| Institut de Stratégie Comparée, Commission Française d'Histoire Militaire, Institut d'Histoire des Conflits Contemporains |
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TRATTATO DI STRATEGIATraduzione italianadi Serenella CAVALLETTI
CAPITOLO
V LA STRATEGIA COME ARTESEZIONE
I: L’EVOLUZIONE DELLA STRATEGIA 170.
Il punto di partenza dell’evoluzione: la costituzione della strategia Se
la storia della guerra è vecchia come la storia dell’umanità, quella
della strategia non è così vecchia come la guerra. Essa presuppone, lo
abbiamo già detto, una certa complessità dell’arte della guerra. Quando
un’intera armata è in campagna, in un sol blocco, agli ordini di un re o
di un suo luogotenente, questa complessità è raramente raggiunta. Il capo
comanda l’esercito non da un quartier generale situato nelle retrovie, ma
alla testa delle sue truppe e, molto spesso, dà l’esempio pagando di
persona nel combattimento. E’ noto che Alessandro rischiò di morire nella
battaglia di Isso e che Filippo Augusto corse il pericolo di essere
catturato nella battaglia di Bouvines. Molti limiti ostacolano una
pianificazione a lungo termine: politici, se lo Stato non è abbastanza
potente o ricco per mantenere un esercito permanente; organici, quando è
difficile dividere l’esercito in corpi autonomi per l’insufficiente
numero di sottordini o della incerta lealtà di vassalli abbandonati a loro
stessi; logistici, quando il vettovagliamento
non può essere garantito. In conseguenza, siamo tentati di
concludere che la strategia è un campo troppo complesso per le società
tradizionali. Questa tesi è stata sostenuta in particolare, con molto
talento, da Herbert Rosinski. Fino al XVI° secolo, la
riflessione strategica era interamente intuitiva e personale. Non era il
prodotto di una pianificazione elaborata né di calcolo. Consisteva
piuttosto nella ricerca tenace di un obiettivo grandioso e semplice - la
conquista dell’impero persiano o della Gallia - attraverso una serie di
brillanti improvvisazioni personali. Queste azioni, anche se implicano una
riflessione strategica, non potevano (e non possono mai) essere teorizzate e
sviluppate in concetti strategici sistematici [1]. Non
è detto che questa tesi sia del tutto giustificata. Il problema principale
è quello dell’insufficienza della nostra documentazione sui periodi
antichi che ci impedisce, spesso, di comprendere con precisione sia
l’organizzazione che i processi di decisione e di esecuzione. Quando, per
caso, abbiamo la testimonianza di un vero storico, appare una visione
strategica che non è solo una serie di improvvisazioni in funzione delle
circostanze. L’esempio più evidente è quello della guerra del
Peloponneso resa immortale da Tucidide[2]:
i discorsi di Pericle da lui riferiti, insieme a quello degli inviati di
Corfù davanti all’assemblea del popolo ateniese, dimostrano una
percezione delle esigenze strategiche che non sarebbe rinnegata da nessuno
stratega contemporaneo. Allo stesso modo, scopriamo, grazie a Polibio e agli
storici romani, un piano strategico sviluppato nella durata e nello spazio
con un’eccezionale ampiezza, che ritroveremo solo nell’epoca
contemporanea[3].
E anche nel Medioevo, periodo di reale regresso intellettuale in vari campi,
non è vero che la scienza della guerra sia stata annullata da un’etica
cavalleresca unicamente preoccupata di ostentare il proprio coraggio.
Philippe Contamine ha fatto giustizia di una visione così semplicistica. Anche
operazioni a breve raggio d’azione possono denunciare una certa
preoccupazione strategica nella misura in cui l’obiettivo perseguito è
coscientemente adeguato ai mezzi ed ai procedimenti....A un livello ancora
più elevato, alcune campagne rivelano una elaborata strategia d’insieme:
la spedizione di Carlomagno contro la Sassonia, la conquista
dell’Inghilterra da parte di Guglielmo, duca di Normandia, le
contemporanee incursioni inglesi nel 1346 e 1356, la campagna di Edoardo I
per la conquista del Galles nel 1294-1295... la riconquista della Normandia
da parte di Carlo VII (1449-1450)[4]. Si
può fare anche una simile constatazione a proposito della guerra dei Trenta
Anni, generalmente presentata come una lotta anarchica, in cui gli eserciti
erano incapaci di arrivare ad una soluzione ed i capi altrettanto incapaci
di raggiungere i loro obiettivi. Derek Croxton dimostra che la Francia, da
lui presa ad esempio, ha saputo combinare diplomazia e strategia per
raggiungere gli obiettivi scelti da Mazzarino. Nonostante le difficoltà
logistiche, Turenne e Condé concepiscono dei veri e propri piani di
campagna[5].
Come spesso succede, i severi giudizi dati dagli storici sono viziati da
anacronismi e derivano da un infondato paragone con la guerra contemporanea. Non
è tuttavia contestabile che per secoli la strategia, senza essere
completamente immobile, sia stata limitata da ragioni sia tecniche che
politiche. Esse sono state sistematizzate dallo storico americano Victor
Hanson, che ha proposto un “modello
occidentale della guerra”[6]
in cui la guerra, a causa della debolezza dello Stato, è un’attività non
permanente, condotta con mezzi specializzati, capaci di una potenza di fuoco
e di un armamento difensivo pesante, con una chiara distinzione tra militari
e civili. Malgrado le invasioni barbariche o i periodi d’anarchia, i
tratti dominanti di questo modello hanno attraversato i secoli, dall’età
greca all’Europa moderna, come aveva già notato, alla fine del XIX°
secolo, il grande storico tedesco Hans Delbrück, che paragonava la
strategia di Pericle a quella di Federico II[7].
I cambiamenti riguardano soprattutto la tattica, con l’alternanza dei
periodi di preponderanza della fanteria sulla cavalleria. A
partire dal XVII° e soprattutto dal XVIII° secolo, l’arte della guerra
conosce un mutamento radicale. La crescita dello Stato permette di passare
ad eserciti permanenti[8]
sempre più numerosi[9]
e meglio equipaggiati, i progressi dell’artiglieria e delle armi da fuoco
modificano la fisionomia del combattimento che sarà sempre una questione di
coraggio ma anche, e sempre più, una questione di tecnica. 171.
Il senso dell’evoluzione: la legge della complessità crescente Come
spesso accade, queste innovazioni non s’imporranno con facilità e la
presa di coscienza di questo mutamento avverrà solo molto più tardi. Nel
XVII° secolo, il fascino dell’Antichità darà origine a discussioni a
non finire sui rispettivi meriti dei condottieri antichi e moderni.
Napoleone metterà termine a questa disputa sostenendo che la guerra moderna
è infinitamente più complessa di quella antica: Il
compito che spetta al comandante di un’armata è più difficile negli
eserciti moderni di quanto non fosse in quelli antichi. E’ anche vero che
la sua influenza conta di più sul risultato delle battaglie....I campi di
battaglia moderni sono più estesi; questo obbliga a studiare un campo di
battaglia più grande. E’ necessaria una maggior esperienza e intelligenza
militare per dirigere un esercito moderno piuttosto che uno antico[10]. Il
fattore decisivo della crescente complessità della strategia, più che lo
stesso progresso tecnico, che per prima cosa rivoluziona la tattica, è
l’aumento degli effettivi, che superano definitivamente i 100.000 uomini
sotto la Rivoluzione francese, mentre Turenne come Maurice de Saxe
ritenevano che ogni armata di più di 50.000 uomini fosse “scomoda
per chi la comanda e per
chi ne fa parte”[11].
Questo aumento, che proviene da cause esterne e da cambiamenti politici e
sociali, modifica la logica interna della guerra, nel senso di una
accresciuta intensità delle operazioni (e non degli effetti distruttivi
della guerra in sé stessa, che non hanno una evoluzione continua), come
suggerisce la tabella stabilita da R. R. Palmer.
Fonte:
R.R. Palmer, in E.M. Earle, Les Maîtres
de la stratégie, I, p. 325. Spiegazione
delle colonne: I
– Dimensione media di un esercito in campagna, stabilito,
ogniqualvolta possibile, sulla base di 30 battaglie per ogni guerra II
– Numero di cannoni per 1.000 combattenti III
– Numero di battaglie in cui gli effettivi degli eserciti belligeranti
superavano 100.000 uomini IV
- Media di battaglie al mese Gli
effetti della crescita degli effettivi sono molteplici: - obbliga a frazionare le armate, troppo numerose per essere riunite in una massa unica (supra n°12) e provoca una dilatazione del teatro d’operazioni, perché rende disponibili forze che possono essere destinate alla protezione delle vie di comunicazione; -
favorisce la continuità della guerra, dal momento che una parte delle forze
può essere lasciata inattiva senza la necessità d’interrompere le
operazioni in corso, e rende il soldato meno raro, dunque meno caro, più
“consumabile” sul campo di battaglia; -
infine, riduce l’importanza del terreno, dal momento che le forze non
possono più sfruttarlo per sfuggire al confronto col nemico, come faceva
notare Napoleone a proposito delle sapienti manovre di Turenne e
Montecuccoli, che potevano attendere dei mesi senza dare battaglia: Il
fatto è che gli eserciti d’allora erano deboli, e che con eserciti
deboli, i luoghi rivestono un ruolo importante. Non esistono posizioni per
fermare armate di 200.000-300.000 uomini, mentre un generale abile trova
ovunque posizioni vantaggiose per una di 20.000-30.000; un villaggio, una
strettoia, diventano in questi casi dei punti importanti; ma la loro
importanza diminuisce in ragione della forza dell’armata[12]. Questa
complessità andrà crescendo fino al XX° secolo, facendo passare la
strategia dal livello divisionario a quello del corpo d’armata, poi
dell’armata, poi del gruppo di armate, e infine del teatro d’operazioni
(supra n°44). Lo stratega dovrà approntare mezzi sempre più importanti e,
soprattutto, sempre più diversificati, in uno spazio sempre più esteso. Lo
storico britannico Michael Howard ha riassunto[13],
in modo espressivo, le nuove dimensioni della strategia: 1.
Fino alla metà del XIX° secolo, la strategia era fondamentalmente operativa.
Era il talento del capo a concepire e condurre la manovra che decideva
l’esito della campagna. 2.
A metà del XIX° secolo, la strategia operativa è in concorrenza con la
dimensione logistica, che si
dimostra decisiva nella guerra di Secessione: Non
bisogna cercare i maestri della strategia operativa nelle armate vittoriose
del Nord, ma tra i capi del Sud. Lee e Jackson impiegarono le loro forze con
una flessibilità ed una immaginazione degne di un Napoleone o di un
Federico; e tuttavia persero......Fondamentalmente, la vittoria del Nord è
il risultato, non dei talenti operativi dei suoi generali, ma della capacità
di trasformare la sua forza umana e industriale, superiore a quella del Sud,
in eserciti che dei capi come Grant poterono, grazie soprattutto ai
trasporti terrestri e fluviali, dispiegare così efficacemente che la
destrezza operativa dei loro avversari divenne quasi inutile[14]. 3.
Questa capacità di mobilitazione dell’insieme delle risorse della nazione
si basa sull’atteggiamento del popolo, che deve accettare le pesanti
costrizioni che ne conseguono. La strategia acquisisce così una terza
dimensione, che Michael Howard chiama sociale,
e che condiziona la condotta del conflitto, per poco che questo si
prolunghi. 4.
Alla fine del XIX° secolo, con la moltiplicazione delle invenzioni, la
dimensione tecnica, che era
stata secondaria fino a quel momento, comincia a crescere d’importanza
fino a diventare decisiva. Le innovazioni cesseranno di essere la
prerogativa di individui isolati, ma saranno invece cercate
sistematicamente. Se i capi della Prima Guerra mondiale si mostrano in
maggioranza scettici, quelli della Seconda saranno molto più aperti e i
materiali subiranno progressi spettacolari, sempre più rapidi. L’arte
dello stratega si allontana sempre di più dal campo di battaglia ed esce
dalla sfera militare per organizzare delle forze che riguardano le diverse
componenti di quella che ormai verrà chiamata strategia globale, grande
strategia, strategia generale. Questo mutamento non è stato capito dalla
maggior parte dei capi del 1914-18: Joffre, Haig, Nivelle si sono
intestarditi a chiedere alla sola strategia operativa la soluzione che ormai
non poteva più fornire, almeno sul fronte occidentale. La ricerca dello
sfondamento ha avuto come conseguenza una inutile ecatombe. Ludendorff ha
introdotto nuovi procedimenti, ma ha sottovalutato il peso della logistica.
La sola eccezione è Pétain, grande stratega di questa guerra: fin dalla
sua nomina, si dedica al problema più urgente, quello di risollevare il
morale (dimensione sociale). Prende atto del blocco della strategia
operativa (la sua direttiva n°1 avvalla l’abbandono dell’offensiva),
che conta di aggirare con la superiorità logistica e la sorpresa tecnica: “Aspetto
gli Americani e i carri armati”. Questa semplicissima frase rivela una
visione strategica di una ampiezza e di una chiarezza che sono mancate a
quasi tutti i suoi pari[15]. Questa
crescente complessità non ha valore universale, essa non implica che la
storia della strategia sia lineare, con un progresso continuo dell’arte
della guerra. Il declino di una civiltà può provocare un regresso, come un
lungo periodo di pace porta a dimenticare delle cognizioni faticosamente
acquisite: la guerra navale dei Greci è caratterizzata da tattiche e
strategie elaboratissime che saranno completamente perdute durante i secoli
della dominazione di Roma (la flotta romana continua ad esistere, ma non ha
più avversari degni di lei e si limita a sostenere l’esercito e a lottare
contro i pirati[16]);
bisognerà aspettare la fine del Medioevo perché la tattica e la strategia
navale delle città italiane o dei Turchi ritrovino un simile livello di
perfezione[17].
Succede lo stesso a terra: anche se si possono trovare le tracce di una
strategia in epoca medioevale, essa non può essere paragonabile con la
strategia romana imperiale[18].
Solo nell’epoca moderna la strategia diviene un sistema a informazione
crescente, ed alla fine del XIX° secolo diviene multidimensionale. 172.
Il ritmo dell’evoluzione: continuità e rivoluzioni Quest’evoluzione
è continua o discontinua? La seconda ipotesi era stata sostenuta,
all’indomani della Seconda Guerra mondiale, da uno strategista inatteso,
André Malraux, in termini che la più moderna sociologia non rinnegherebbe: In
varie epoche, la guerra prende la forma di un rito. La vittoria appartiene
quindi a colui che, rifiutando per primo di sottostarvi, decide di non
riconoscere altro che la volontà di vincere......Cosicché la storia della
guerra sarebbe quella di una successione di scoperte degradate a riti
militari vinti da nuove scoperte[19]. Questa
tesi di un’evoluzione discontinua ha attualmente il vento in poppa, con la
teoria sulle rivoluzioni militari o la Rivoluzione negli affari militari.
L’idea di una rivoluzione militare nell’epoca moderna è stata lanciata,
fin dagli anni ’50, dallo storico Michael Roberts[20],
ma solo negli anni ‘70-80 si è sviluppato il dibattito, in particolare
intorno al libro di Geoffrey Parker[21],
che si è imposto come un classico. Da quel momento, la tentazione di
generalizzare l’idea di rivoluzione militare e di farne una griglia di
lettura della storia della guerra è stata forte. Così, il colonnello
Krepinevich ha proposto una lista che identifica almeno una rivoluzione per
secolo dopo la fine del Medioevo: 1.
XIV° secolo: rivoluzione della fanteria 2.
XV° secolo: rivoluzione dell’artiglieria 3.
XVI° secolo: rivoluzione della fortificazione 4.
XVI° secolo: rivoluzione del vascello di linea (Sail
and Shot) 5.
XVII° secolo: rivoluzione militare (guerra regolamentata) 6.
Fine del XVIII° secolo: rivoluzione napoleonica 7.
Seconda metà del XIX° secolo: rivoluzione della ferrovia e del tiro 8.
Seconda metà del XIX° secolo: rivoluzione della nave a vapore e in ferro 9.
Prima metà del XX° secolo (tra le due guerre): rivoluzioni della
meccanizzazione, dell’aviazione e dell’informazione[22]. Il contenuto delle rivoluzioni militari è troppo indefinito per poter estendere all’arte della guerra l’uso di un concetto la cui carica ideologica accresce ulteriormente l’ambiguità. Possiamo mettere sotto la stessa etichetta dei cambiamenti puramente tecnici (l’artiglieria, la ferrovia) ed altri che non hanno nessuna dimensione tecnica (Napoleone non ha introdotto nessuna innovazione nell’armamento; i suoi soldati conservavano il fucile modello 1777; la sua artiglieria era quella di Gribeauval) ? Possiamo, soprattutto, qualificare come rivoluzioni, che presuppongono dei mutamenti di grande ampiezza avvenuti in poco tempo, dei cambiamenti il cui impatto non si fa veramente sentire prima di decenni se non di secoli? L’artiglieria compare nel XIV° secolo, ma diventerà decisiva sul campo di battaglia solo molto più tardi (la fanteria resterà la regina dei campi di battaglia fino alla Prima Guerra mondiale); la sostituzione della picca con l’arma da fuoco individuale, iniziata dal XVI° secolo, è compiuta solo all’inizio del XVIII° secolo, in seguito all’invenzione della baionetta ad innesto da parte di Vauban. La
rivoluzione militare moderna ha provocato un’intensa riflessione, che
certamente ha fatto progredire la storia militare, ma non è affatto
soddisfacente dal punto di
vista teorico: i suoi numerosi commentatori sono incapaci mettersi
d’accordo sulla sua cronologia (che occupa tre secoli!) e sul suo
contenuto (alcuni privilegiano la “traccia italiana” nella
fortificazione, altri lo sviluppo dell’artiglieria o delle armi
portatili). Questa imprecisione aumenta ancora di più quando si cerca di
generalizzare il concetto, e la lista del colonnello Krepinevich deriva più
dal desiderio dei teorici dell’attuale Revolution
in Military Affairs di inventarle una genealogia che da una seria
analisi storica. Al limite, solo la bomba atomica ha provocato una
rivoluzione militare indiscutibile: il cambiamento è stato radicale e quasi
istantaneo: è bastato qualche anno per assimilare la logica della
dissuasione. 173.
I fattori dell’evoluzione: innovazioni e istituzioni Come
regola generale, è necessario un periodo di maturazione più o meno lungo
senza il quale il nuovo mezzo cade nel vuoto. L’innovazione tecnica, su
cui gli adepti delle rivoluzioni militari di ogni ordine mettono
implicitamente l’accento, se è necessaria, non basta a provocare uno
stravolgimento dell’arte della guerra. E’ necessario che essa sia
assimilata dalle istituzioni, in funzione dell’esperienza o al termine di
una maturazione intellettuale, e che essa generi dei cambiamenti organici e
dottrinali. Questo processo è talvolta rapido, soprattutto in una
situazione di conflitto, quando l’urgenza del momento obbliga a
sconvolgere le abitudini, a reagire senza indugio alle innovazioni
dell’avversario. Ma può anche essere lungo: le lezioni di Crécy (1346) e
Poitiers (1356) non impediscono ai cavalieri francesi di ripetere gli stessi
errori a Nicopolis (1396) e a Azincourt (1415). In tempi più recenti, la
maggior parte dei grandi comandanti della Prima Guerra mondiale sono ciechi
di fronte al mutamento che è avvenuto sotto i loro occhi: nonostante le
ecatombi d’Artois e della Champagne (1915), Joffre e Haig cercano lo
sfondamento sulla Somme nel 1916 e Haig, dopo le enormi perdite subite in
questa offensiva, ricomincerà di nuovo, l’anno seguente, nelle Fiandre:
la battaglia di Passchendaele durerà parecchi mesi e si concluderà con un
esaurimento generale. E tuttavia, i mezzi tecnici di questa trasformazione
(artiglieria a tiro rapido, mitragliatrice, filo spinato) erano già
conosciuti da tempo. Anche
nell’epoca attuale, in cui le innovazioni tecniche si succedono ad una
cadenza accelerata, la loro portata strategica è, il più delle volte,
compresa solo da qualche teorico visionario[23].
Il bombardamento strategico, abbozzato fin dal 1915 e teorizzato da Douhet,
diventerà efficace solo alla fine della Seconda Guerra mondiale, dopo
lunghi e costosi tentativi. Spesso, nuovi equipaggiamenti sono introdotti
senza aver raggiunto i livelli qualitativi e quantitativi che
permetterebbero loro di diventare decisivi. Il vantaggio della sorpresa è
così perduto. Nel 1915, a Ypres, il primo impiego di gas scatena un vero
panico tra le truppe alleate: intere divisioni si sbandano, ma i Tedeschi
sono incapaci di approfittarne, per non aver impegnato le forze necessarie.
Al contrario, l’anno dopo, la prima apparizione del carro armato sul campo
di battaglia si limita a 18 unità: naturalmente è troppo poco per ottenere
un effetto strategico, ma è sufficiente per allertare il comando tedesco,
che fa mettere a punto la palla perforante K a nucleo d’acciaio e dà
l’ordine di allargare le trincee. Quando avverrà il primo impiego
massiccio di mezzi corazzati, a Cambrai alla fine del 1917, essi non
otterranno che un mezzo successo. SEZIONE
II : LE OPZIONI STRATEGICHE 174.
La manovra strategica Il
termine manovra viene qui usato nel senso di concezione d’insieme, come lo
definisce l’ammiraglio Castex nel II° libro delle sue Théories
per introdurre alcuni studi di casi emblematici. La manovra, così intesa,
è oggi definita come “l’insieme
di azioni pianificate, nello spazio e nel tempo, condotte in un campo
particolare, e che contribuiscono a raggiungere l’obiettivo prefissato
nell’ambito della missione”[24]. Questa
visione d’insieme differenzia in realtà la strategia dalla tattica e
caratterizza l’arte del generale. In tal modo, l’arte militare non
cambia solo di livello, ma anche di natura. Le esigenze della tattica e
della strategia non sono le stesse. L’aveva detto, in modo molto bello, il
maresciallo de Saxe: Pochissimi
si occupano delle grandi
parti della guerra. Essi passano la
vita a manovrare le truppe e credono che l’arte militare consista solo in
questo. Quando arrivano a comandare delle armate, si comportano come dei
neofiti e, in mancanza di saper fare ciò che è necessario, fanno ciò che
sanno[25]. La
caratteristica fondamentale dell’attività strategica è la sua estrema
diversità. L’aveva già detto Clausewitz con la sua celebre frase: “La
guerra è un camaleonte”. Partendo da questo punto, le tipologie
possibili sono molteplici. 175.
I modelli del generale Beaufre Il
generale Beaufre ha presentato, nella sua Introduction
à la stratégie, cinque modelli che gli sembrano coprire l’insieme
del campo strategico. 1)
Il modello della minaccia diretta, “che
è attualmente molto in voga grazie all’esistenza dell’arma atomica e
che serve da base all’imponente edificio della strategia di dissuasione”. 2)
Il modello della pressione indiretta, “che
cerca la soluzione con azioni insidiose di carattere politico, diplomatico o
economico”. 3)
Il modello per azioni successive, “che
combina, se necessario, la minaccia diretta e la pressione diretta con delle
azioni di forza delimitate”. Le guerre europee del XVIII° secolo si
avvicinano a questo modello. 4)
Il modello della lotta totale prolungata, di debole intensità militare, “spesso
usata con successo nelle guerre di decolonizzazione, il cui principale
teorico è stato Mao Zedong”. 5)
Il modello del conflitto violento che mira alla vittoria militare, che “corrisponde
alla strategia classica di tipo napoleonico, il cui principale teorico è
stato Clausewitz”[26]. Questa classificazione non si limita alla sola condotta della guerra ma copre tutto lo spettro conflittuale. Essa presenta però, come tutte le tassonomie, il rischio di inglobare nella stessa categoria dei conflitti la cui logica può essere sensibilmente diversa: il modello per azioni successive corrisponde molto bene alle guerre di Luigi XIV, ma non si applica affatto alla guerra dei Sette Anni, che non corrisponde neppure al modello del conflitto violento di tipo napoleonico. L’irriducibile specificità di ogni situazione storica vanifica questo tipo di griglia d’analisi fondata su di un unico criterio. E’ preferibile attenersi ad un maggior grado di generalità e quindi a tipologie binarie di più immediata assimilazione e più utilizzabili, dal momento che non devono riferirsi ad epoche determinate, mentre la loro combinazione permette di tener conto della diversità delle situazioni storiche. Possiamo considerare varie distinzioni, che offrono allo stratega un immenso ventaglio di mezzi d’azione.
176.
Strategia convenzionale, strategia alternativa La
distinzione fondamentale è quella che oppone la guerra
regolamentata, che applica quella che oggi chiamiamo strategia
convenzionale, alla guerra irregolare, campo delle strategie alternative. La
prima oppone eserciti regolari in una guerra o in un conflitto che mette di
fronte unità politiche sovrane. E’ la sola che sia coperta dal diritto
della guerra (quando questo esiste) e dal diritto internazionale[27]:
un corpus di regole e di
convenzioni tende a limitarne gli effetti distruttori, in particolare nei
confronti delle popolazioni civili[28]. La
seconda, al contrario, non conosce alcuna regola, poiché almeno uno dei
protagonisti non è riconosciuto come nemico. Sia perché non è militare
(come dei partigiani), sia perché non appartiene a nessuna unità politica
legittima (come gli insorti e i rivoltosi di ogni epoca, le grandi compagnie
di ventura medioevali, i pirati in mare...). La guerra irregolare non
conosce alcun limite, poiché è possibile colpire il nemico con tutti i
mezzi, senza essere tenuti a rispettare una qualsiasi etica guerriera o
norme giuridiche. La
storia militare si è interessata soprattutto alla guerra regolamentata che
costituisce, in qualche modo, il piano nobile della violenza nella storia.
Questo inquadramento della guerra con delle regole politiche, etiche o
giuridiche si è rivelata relativamente efficace, poiché la guerra
regolamentata è occasione di minori distruzioni e minori perdite umane
della violenza anarchica, almeno fino all’avvento della guerra totale: “durante
la Prima Guerra mondiale, le perdite sono state essenzialmente militari;
nella Seconda soprattutto
civili”[29]
con un risultato terribile: 1914-1918: da 8 a 10 milioni di morti;
1939-1945: almeno 35 milioni, forse di più. Questo
non ha impedito alla guerra irregolare di costituire una dimensione costante
della storia. Le insurrezioni, le guerriglie sono la risposta normale
all’occupazione, alla conquista, all’oppressione. Esse si manifestano
sia verso l’esterno che verso l’interno, in caso di guerra civile,
generalmente la più terribile di tutte le guerre. I militari non concedono
alcuna tregua, e generalmente ne hanno poca stima, a questi combattenti
irregolari, che spesso non hanno nessuna formazione militare e nessuna
conoscenza delle regole della strategia: “I
principali capi di queste bande (spagnole) che
hanno resistito con tanta audacia alle armate francesi erano un mugnaio, un
medico, un pastore, un curato, dei monaci, qualche disertore, ma neppure uno
degno di nota prima di quell’epoca”[30].
Non mancano tuttavia esempi di veterani, ben addestrati ed inquadrati,
strapazzati da questi guerrieri occasionali, irrispettosi delle regole.
Napoleone ha potuto sperimentare gli effetti della guerriglia in Spagna e in
Russia. I critici militari classici hanno cercato di minimizzare il ruolo
dei partigiani nell’esito di queste campagne, alcuni anche rimproverandoli
per aver ostacolato le operazioni militari! Il XX° secolo ha dimostrato che
dei combattenti irregolari potevano aver ragione di un’armata regolare,
come hanno potuto sperimentare i Francesi in Indocina, gli Americani nel
Vietnam e i Russi in Afghanistan. Naturalmente
nella guerra irregolare la dimensione strategica è minore che nella guerra
regolamentata. Una delle caratteristiche costanti delle truppe irregolari è
la loro indisciplina, il loro rifiuto di sottomettersi ad un’autorità
centralizzata. Quindi, spesso superiori sul piano tattico grazie alla loro
conoscenza del terreno, all’ardimento e al fanatismo, i partigiani sono
generalmente incapaci di sfruttare i loro successi su un piano strategico,
per l’incapacità di concepire un piano d’insieme. I Vandeani[31]
e gli Chuan[32],
come gli Afghani[33],
lo hanno dimostrato. Molto spesso, le milizie o le tribù rifiutavano di
inseguire l’avversario dopo che aveva lasciato il loro territorio. Solo
nel XX° secolo la guerra irregolare ha preso una forma sistematica e
centralizzata quando è divenuta guerra rivoluzionaria, cioè quando dei
rivoltosi hanno ceduto il posto a dei militanti animati da una ideologia
cosciente ed inquadrati in una struttura, capace di assegnare loro degli
obiettivi a lungo termine e di esigere un loro totale coinvolgimento. Comunque,
sarebbe sbagliato ritenere che la guerra irregolare non abbia dato nessun
contributo alla strategia propriamente detta. Da una parte, non mancano
esempi di combattenti irregolari che sono riusciti a superare comunque le
loro divisioni e ad unirsi sotto l’autorità di un capo supremo capace di
concepire dei piani su grande scala: Vercingetorige, Arminio... l’hanno
dimostrato, con risultati diversi. D’altra parte, la guerra regolamentata
e la guerra irregolare non sono necessariamente dei generi distinti e
numerosissimi capi militari hanno fatto ricorso simultaneamente a queste due
modalità. Insieme alla grande
guerra, hanno praticato una piccola
guerra a base d’imboscate, di scaramucce e di colpi di mano. Du
Guesclin ne è il più bell’esempio del Medioevo: l’etica cavalleresca
non gli impedisce di condurre una “guerra
guerreggiata” che toglie agli Inglesi le loro piazzeforti e li isola
dalle loro fonti di rifornimento. Nell’epoca moderna, un buon numero di
grandi capi fanno il loro apprendistato di guerra nei gruppi partigiani, tra
cui Luxembourg e Villars. Il XVIII° secolo, considerato come l’apogeo
della guerra in guanti bianchi (forma perfetta della guerra regolare),
conosce una intensa attività di partigiani, teorizzata da numerosi autori
(supra n°116). Ancora nel XIX° secolo, malgrado i sospetti provocati da
una pratica giudicata sovversiva, i partigiani faranno parlare di sé, non
solo nei movimenti di liberazione nazionale o nelle guerre civili
(partigiani carlisti), ma anche nelle guerre regolari: guerra dei Ducati
danesi nel 1864, guerra franco-tedesca del 1870-1871 dopo le sconfitte di
Metz e di Sedan[34]. Questa
piccola guerra, che sarà chiamata sempre di più guerriglia dopo la guerra
di Spagna, è una componente della grande guerra. Essa si distingue dalla
guerra partigiana. La piccola guerra comprende tutte le operazioni
secondarie della guerra in cui “ci
si propone di nuocere al nemico senza tuttavia giungere ad un combattimento
decisivo”. Al
contrario, l’oggetto della seconda è colpire
il nemico nei punti dove non si possono concentrare masse considerevoli, di
tenerlo in allerta, di assillarlo, di tagliargli i viveri, e tutto ciò
senza esporsi a grandi pericoli. Nella piccola guerra, tutto può essere
regolare; nella guerra partigiana, tutto è irregolare: le operazioni della
prima sono necessariamente legate alle operazioni principali della guerra;
quelle della seconda ne sono completamente indipendenti[35]. Una
storia militare troppo incentrata sulle battaglie, punti culminanti delle
campagne, soprattutto quando esse hanno avuto effetti decisivi, ha avuto la
tendenza a svalutare questa dimensione della strategia. E tuttavia essa ha
avuto spesso un ruolo importante, talvolta decisivo. Esso si è ancora
accresciuto quando la crescita degli effettivi ha reso sempre più cruciale
il problema delle comunicazioni, poiché truppe troppo numerose e
pesantemente equipaggiate non potevano sopravvivere con le risorse del
paese, tagliate fuori dalla propria base. La differenza di strategia si
fonda prima di tutto su questa distinzione, che non è imposta solo dal
ricordo di avvenimenti recenti, ma da una lettura globale e critica della
storia militare. 177.
Strategia della guerra totale, strategia del conflitto limitato Se
la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi, come dice
Clausewitz, essa deve prima di
tutto essere concepita in funzione del suo fine. Clausewitz sta molto
attento a fare una distinzione tra lo Zweck
e lo Ziel, tra il fine politico e
l’obiettivo militare. Il suo discepolo Corbett introdurrà nella lingua
inglese la distinzione tra object
(politico) e objective
(militare). Una distinzione fondamentale contrapporrà dunque le guerre a
scopo illimitato, che nell’epoca contemporanea si preferisce chiamare
guerre totali, alle guerre a scopo limitato. Essa è stata formulata, in
termini molto simili, se non identici, da Jomini e da Clausewitz. Il
primo, incorreggibile tassonomista, moltiplica le tipologie e tra queste ne
considera una in funzione dell’oggetto della guerra. Essi
sono di due specie, uno può essere chiamato geografico o
territoriale.......l’altro, al contrario, consiste esclusivamente nella
distruzione o nella disorganizzazione delle forze del nemico, senza
preoccuparsi di nessun tipo di punti geografici[36]. Il
secondo, nell’introduzione del 1827, inserita dalla sua vedova
all’inizio del Vom Kriege (ma
che egli non ha avuto il tempo di chiarire), si propone di rivedere il suo
trattato distinguendo nettamente due forme di guerra. Questi
due generi di guerra sono i seguenti: uno ha per fine di
battere l’avversario, sia per annientarlo politicamente, sia solo per
disarmarlo obbligandolo ad accettare la pace ad ogni costo; nell’altro, è
sufficiente qualche conquista alle frontiere del paese, sia per
conservarle, sia per servirsene come moneta di scambio al momento della pace[37]. Questa
distinzione è imposta dai fini della guerra, ma ha delle conseguenze sulla
sua condotta. Jomini ripropone l’esempio particolarmente caratteristico
della guerra dei Sette Anni, in cui l’obiettivo di Federico II non è di
distruggere l’Impero austriaco, ma solo di assicurarsi il possesso della
Slesia. In una guerra simile, le operazioni offensive dovrebbero essere proporzionate agli scopi prefissati. Il primo atto è naturalmente quello di occupare le provincie controverse. Più tar | |||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||