
due rami della scienza strategica sono legati: la
dottrina contiene una teoria, cosciente o no, esplicita o nascosta. Ma
non si sviluppano nello stesso modo, almeno nell’epoca contemporanea.
Potremmo dire che la teoria è fondamentalmente cumulativa, essa sfrutta
tutto l’apporto degli autori precedenti, dei concetti e dei metodi che
essi hanno definito, per perfezionarli ed arricchirli; al contrario, le
dottrine sono alternative, procedono in modo discontinuo, senza sentirsi
legate alle precedenti o a quelle sviluppate altrove, anche se, nei fatti,
le rotture sono rare ed assistiamo, più spesso, ad evoluzioni lente e ad
imitazioni. Conseguenza
logica, i modi espressivi sono diversi. Cercando di astrarsi dal suo
contesto immediato, la teoria strategica è innanzitutto un pensiero aperto.
Anche i regimi dittatoriali più ossessionati dalla segretezza non si
oppongono, in generale, alla diffusione di lavori teorici che non
compromettano il segreto della difesa. Il dibattito strategico non è mai
cessato nei momenti peggiori della Russia staliniana, attraverso riviste
spesso consultabili in Occidente; lo stesso è avvenuto nel Terzo Reich. Al
contrario, le dottrine sono molto più opache, l’osservatore esterno non
vi accede che attraverso le opere o gli studi generalmente scritti da autori
che non appartengono, o non più, al circuito decisionale e che dunque non
hanno sempre accesso alle informazioni più recenti. E’ attraverso le
memorie di Stato maggiore, le istruzioni generali, i rapporti confidenziali
che si può meglio cogliere la dottrina piuttosto che attraverso gli scritti
pubblicati, spesso incompleti o poco chiari. 131.
Funzioni della dottrina A
differenza della teoria (o piuttosto dell’ideale-tipo della teoria), la
dottrina non è mai neutra, essa è apertamente governata dal principio di
efficacia. Essa deve essere applicata sia all’interno che all’esterno. All’interno,
la dottrina ha lo scopo di creare una comunione di pensiero in vista
dell’azione. “Da una stessa
maniera di guardare risulterà una stessa maniera di vedere. Da questa
maniera comune di vedere uno stesso modo di agire. Questo diventerà presto
istintivo”[28].
Per secoli, essa ha avuto la funzione di definire l’impiego di armi le cui
caratteristiche non cambiavano da un paese all’altro. Essa era dunque
strettamente operativa e abbiamo visto che Clausewitz eliminava dalla
riflessione strategica tutto quello che riguardava la preparazione della
guerra (supra n° 43). Il suo campo era ben delimitato ed evolveva molto
lentamente, come ha notato Bernard Brodie: I
progressi della tecnica, che cominciarono il loro sviluppo dalla metà del
XIX° secolo interessavano le armi che avevano solo un’importanza tattica.
Il cannone di marina, anche se fece dei progressi straordinari nei trenta o
quaranta anni che seguirono il 1850, in fin dei conti restò sempre lo
stesso strumento dal punto di vista strategico: cioè uno strumento che
serviva a scambiarsi dei colpi di cannone da una nave all’altra. Fu solo
con il sommergibile, il bombardiere e, soprattutto la bomba atomica, che
apparvero dei mezzi il cui significato era ugualmente importante sia
strategicamente che tatticamente[29]. Con
questa accelerazione del progresso tecnico, la dottrina non deve definire
solo l’impiego delle armi, ma deve prima dire quali armi scegliere.
Contemporaneamente, deve assegnare un ruolo alle componenti logistica e
sociale, che diventano decisive nell’epoca della guerra totale. La
dottrina contemporanea cessa di essere unilaterale, centrata sulla sola
dimensione operativa, per inglobare tutte le dimensioni della strategia. Questa
funzione interna si è arricchita, oggi, di una doppia funzione
declaratoria. La prima è un segnale nei confronti degli alleati e dei
clienti. La dottrina è proposta come modello. Il generale Francart ha ben
evidenziato questo aspetto, completamente trascurato in Francia, dove le
Forze armate cominciano appena a prendere coscienza del loro deficit
dottrinale. Il
fatto di disporre di una dottrina è un fattore per influenzare sicuramente
i paesi che costituiscono le nostre zone d’interesse strategico. Da una
decina d’anni, le Forze armate americane diffondono la loro dottrina nel
mondo, organizzano incontri, conferenze, simposi per farla conoscere.... Il
più delle volte d’accesso non riservato, questa letteratura impregna le
menti delle altre nazioni, influenza la loro visione degli scontri futuri ed
aggiunge alla superiorità materiale una supremazia concettuale[30]. Ma
la definizione ufficiale delle condizioni di impiego delle forze è anche
un segnale rivolto al (ai) nemico (nemici) potenziale (potenziali). I
ricercatori americani hanno particolarmente insistito su questa funzione
declaratoria della dottrina, smisuratamente amplificata nell’era nucleare.
Essi hanno evidenziato il fatto che “le
caratteristiche offensive, difensive o dissuasive delle dottrine militari
possono influire sulla probabilità e sull’intensità della corsa agli
armamenti e delle guerre[31].
Una tale proposta è accettabile solo a condizione di ricordarsi che non
esiste causalità meccanica tra questi diversi fenomeni, e solo per il XX°
secolo: per i periodi precedenti, le dottrine strategiche sono troppo poco
formalizzate per avere un impatto politico significativo. 132.
Dottrina e sistema di forze La
necessità di una dottrina non è avvertita ovunque. Tra i molti adepti del
primato del materiale, domina la convinzione che quest’ultimo detti legge,
rendendo inutile la codificazione di una strategia che s’imporrebbe, in
qualche modo, spontaneamente. Il sistema di forze esistente basterebbe a se
stesso. L’invenzione della staffa ha reso inevitabile la supremazia della
cavalleria, che è finita con l’invenzione dell’arma da fuoco, i cui
progressi, nell’epoca moderna, hanno provocato il passaggio dallo
schieramento in profondità alla linea sottile; la mitragliatrice ha
eliminato le dottrine offensive nel 1914, come il carro armato e l’aereo
hanno fatto fallire la dottrina difensiva del fronte continuo nel 1940... In
altre parole, gli sconvolgimenti strategici e tattici sono preceduti da
quelli tecnici. Questo
stato d’animo è comunemente molto diffuso, talvolta incoraggiato da una
gerarchia che vede nella controversia dottrinale un fermento di disordine
(la Marina francese ha conservato un brutto ricordo degli eccessi della
Jeune École). Ma esso dimentica il dato di base: le
armi non valgono che per l’uso che se ne fa. Uno dei maestri della
scuola materiale, il generale Fuller, l’ha giustamente rilevato: “Gli
elementi dell’armamento sono costituiti, da una parte, dalla potenza e dai
limiti delle armi, dall’altra dalle organizzazioni che li mettono in atto”[32].
Ora, queste organizzazioni spesso esitano a rimettere in causa procedure già
collaudate a vantaggio d’innovazioni che raramente vanno avanti senza
tentennamenti e che sono facilmente considerate come avventurose, se non
talvolta come contrari all’etica bellica (infra n° 171). E’ essenziale
che il nuovo strumento trovi il suo impiego, che s’inserisca in un
ambiente globale. E’ il ruolo della dottrina definire questo impiego,
questa collocazione nell’organizzazione. L’artiglieria
fornisce un buon esempio. E’ l’arma tecnica per eccellenza e i primi
trattati che le sono dedicati da François Blondel (L’Art
de jetter les bombes, 1686), da Surirey de Saint-Rémi (Mémoires
d’artillerie, 1697), da Bernard Forest de Belidor (Le
Bombardier français, 1731), da Guillaume Leblond (L’Artillerie
raisonnée, 1771-1776), la considerano solo sotto questo punto di vista:
si tratta di determinare delle tavole di tiro, la forma della camera di
combustione, il diametro e il peso delle palle... Ma non si parla affatto
dell’impiego tattico dell’arma, cosicché alla fine dell’Ancien Régime,
malgrado la rivoluzione tecnica di Gribeauval, “non
c’è ancora una tattica d’artiglieria”[33].
Essa sarà elaborata, in modo empirico, durante le guerre della Rivoluzione
e dell’Impero, con dei praticanti come il generale Drouot, che metteranno
a punto la concentrazione del fuoco, la riserva
d’artiglieria.......L’artiglieria francese della fine dell’Impero avrà
così un’efficacia molto maggiore rispetto al 1789, con lo stesso
materiale. Osserviamo lo stesso fenomeno durante la Prima Guerra mondiale.
L’artiglieria è divenuta l’arma principale, ma gli interminabili tiri
di preparazione, che possono durare fino ad una settimana, non permettono di
ottenere lo sfondamento: il terreno sconvolto impedisce una rapida
progressione. Si legge spesso che una innovazione tecnica, il carro armato,
ha permesso di superare il blocco. Ma i primi sfondamenti sono stati
ottenuti dai Tedeschi nel 1917 e 1918 senza l’apporto dei carri armati, né
di altre innovazioni tecniche, semplicemente con un nuovo utilizzo dei mezzi
esistenti: il colonnello Brüchmuller immagina una nuova tattica
d’artiglieria, con una preparazione intensa, ma breve, e degli sbarramenti
mobili, che “stordiscano” l’avversario senza rendere impraticabile il
terreno. Nelle prime battaglie dove è impiegato, il carro armato ha un
rendimento variabile, sia per le sue limitazioni tecniche (bassa velocità,
mancanza di affidabilità) che per la mancanza di una dottrina di impiego
ben definita[34].
Tra le due guerre ci saranno furiose discussioni: il carro armato è uno
strumento di rottura, come sostengono i suoi propagandisti, o uno strumento
d’accompagnamento della fanteria, come dice la dottrina francese? E, nel
primo caso, si deve usare da solo (Fuller), con la fanteria motorizzata
(Liddell Hart), o con dei distaccamenti interforze (Guderian)? Dalla
risposta a queste domande, come anche dalle caratteristiche dei materiali,
dipende l’efficacia dell’arma. Nel 1940, l’esercito francese aveva lo
stesso numero di carri armati della Wehrmacht, e spesso di qualità migliore[35],
ma era carente la dottrina d’impiego. E’
sbagliato credere che il materiale sia l’antitesi dell’idea. Al
contrario, maggiore è
l’investimento materiale, più esso deve essere seguito
dall’investimento intellettuale. Ciò è vero in particolare
nell’epoca contemporanea, in cui quelli che decidono sono costantemente
obbligati a fare delle scelte, che non sono il risultato di una valutazione
oggettiva delle possibilità dei materiali in competizione, ma piuttosto
delle loro concezioni a priori.
Il ritardo tecnico non è solo conseguenza di una mancanza di mezzi,
proviene anche da una sclerosi intellettuale. La Marina francese, nel 1914,
era ampiamente surclassata da quella tedesca. E tuttavia, dal 1880 al 1914,
la Francia ha speso quanto la Germania per la sua Marina: non è per
mancanza di mezzi o per ignoranza delle innovazioni straniere che il
Consiglio d’Ammiragliato ha aderito alla formula della corazzata dreadnought
con parecchi anni di ritardo. La constatazione è identica per le Forze
armate francese, britannica o americana nel periodo tra le due guerre[36].
L’atteggiamento della classe dirigente, sia politica che militare, è
spesso determinante: nel XVIII° secolo alcuni autori si sono mobilitati per
la conservazione della picca, come alcuni generali britannici hanno chiesto
quella della lancia per la cavalleria, alla fine degli anni 1920. All’inverso,
i sostenitori di un approccio “individualista” sostengono che
l’energia in combattimento, per gli esecutori, e la comprensione di una
situazione che è sempre particolare, per i comandanti, sono fattori di
successo più determinanti delle dottrine a
priori. Foch non ha forse detto, nel 1914: “Ora
dovrete dimenticare quello che vi ho insegnato”[37]?
Una tale conclusione andrebbe molto d’accordo con l’insegnamento di
Clausewitz sul ruolo del caso e della fortuna in guerra. A questa critica è
già stato risposto: la condotta di grandi masse, di sistemi complessi, non
si improvvisa. E anche quando si trova al comando un genio, una dottrina
comune è il mezzo migliore per assicurare una buona comprensione dei suoi
ordini. Bisogna ricordare che alla morte di Turenne, ucciso a Salzbach da “una
pallottola forgiata da tempo immemorabile” i suoi luogotenenti furono
incapaci di continuare la sua manovra[38]? 133.
Dottrina ufficiale e dottrine critiche Come
molte discussioni intellettuali, le controversie dottrinali si trasformano
spesso in dispute in cui l’interesse nazionale tende ad essere offuscato
da considerazioni corporative, se non personali, o per l’intervento di
gruppi di pressione. Ognuno difende il “suo” sistema che diventa un fine
in sé: l’oggettività cede il posto alla polemica, tanto più furiosa
quanto il sostenitore dell’arma o del nuovo procedimento o, all’inverso,
il guardiano dell’ortodossia è in buona fede e convinto di essere
depositario della verità. Non è rara la falsificazione di documenti:
quando Napoleone ricevette, nel 1804, la relazione della battaglia di
Marengo, egli ”la modificò in
tutti i sensi, testo e tavole, ordinò di distruggerla e di buttare nel
fuoco tutti i documenti
storici, che, contrari al suo modo di vedere, erano serviti a
comporla”[39].
Non finiremmo più di recensire le epurazioni d’archivio, particolarmente
frequenti in Francia, ma che esistono in tutti i paesi, compresi quelli che
passano per essere molto scrupolosi in materia: è stata necessaria
l’apertura degli archivi australiani e canadesi per misurare l’ampiezza
dell’epurazione organizzata dal maresciallo Haig per far sparire le tracce
dei suoi errori[40].
Talvolta un procedimento più vizioso consiste nel costruire dei documenti
“falsi-veri”, come gli ordini, riscritti a cose fatte, da un maresciallo
di Francia del XX° secolo, a scopo “pedagogico”. Ogni
epoca ha avuto simili deviazioni. Nel XVIII° secolo, la disputa tra
sostenitori dell’ordine sottile e sostenitori dell’ordine profondo è
caduta in tali eccessi, ignorando le osservazioni dettate dal buon senso di
un osservatore particolarmente attento ed esperto: Il
miglior sistema di tattica è quello che fornisce alle truppe la maggior
possibilità di muoversi, allinearsi e combattere in ogni occasione, quello
che si adatta alle circostanze in ogni occasione. Non esiste un sistema
particolare generalmente buono, e non bisogna intestardirsi né per gli
ordini chiusi, né per le linee sottili, né per altri sistemi[41]. Tuttavia
la critica dottrinale è necessaria, per poter riesaminare la dottrina
ufficiale in funzione dei mutamenti dell’ambiente o per suggerire
l’adozione di una nuova dottrina, che raramente s’impone senza lotta.
L’esame della critica non è altro che un sostituto molto imperfetto della
verifica attraverso l’azione, ma è un preliminare spesso necessario,
anche se talvolta sgradito alla gerarchia politica o militare. L’arma
della critica prima della critica delle armi, come dicevano gli estremisti
di sinistra negli anni 1970..... 134.
Diffusione della dottrina A
differenza della teoria, che riguarda solo una piccola “élite”
intellettuale, la dottrina deve essere largamente diffusa, tra i Comandi e
tra gli esecutori. Quando una campagna è coronata da successo, si tende ad
imputarlo, almeno in parte, ad una buona dottrina. Il problema è che non
c’è alcun mezzo per apprezzare il reale impatto di una dottrina. Non
possiamo fondarci che su degli indizi: la diffusione di libri e riviste, il
confronto tra i documenti dottrinali e i regolamenti o gli ordini
d’operazioni... Ma, anche quando questi elementi sono in numero
sufficiente, il che è ben lungi da essere la regola, l’immagine che ne
deriva è spesso sfuocata. Possiamo illustrarlo con due esempi, l’uno di
una dottrina fallita, l’altro di una che ha avuto successo. La
dottrina fallita è quella in vigore nell’esercito francese prima del
1914. Le opere di Foch, di Bonnal e di altri autori hanno volgarizzato
l’idea dell’offensiva ad ogni costo: i regolamenti tattici sono stati
modificati in questo senso partendo dall’inizio del secolo, così come il
piano strategico, che prevede una offensiva massiccia in Alsazia-Lorena.
Grande è la tentazione di concludere che il corpo degli ufficiali francesi
disponga di una dottrina solida, anche se non giudiziosa. Ora, lo storico
britannico Douglas Porch giunge ad una conclusione inversa: riprendendo una
frase dello stesso Joffre, egli ritiene che l’esercito francese non abbia
avuto una dottrina: l’esaltazione dell’offensiva non è che un paravento
che nasconde l’assenza di opzioni tattiche chiaramente definite e
l’apprensione per uno sfavorevole rapporto di forze con la Germania[42].
Dobbiamo probabilmente dargli ragione quando valutiamo i considerevoli
cambiamenti nel Comando durante i primi mesi di guerra: prima della fine del
1914, Joffre aveva sollevato dalle loro funzioni 2 comandanti d’armata su
7, 9 comandanti di corpo d’armata su 21, 35 comandanti di divisione e 90
comandanti di brigata[43].
La Germania e la Gran Bretagna non hanno avuto un’epurazione simile. La
dottrina che invece ha avuto successo è quella del Blitzkrieg.
Come non attribuire i successi prodigiosi delle campagne di Polonia e di
Francia ad una comprensione profonda della guerra meccanizzata? I
contemporanei ne furono veramente stupefatti. Molti osservatori
sopravvalutarono la reale forza delle divisioni blindate tedesche,
attribuendo loro da 7.000 a 8.000 carri armati mentre ne avevano meno di
3.000. La critica storica ha ristabilito la verità, sostenendo una
spiegazione dottrinale: i Tedeschi non hanno vinto per il maggior numero di
carri armati, ma perché sapevano servirsene meglio. Il libro del generale
Guderian, Achtung Panzer! è
divenuto il manifesto della guerra lampo. Tuttavia, alla sua uscita, è
stato meno considerato di libri più “classici”, come quelli dei
generali von Leeb o Erfurth (supra n°113). Lo stesso termine Blitzkrieg
non è un’invenzione tedesca; esso apparve sulle colonne del Times
nel settembre 1939. Oggi gli studi più avanzati sulla campagna di Francia
non esitano a parlare della “leggenda del Blitzkrieg”: la Wehrmacht non
aveva una coerente dottrina d’impiego della coppia carro-aereo e la
campagna del 1940 non è stata che un seguito d’improvvisazioni, che
avrebbe potuto finire molto male se il Comando francese non fosse stato così
passivo[44]. Da
queste riletture storiche, saremmo tentati di concludere della relativa
inefficacia del dibattito dottrinale, che resterebbe limitato a circoli
ristretti. Questa conclusione sarebbe tuttavia parziale, poiché
trascurerebbe tutto il substrato intellettuale del fallimento o del
successo. Nel caso francese, non si può negare che ci sia stato, nel 1914,
in mancanza di dottrina, uno stato d’animo generale rivolto
all’offensiva, che del resto è costato molto caro, 995.000 uomini fuori
combattimento in cinque mesi. Quanto all’armata tedesca nel 1940, il
dibattito sulla dottrina del Blitzkrieg
si basa in parte su di un approccio trasversale, favorito dai ricordi degli
stessi attori e in particolare del suo campione, Guderian. Questi si è
presentato come l’araldo di un nuovo tipo di guerra che ha dovuto imporre
ad una gerarchia conservatrice e persino paurosa. Come molti innovatori, ha
un po’ amplificato il suo ruolo e le difficoltà incontrate. La mobilità,
l’iniziativa, l’elasticità.... erano raccomandate da tutti gli autori
che potremmo chiamare “classici”, che non si basavano sulla nuova arma,
ma cercavano di superare il blocco esistente sul fronte occidentale,
partendo dagli insegnamenti delle riuscite offensive sul fronte orientale
dal 1915 al 1917. Il generale von Seeckt aveva già orientato in questo
senso la preparazione della nuova Reichswehr dagli anni ‘20[45].
L’arma blindata è venuta ad integrarsi in un corpo dottrinale già pronto
a trarne vantaggio, a differenza di quello che succedeva in Francia. Non
c’è stata frattura nei confronti dell’ortodossia, ma piuttosto
un’evoluzione di quest’ultima grazie ad un nuovo mezzo. La dottrina ha
avuto il suo giusto ruolo. SEZIONE II: I METODI STRATEGICI135.
Metodologia della strategia Siamo
così arrivati al cuore del problema strategico. La scienza strategica, come
tutte le discipline intellettuali, ha una epistemologia
ed una metodologia. La sua
principale caratteristica è di aver impiegato molto tempo a prenderne
veramente coscienza, poiché la maggior parte degli autori non avevano una
formazione filosofica o universitaria che permettesse loro di valutare le
conseguenze insite nella scelta di un simile approccio. Clausewitz, grande
lettore di Fichte, aveva compreso il problema, ma l’incompiutezza del Vom
Kriege gli ha permesso solo di sfiorarlo. Il risultato è stato un
dogmatismo quasi generale, senza una riflessione critica. La
maggior parte degli studiosi di strategia ha concepito questa disciplina
come una conoscenza oggettiva elevata a regola universale, mentre non era,
il più delle volte, che la traduzione di una esperienza storica limitata,
localizzata[46].
Ciò è evidente, per esempio, in Mahan, che ha tratto una teoria universale
del potere marittimo partendo dallo studio della sola storia navale
dell’Europa moderna. | ||||||||||||||||||