Institut de Stratégie Comparée, Commission Française d'Histoire Militaire, Institut d'Histoire des Conflits Contemporains

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TRATTATO  DI  STRATEGIA 

Traduzione italianadi Serenella CAVALLETTI

 

CAPITOLO VI

LA STRATEGIA COME SISTEMA

 

 

SEZIONE I: LA TRASFORMAZIONE CONTEMPORANEA DELLA STRATEGIA

201. L’accelerazione della storia.

 

Dopo il 1945, l’umanità entra in una fase di trasformazione accelerata, che non ha precedenti dalla rivoluzione neolitica. La popolazione mondiale, che aveva raggiunto il suo primo miliardo verso il 1800 ed impiegato cent’anni per raddoppiarsi, è passata a 3 miliardi nel 1960, 4 miliardi nel 1977, 5 miliardi nel 1987, 6 miliardi nel 1998. La crescita economica è diventata esponenziale, assicurando a masse sempre più numerose un livello di vita mai raggiunto prima. Questa trasformazione è stata resa possibile da innovazioni tecniche del cui carattere straordinario non ci accorgiamo più: il primo volo incontestabile di qualcosa più pesante dell’aria ha avuto luogo nel 1903, l’uomo ha camminato sulla Luna nel 1969 ed invia oggi le sue sonde al limite del sistema solare. Ne sono derivati cambiamenti politici e sociali che non hanno risparmiato alcun settore ed hanno scosso strutture sociali o culturali spesso molto antiche. La strategia non è stata risparmiata da questa grande trasformazione. Cambiamenti politici e tecnologici hanno radicalmente alterato le sue fondamenta e modificato la nostra percezione.

SOTTOSEZIONE I: LA TRASFORMAZIONE DELLA STRATEGIA COME ARTE

 

202. Sconvolgimenti politici

 

Nel XIX° secolo, la guerra era diventata nazionale, nel XX° diviene ideologica. Nel XIX° secolo, la guerra era industriale, nel XX° diviene totale, mobilitando tutte le risorse dello Stato e tutte le energie della nazione al servizio della guerra. Le due guerre mondiali segnano il completamento di questo processo, con milioni di morti e gigantesche devastazioni.

 

Il risultato è la restaurazione del primato della strategia di annientamento. In una guerra totale, l’obiettivo finale non è l’aumento del territorio o la restaurazione di un equilibrio di potenza, ma la distruzione dell’avversario. L’esigenza di una resa senza condizioni, chiesta dagli Alleati all’Asse durante la Seconda Guerra mondiale, illustra perfettamente questa nuova concezione della guerra, di cui uno degli effetti più disastrosi è la dissoluzione del diritto delle genti. Ogni sforzo dei teologi prima, dei giuristi e dei diplomatici poi, era diretto ad imporre una rigida distinzione tra combattenti militari e civili. Questa distinzione è ormai caduca; i bombardamenti terrorizzanti diventano un procedimento, se non moralmente ammesso, almeno impiegato correntemente[1]. Terribile regressione politica e morale, che Bertrand de Jouvenel denunciava in piena Seconda Guerra mondiale:

Noi finiamo là dove i selvaggi cominciano. Abbiamo riscoperto l’arte perduta di affamare i non-combattenti, di bruciare le capanne e di trascinare i vinti in schiavitù. Che bisogno abbiamo di invasioni barbariche? Siamo noi i nostri stessi Unni[2].

 

203. Sconvolgimenti tecnologici

 

Il progresso degli armamenti è stato straordinariamente rapido durante le due guerre mondiali. Il generale Alain Bru ne ha dato un quadro sorprendente per quanto riguarda la Seconda Guerra mondiale[3]. La guerra è ormai meccanizzata, impiega masse di milioni di uomini ed i suoi mezzi permettono di colpire molto al di là del campo di battaglia tradizionale: durante la Prima Guerra mondiale, quest’ultimo si è ingrandito, durante la Seconda, l’aviazione ha colpito l’insieme del territorio avversario. Ne è nato uno sconvolgimento decisivo: la dilatazione del teatro d’operazioni, fino al punto da veder apparire un nuovo concetto chiamato geostrategia, cioè la strategia dei grandi spazi che coordina operazioni che si svolgono simultaneamente su dei teatri separati.

 

Il risultato di questi perfezionamenti degli armamenti è l’apparizione, nel 1945, della arma atomica. Essa provoca una frammentazione della strategia: come nel XVIII° secolo i progressi dell’arte della guerra avevano provocato la separazione della strategia dalla tattica, dopo la Seconda Guerra mondiale si vede apparire una cesura tra la strategia nucleare e quella convenzionale, che si pongono su due piani diversi: la strategia nucleare è fondamentalmente una strategia di dissuasione, mentre la strategia convenzionale resta una strategia dell’azione. La prima ha come obbiettivo di prevenire la guerra, mentre la seconda ha lo scopo di svolgerla o prepararla.

 

SOTTOSEZIONE II: LA TRASFORMAZIONE DELLA STRATEGIA COME SCIENZA

 

204. La rivoluzione scientifica della strategia

 

La strategia, tradizionalmente, è l’arte del generale. Questa accezione risale all’antichità greca ed è rimasta praticamente immutata fino all’epoca moderna per essere poi rimessa in discussione solo in un periodo relativamente recente, sotto l’impatto dei formidabili sconvolgimenti tecnici, intellettuali e sociali del XX° secolo.

Lo schema della struttura delle rivoluzioni scientifiche proposto dallo storico delle scienze ed epistemologo Thomas Kuhn[4] ci permette di capire i mutamenti avvenuti dopo il 1945 e gli interrogativi che ora dobbiamo fronteggiare. Lo sviluppo della scienza, dice Kuhn, si articola in quattro fasi:

1. All’inizio, esiste una teoria o un insieme di teorie che godono di un ampio consenso, chiamate paradigma. Il paradigma spiega lo stato di una scienza in un certo momento. Si può citare il paradigma newtoniano in fisica, che è stato comunemente accettato dal XVII° secolo fino alla rivoluzione della relatività;

2. Ad un certo momento il paradigma entra in crisi. Il continuo lavoro dei ricercatori solleva nuove domande a cui esso risponde in modo sempre più imperfetto, rivelando i suoi limiti. L’ambiente diventa così favorevole alla nascita di un nuovo paradigma che risponda meglio ai nuovi interrogativi suscitati dall’avanzamento delle conoscenze;

3. Questo nuovo paradigma, proposto da uno o più pionieri, è sottoposto al confronto con i dati scientifici disponibili e soprattutto alla critica dei custodi del paradigma dominante. Questa terza fase è caratterizzata da un dibattito, che si può trasformare in battaglia, tra una positività declinante ed una legittimità in ascesa;

4. Il nuovo paradigma spiega la realtà o i fenomeni osservati meglio ed in modo più soddisfacente di quello precedente, che è allora abbandonato mentre il nuovo paradigma diviene a sua volta quello istituzionale. La rivoluzione scientifica è terminata, il ciclo può ricominciare.

 

L’interesse dello schema di Kuhn è quello di riuscire a conciliare due concezioni del sapere scientifico fino ad allora antagoniste: il modello è fondamentalmente ciclico, poiché un paradigma scaccia l’altro, ma, nello stesso tempo, è cumulativo, dal momento che il nuovo integra tutti gli elementi ancora utilizzabili del vecchio. Si può applicare questo modello al pensiero strategico contemporaneo. La storia di quest’ultimo resta ancora da scrivere e la genealogia della strategia, invocata dal generale Poirier, è solo appena abbozzata: troppe correnti o autori sono ancora poco e male conosciuti. I più eminenti possono essere oggetto di contraddizioni o gravi deformazioni. Si può tuttavia, in modo molto schematico, essere d’accordo su una rivoluzione scientifica che ha sconvolto il mondo del pensiero strategico tra il 1945 ed il 1970, sotto un triplice punto di vista.

 

205. Cambiamento d’approccio

 

Tradizionalmente, gli affari militari sono considerati come unici, differenti da tutte le attività civili. La strategia disponeva dei suoi supporti, la storia militare e la geografia militare. Essa era appannaggio, salvo alcune rarissime eccezioni, degli stessi militari che disponevano dei propri circuiti d’insegnamento (le scuole di guerra), di riviste e di case editrici. Questo particolarismo sfociava in un insieme di concezioni strategiche che aderivano, più o meno, allo stesso postulato, approvato dalla maggior parte degli osservatori civili: la separazione radicale tra pace e guerra, il controllo esclusivo dei militari sulle operazioni, ricambiato da un non-intervento dei militari nella vita civile: fino al 1945, quest’ultimi non avranno diritto di voto in Francia.

 

Questo approccio tradizionale è stato sottoposto a forti critiche dopo il 1945: sono stati messi in discussione i suoi postulati, con l’accusa infamante di riduzionismo. Il concetto di strategia ha conosciuto una evoluzione che ha portato al suo allargamento e quindi a farle superare la sfera militare. L’approccio particolarista è diventato trasversale, con il massiccio ricorso a concetti, categorie, strumenti d’analisi prestati da discipline civili, in primo luogo l’economia e le scienze politiche. A partire dal ‘49, Bernard Brodie mette l’accento sull’analogia tra strategia ed economia e propone di pensare la sicurezza in termini di distribuzione di risorse rare[5].

 

206. Cambiamento di metodo

 

La riflessione strategica tradizionale non era una grande consumatrice di metodo. Gli studi di strategia, salvo alcune eccezioni, non si estendevano affatto sulla epistemologia e la metodologia. I concetti erano, in qualche modo, concepiti come ovvi. D’altra parte, la strategia come scienza si esprimeva volentieri in modo dogmatico; essa era al servizio della strategia come arte ed aveva dunque una finalità operativa: gli scrupoli del ricercatore dovevano sparire davanti agli imperativi dell’uomo d’azione. Un solo fine: la vittoria.

 

Questo stato d’animo è crollato l’indomani della Seconda Guerra mondiale. Nel corso dei due conflitti mondiali, troppe dottrine fermamente definite e che beneficiavano di larghi consensi erano state clamorosamente smentite dai fatti, spesso al prezzo di insopportabili perdite umane o di dolorose sconfitte. La strategia si è così trovata costretta a dar prova di modestia e di spirito critico. La comparsa della bomba atomica, favorendo la crescita degli analisti civili, ha provocato una presa di coscienza del carattere relativo della strategia e soprattutto una importazione di regole e di fondamenti della ricerca universitaria, con interrogativi sui presupposti della riflessione. Il metodo, che prima era informale, non esplicitato, è divenuto formale, addirittura invadente, al punto da giungere ad un furore teoretico per di più stimolato dalla necessità di apparire “moderno”.

 

Il blocco al livello superiore indotto dalla dissuasione impedisce di mettere in opera i metodi classici della strategia. Il metodo storico si rivela inadatto poiché la Bomba non è stata più usata dopo Hiroshima e Nagasaki. Il metodo realista è insufficiente dal momento che l’utilizzo di una tale arma è inseparabile dai fini della strategia. Il metodo geografico ha un’utilità solo marginale, dal momento che il raggio d’azione si calcola in migliaia di chilometri ed i ritardi di reazione in ore al tempo dei bombardieri ed in minuti nell’epoca dei missili. Il metodo culturalista è di scarsa utilità poiché l’arma nucleare deriva anzitutto da una logica tecnologica che supera le culture tradizionali[6].

 

Il solo metodo utilizzabile è quello degli scenari: si tratta, secondo la formula di Herman Kahn, di “pensare l’impensabile”, di cercare di immaginare un funzionamento razionale di uno strumento talmente terrificante da suggerire spontaneamente delle reazioni irrazionali. Ora, uno scenario non si propone di render conto della realtà, ma di immaginare una realtà che ancora non esiste. Si giunge così ad una strategia virtuale, il cui modello più sofisticato è costituito dalla scala dei 44 gradi di progressione di Herman Kahn[7]. Il risultato provvisorio del processo, che sembra difficilmente superabile da un punto di vista logico, è la strategia immaginaria che discende dalla Iniziativa di Difesa strategica del Presidente Reagan: come ha ben detto il generale Poirier, è un dispositivo che ancora non esiste, che non si sa se esisterà a causa della sua mostruosa complessità e che tuttavia, per il solo fatto di esser stato annunciato, provoca degli effetti politici e suscita una intensa riflessione strategica.

Tutto accade come se fosse sufficiente (all’attore dominante) costruire una immagine coerente e plausibile di una strategia innovativa, che segni un sufficiente progresso sulle pratiche usuali affinché il credito (scientifico, tecnologico, finanziario ecc.) di cui egli beneficia conferisca a questa proiezione di un modello teorico, in un futuro ancora indeterminato, la pregnanza di un sistema quasi attualizzato e l’efficacia di una strategia di persuasione fondata su forze reali[8].

 

207. Cambiamento d’oggetto

 

Molto logicamente, la strategia tradizionale si interessava prioritariamente, se non esclusivamente, delle operazioni militari, lasciando tutto ciò che era a monte alla politica. Gli studi delle campagne, i piani d’operazione, la riflessione sulla battaglia e l’arte del comando sul terreno erano il soggetto centrale, anche se la progressiva estensione della nozione aveva condotto ad integrare le operazioni in una strategia più vasta, che però restava definita dalla sua dimensione militare.

 

Questa strategia operativa ha conosciuto una crisi in seguito all’apparizione dell’arma nucleare che le dato delle configurazioni fino ad allora sconosciute, o almeno trascurate, con lo sviluppo della teoria della dissuasione. La distinzione classica tra pace e guerra ha ceduto il posto ad un sistema in cui le due nozioni si sono trovate mescolate, provocando la continuità della strategia che non poteva ormai essere limitata al solo tempo di guerra, né alla sua pura dimensione militare. La strategia operativa si è largamente fatta soppiantare da una strategia globale che tiene conto di nuove dimensioni.

 

208. La scienza strategica contemporanea

 

Tutti questi cambiamenti sono stati investigati da una quantità di teorici ed analisti. Se gli scrittori militari sono ancora molto presenti, il fatto nuovo è l’irruzione in massa di studiosi civili: scientifici (Hermann Kahn), sociologi (Raymond Aron, Henry Kissinger), storici (Bernard Brodie), economisti (Thomas Schelling), politologi (Edward Luttwak)[9].

 

Questo fenomeno è particolarmente sensibile negli Stati Uniti, dove la riflessione strategica ha avuto uno sviluppo tanto più notevole in quanto succeduto ad un lungo periodo di atonia. Fino alla Seconda Guerra Mondiale, la produzione strategica americana è stata, nell’insieme, scarsa: i nomi di Dennis Hart Mahan (padre di Alfred) o di John Bigelow non sono conosciuti all’estero. Il movimento è nato negli anni di guerra, quando i civili sono stati associati al lavoro degli Stati maggiori (supra n°114), e si è sviluppato alla fine degli anni ’40 intorno alla Rand Corporation, creata per l’iniziativa dell’U.S. Air Force per analizzare i cambiamenti indotti dalle nuove armi. Quasi tutti i nomi del pensiero strategico americano, all’eccezione di Henry Kissinger, sono passati dalla Rand. L’età d’oro degli analisti civili avviene all’inizio degli anni ’60, con l’arrivo di Robert McNamara al posto di Segretario alla Difesa: convinto della necessità di ammodernare la pianificazione militare applicando metodi di gestione industriale, egli fa un massiccio ricorso ad analisti della difesa per occupare posti direttivi al Pentagono. L’azione dei “piccoli geni” sarà molto discussa, specialmente per i risultati ottenuti in Vietnam, e la loro influenza decrescerà in seguito, senza tuttavia mai cessare del tutto. Consistenti scambi tra le università, o tra potenti istituti di ricerca pubblici (Institute of Defence Analysis, Center of Naval Analysis, Congressional Research Service) o privati (Rand Corporation, Brookings Institution, American Enterprise Institute[10]...) e l’alta amministrazione hanno portato alla creazione di una vera e propria comunità strategica[11], che non ha equivalenti in nessun altro paese.

 

L’Unione Sovietica ha prodotto una dottrina la cui ideologia, ripetitiva e ridondante, poteva dissimulare ricerche strategiche molto avanzate, anche se il pensiero sovietico ha impiegato molto tempo a riprendersi dal controllo staliniano. La discussione, strettamente inquadrata, è continuata sulle riviste militari, ma solo nel 1962 è apparso un trattato di strategia, diretto dal maresciallo Sokolovsky (Volnaja Strategiya, 1962, 1963, 1968; traduzione inglese 1963 e 1968, tedesca 1969, francese 1984). E’ ancora difficile fare un bilancio per la difficoltà d’accesso ad una gran parte della letteratura. La caratteristica principale sembra tuttavia essere la grande attenzione dedicata alla strategia operativa, a differenza degli Stati Uniti, che si sono polarizzati sulla strategia nucleare. Quest’ultima non è stata trascurata, ma la sua elaborazione, a causa delle sue implicazioni, è di competenza del potere politico[12]. I militari si occupano dunque del campo che è rimasto, quello della strategia convenzionale. Appaiono un certo numero di temi originali: la rivoluzione tecnica militare negli anni 1960-70, le operazioni in profondità[13] che riprendono un tema già sviluppato tra le due guerre, i gruppi di manovra operativa negli anni ’80. Il pensiero americano li scoprirà alla fine degli anni ’80 e ne trarrà profitto.

 

La Cina può essere trascurata poiché lo sforzo tecnico per la fabbricazione dell’arma nucleare non è stato accompagnato da una corrispondente maturazione dottrinale. Il suo programma di missili strategici, che ora si comincia a conoscere meglio, grazie ai notevoli lavori di John Wilson Lewis, “fu iniziato senza direttive strategiche e senza riconsiderare la dottrina maoista della guerra popolare”[14]. La situazione ha cominciato ad evolversi solo dopo la morte di Mao per limitarsi a qualche principio generale senza approfondimenti dottrinali, almeno nella letteratura accessibile. Si osserva tuttavia qualche recente evoluzione[15].

 

La Francia costituisce, una volta di più, un caso particolare: la ricerca strategica civile non è riuscita né a strutturarsi in maniera duratura attorno a delle istituzioni, né ad acquisire una influenza reale[16]. Gli istituti di ricerca hanno un’influenza marginale, sia per mancanza di mezzi che per la reticenza dei militari ad associarli alla pianificazione militare e a dare loro l’accesso alle informazioni, di cui sono i soli a disporre. Il solo centro che ha veramente contribuito ad orientare la strategia francese, il Centro per le prospettive e la valutazione, apparteneva al Ministero della Difesa. L’università francese non ha mai riconosciuto gli studi strategici come una vera disciplina; essa li collega alle Scienze politiche, che dedicano loro solo scarsa considerazione. Da parte loro, le Forze Armate hanno un po’ abbandonato la riflessione, come testimonia la progressiva scomparsa della Revue des forces terrestres, della Revue militaire d’information, di Forces aériennes françaises, della Revue Militaire générale e della Revue maritime[17]. E tuttavia, alcune individualità, tra cui in prima fila figurano “i quattro generali dell’apocalisse” (Ailleret, Beaufre, Gallois e Poirier) hanno permesso l’elaborazione di una dottrina coerente, “la sola originale” fuori dal duopolio russo-americano, come ha detto il generale Poirier[18]. Il generale Beaufre, in particolare, ha avuto un grande successo internazionale: la sua trilogia (Introduction à la stratégie, 1963; Dissuasion et stratégie, 1964; Stratégie de l’action, 1966) è stata tradotta integralmente in inglese (1965-67) ed in spagnolo (1965-66), l’Introduction è stata tradotta in italiano (1966), in svedese (1966) in greco (1985)....

 

La Gran Bretagna ha prodotto qualche teorico eminente, in primo luogo il fisico P. M. S. Blackett, che ha contribuito a far prendere coscienza, alla fine degli anni ’40, della specificità irriducibile dell’arma nucleare, e sir Basil Liddel Hart, che ha chiarito i termini del dibattito negli anni ’50, popolarizzando la distinzione tra deterrence e defence (Deterrent or Defence, 1950; traduzione francese 195..., svedese 1950). Ma si tratta di autori isolati, che non si inseriscono in una riflessione sistematica. La politica britannica ha coltivato troppo le sue relazioni speciali con gli Stati Uniti perché il paese possa concepire e mettere in opera una strategia indipendente. La dipendenza materiale, a seguito degli accordi di Nassau (1963), è affiancata da un allineamento dottrinale. Ma il Paese possiede degli istituti di ricerca ben inseriti (la Royal United Services Institution, l’International Institute for Strategic Studies) e produce ancora degli analisti di grande valore come Alastair Buchan, Michael Howard o Lawrence Freedman.

 

Bisognerebbe fare l’inventario del pensiero strategico delle altre potenze. Un paese come la Germania è quasi completamente assente dalla scienza strategica a causa della perdita di legittimità dell’istituzione militare dopo il 1945. La sua dottrina si caratterizza per un allineamento sulle posizioni della NATO e dunque degli Stati Uniti. Il suo contributo più originale è merito di civili isolati come Wolf Schneider, Erik Grawert-May, Panaiotis Kondylis o Gunter Maschke. La produzione italiana, invece, è sempre molto abbondante, spesso di alta qualità (i generali Paolo Supino e Carlo Jean), sfortunatamente sempre penalizzati dall’ostacolo linguistico. Ciò è ancora più vero per la Spagna (il generale Alonso Baquer) e per qualche altro paese (la Romania, ad esempio)[19].

 

209: La crisi della strategia

 

Lo sforzo così prodotto in trenta o quarant’anni è stato considerevole, almeno come quantità. Le pubblicazioni strategiche sono molto numerose e rivelano la diversità degli interrogativi e le strade seguite. Nello stesso tempo, il carattere diverso, se non contraddittorio, delle discussioni si può definire come una perdita del significato. Si è parlato a proposito ed a sproposito di strategia, ma se la strategia è dappertutto, forse non è da nessuna parte e non si sa più cosa sia veramente. E’ avvenuta una rivoluzione strategica che ha ottenuto un consenso per la parte critica; tutti sono d’accordo sull’insufficienza del modello tradizionale di strategia. Ma a ciò non ha fatto seguito la parte positiva. Le rivoluzioni scientifiche sono come i concili: esse avvengono di rado e ci vuole del tempo per assimilarle. Non appena si cerca di definire la strategia nasce il dibattito, spesso cacofonico. La moltiplicazione dei concetti è sinonimo di incertezza sugli stessi fondamenti della disciplina. Come ha detto il generale Poirier, “se un oggetto si presta a discorsi infiniti, significa che sfugge ad un ragionamento rigoroso ed univoco, che evapora in una conoscenza ed in un linguaggio evanescenti”[20].

 

Questo generale sentimento di malessere, sfocia, in molti commentatori, in una vera crisi. Gli orrori delle due guerre mondiali hanno trasformato un discorso pacifista utopico e dunque marginale in una rivendicazione sempre più forte, di cui le potenze sono obbligate a tenere conto. Il diritto degli Stati a fare la guerra si trova messo in discussione, il diritto internazionale dopo il 1945 riconosce solo il diritto alla legittima difesa. Il vocabolo difesa sostituisce, nei discorsi (e nella definizione dei corsi dell’insegnamento militare superiore) quello di guerra (supra n° 5) e la strategia si trova in concorrenza, o addirittura soppiantata, dall’analisi della difesa. I tentativi dei suoi sostenitori per modernizzarla portano ad una frammentazione del concetto: appaiono così la strategia totale, la grande strategia, ma anche la strategia genetica, la strategia generativa, ed addirittura la metastrategia, cioè la riflessione sui fini ultimi. Secondo l’espressione del matematico René Thom, è stato aperto il vaso di Pandora dei concetti vaghi. Il punto di arrivo di questa frammentazione è logicamente la dissoluzione dei concetti, già richiamata (supra n° 19) e, in fondo al percorso, la messa in dubbio della legittimità dell’approccio classico, realista, che si baserebbe su dei postulati ormai obsoleti e che contribuirebbe a mantenere una militarizzazione superata e pericolosa[21]. Non sarebbe esagerato applicare alla strategia il giudizio sulla sociologia espresso da Robert Merton negli anni ’50: “Abbiamo a nostra disposizione numerosi concetti, ma poche teorie verificate; molte opinioni ma pochi teoremi; numerose “introduzioni” ma poche conclusioni. Forse sarebbe bene cambiare l’orientamento”[22].

 

Bisogna reagire di fronte a questa perdita di significato e ritornare ad una “strategia strategica”[23]. Contro questi interrogativi sulla legittimità degli studi strategici, bisogna ricordare che l’emergere di nuovi problemi non ha posto fine ai conflitti e non ha fatto sparire la dimensione militare[24]. Contro questa frammentazione, bisogna riaffermare il vecchio principio di parsimonia di Guillaume d’Occam, già ricordato a proposito dell’operatività. Contro questa proliferazione dei discorsi, sempre più anarchica[25], sempre più esoterica, bisogna richiamarsi a Husserl contro Heidegger: la supremazia dell’azione premia l’approfondimento del linguaggio. Lo diceva anche Schopenauer: “Bisogna pensare il più profondamente possibile, ma esprimere il proprio pensiero nel linguaggio comune”[26].

 

Ricostruire l’ordine teorico è tanto più necessario perché nell’era nucleare, come sottolinea il generale Poirier, “una teoria è anche uno strumento per combattere”[27].Un cambiamento dottrinale ha implicazioni pratiche importanti sul livello o il tipo di armamenti, di spiegamento delle forze o di livelli di allarme... L’instabilità dottrinale che ha caratterizzato la strategia nucleare americana ha contribuito non poco a mantenere un clima di incertezza che ha favorito le inquietudini collettive e lo sfruttamento politico o mediatico. Certo, questi elementi esisteranno sempre, ma trovano un terreno favorevole nel disordine della teoria o nelle esagerazioni della dottrina.

 

 

SEZIONE II:  LE NUOVE DIMENSIONI DELLA STRATEGIA

 

SOTTOSEZIONE I: INVERSIONE DEL RAPPORTO GUERRA - STRATEGIA

 

210. La globalizzazione della strategia

 

La conseguenza più importante, per l’oggetto di questo libro, dei cambiamenti intervenuti dopo il 1945 è l’inversione del rapporto tra la guerra e la strategia. Mentre la strategia tradizionale si riferiva solo alla guerra, oggi essa non è più limitata alla guerra: al contrario. Nell’era nucleare, “la guerra è solo una modalità tra le altre della strategia militare che si esplica anche in tempo di pace e in «quelle condizioni ibride tra pace e guerra» che sono le crisi”[28]. La strategia supera l’azione violenta per coprire una gamma molto estesa di imposizioni e di intimidazioni, e, alla fine, per guidare tutta l’Azione[29]. Essa diviene “l’arte di coordinare l’insieme delle forze della nazione per assicurare a quest’ultima il posto ed il ruolo definiti dal progetto politico del governo”[30]. A causa degli effetti devastanti delle armi moderne (e non solamente dell’arma nucleare) i teorici hanno tentato di sottrarre la condotta dell’azione ad una politica esposta al gioco delle passioni e delle ambizioni (dunque pericoloso) per affidarla alla strategia, ritenuta al sicuro dagli sbalzi d’opinione e dalla improvvisazione dei governanti:

 

La politica consiste soprattutto nella scelta dei fini e dei piani d’azione, e dipende in gran parte da elementi soggettivi, mentre l’applicazione delle decisioni politiche dipende da un ragionamento che deve essere essenzialmente oggettivo e deriva dai metodi della strategia[31].

 

Un tale sviluppo era stato previsto fin dalla fine del XIX° secolo da qualche autore visionario. Il generale Théodore Iung aveva affermato l’esistenza di una strategia civile che comprendeva la strategia militare (La Guerre et la société, 1890), mentre un oscuro ufficiale dell’intendenza, il capitano Dupuis, proponeva il concetto dello stratega integrale che avesse autorità sulle tre strategie: militare, diplomatica e governativa (Une Organisation scientifique de l’armée, 1888). Ma si trattava solo di tentativi isolati e senza un futuro. E’ stato necessario lo shock delle due guerre mondiali affinché simili concetti mettessero radici nel dibattito strategico. La grande strategia, nozione creata dagli Anglosassoni tra le due guerre, è stata allora arricchita da concetti più elaborati: la strategia totale o integrale, nozioni apparse in Francia.

La strategia totale è un concetto creato dal generale Beaufre, per spiegare la nascita della guerra totale. Egli la definisce come “incaricata di concepire la condotta della guerra totale: Il suo ruolo è quello di definire la specifica missione e la combinazione delle diverse strategie generali, politiche, economiche, diplomatiche e militari”[32]. Nel suo ambito, la guerra ha perso il suo posto predominante: “Non sarebbe più un mezzo della politica, «il proseguimento della politica con altri mezzi» secondo la frase di Clausewitz, ma un vero e proprio suicidio”[33]. Essa sussiste ma, non potendo arrivare alle estreme conseguenze, non è più un modo per regolare gli antagonismi fondamentali.

Di conseguenza, la guerra militare generalmente non è più decisiva nel senso letterale del termine. La decisione politica, sempre necessaria, può essere ottenuta solo con una combinazione dell’azione militare limitata con delle opportune azioni condotte in campo psicologico, economico e diplomatico. La strategia della guerra, una volta diretta dalla strategia militare, il che assicurava la preminenza ai capi militari, dipende adesso da una strategia totale diretta dai capi di governo, e dove la strategia militare riveste solo un ruolo subordinato[34].

 

Questa visione sembra ancora troppo restrittiva al generale Poirier, poiché il concetto di strategia totale resta sempre legato alla guerra: “Esso non è sufficiente a spiegare le modalità della strategia militare in tempo di pace, come la dissuasione nucleare”[35]. Egli preferisce quello di strategia integrale. La nozione è apparsa tra le due guerre in Unione Sovietica[36] ed è stata reinventata in Francia negli anni ’40: è stata impiegata occasionalmente dal generale de Lattre[37], ma è Poirier che la teorizzerà e sistematizzerà, alla fine degli anni ’60. Egli la definisce come: “Teoria e pratica della manovra dell’insieme delle forze di ogni natura, reali e potenziali, prodotte dall’attività nazionale; essa ha lo scopo di raggiungere l’insieme delle finalità definite dalla politica generale”. La strategia integrale riunisce “i risultati delle tre strategie economica, culturale e militare.....in una unità di pensiero e di azione che unifica i loro obiettivi e le loro vie-e-mezzi[38].

 

Una simile definizione suggerisce l’allargamento senza precedenti della strategia, a causa dello straordinario sviluppo dei suoi mezzi, con in primo piano l’arma atomica, ma anche dei suoi fini, con lo sviluppo dello Stato messo talvolta al servizio di progetti totalitari. Il risultato è una evoluzione verso uno stadio superiore che il filosofo Jean Guitton ha proposto di chiamare metastrategia[39] (ripreso dalla metafisica)per significare che l’atto strategico può ormai interessarsi ai fini ultimi, diventando così un atto filosofico.

 

Qualunque sia la terminologia adottata, il significato di questa evoluzione semantica è chiaro: rivendicando la condotta della globalità dell’Agire, la strategia intende emanciparsi dalla politica: Contro Clausewitz, che diceva che la guerra “ha la sua grammatica propria, ma non la sua propria logica”[40], Lucien Poirier afferma che

la strategia generale militare ha la sua logica propria; che questa logica interviene a tutti i livelli delle azioni elementari, in ognuna delle decisioni ed operazioni specifiche, qualunque sia la loro natura, i loro modi e la loro forma stabilita dalla grammatica[41].

 

211. Critica della strategia integrale

 

E’ evidente che la comparsa dell’arma nucleare e la rivoluzione tecnologica provocano dei cambiamenti fondamentali che obbligano a ripensare tutte le nostre griglie d’analisi. La strategia integrale prende atto di un cambiamento senza precedenti nella storia dell’umanità. Essa è il logico punto d’arrivo della teoria strategica nell’era nucleare. Nello stesso tempo, questo concetto è un’idea-tipo, nello stesso modo della guerra assoluta di Clausewitz. Essa non rappresenta la pratica degli Stati, come riconosce il suo stesso inventore:

Ho proposto il concetto di strategia integrale perché è necessario alla coerenza di una teoria complessiva ed unitaria... Ma è una nozione astratta a cui non corrisponde alcun contenuto positivo: non si è mai visto, nella genealogia, che un attore politico abbia mai potuto effettivamente praticare una strategia integrale che unifichi le strategie economica, culturale e militare[42].

 

La complessità delle società contemporanee ostacola la riduzione della politica alla strategia. Non solo perché il coordinamento tra le diverse strategie generali è spesso imperfetto, perché l’economia e la cultura non pensano spesso in termini strategici, ma anche perché l’ideologia ha delle finalità proprie che non corrispondono necessariamente a quelle del progetto strategico, la cui razionalità resta quella della potenza. In un sistema democratico, l’opinione pubblica può rifiutare gli obblighi della strategia integrale: la caratteristica fondamentale delle democrazie nei paesi sviluppati, dalla fine della Seconda Guerra mondiale, salvo forse in Giappone, è il passaggio progressivo da una politica di potenza a una politica di benessere: “il burro prima dei cannoni”. In un sistema totalitario, l’ideologia suscita comportamenti che possono nuocere alla potenza dello Stato: nella Germania nazista, la politica antisemita ha privato il Reich di una parte della sua élite scientifica; nella Russia stalinista, le purghe hanno disorganizzato le Forze Armate e la collettivizzazione ha danneggiato l’agricoltura creando dei fattori di debolezza, di cui il primo ha portato alla sconfitta del 1941 contro la Germania, e l’altro ha costantemente messo in difficoltà il regime fino al suo crollo finale nel 1991. Non è esagerato dire che, volendo porre in primo piano le esigenze di una strategia quanto più possibile vicina al modello della strategia integrale, i dirigenti sovietici hanno provocato un surriscaldamento del sistema che si è concluso col suo crollo.

 

Bisogna quindi concludere che la messa in opera di una strategia integrale è inseparabile da una evoluzione totalitaria, come sembra ammettere lo stesso generale Poirier? Non è così evidente. Si può concepire una strategia integrale “decentralizzata”, con la cooperazione di autori autonomi. Bruno Colson applica, in maniera convincente, il modello del generale Poirier alla strategia americana, ma nota che questa cooperazione è resa possibile da un allineamento, se non da un asservimento, del progetto politico alle esigenze degli attori economici[43]. Si potrebbe altrettanto correttamente parlare di politica integrale o di economia integrale. Bruno Colson nota ancora che “le tre strategie generali corrispondono a quello che alcuni politologi considerano come le tre articolazioni della politica: Talcott Parsons aveva individuato tre assi nel dominio politico dell’Impero romano: un asse militare, un asse culturale, un asse economico”[44]. La strategia integrale è, innanzitutto, una politica imperiale.

 

212. I pericoli dell’imperialismo strategico

 

Focalizzarsi in modo troppo esclusivo sulla strategia comporta il rischio permanente di restare affascinati dai suoi obiettivi specifici, con la conseguente incomprensione di una realtà sociale infinitamente complessa e, per dirla tutta, di dimenticare il comune buon senso. Ludendorff ne dava un buon esempio con il sogno della guerra totale, in cui tutte le energie della politica dovevano essere poste al servizio della guerra, concepita come la finalità suprema dello Stato. E’ noto come il disprezzo della situazione politica contingente in occasione dell’avvio della guerra sottomarina ad oltranza abbia contribuito all’ingresso in guerra degli Stati Uniti al fianco degli Alleati[45]. Nell’era nucleare, questa tendenza si osserva soprattutto nel campo tecnico, con il perfezionamento incessante degli arsenali nucleari, che non impedisce la comprensione della relazione fondamentale tra la guerra e la politica. Due esempi:

 

1. Al tempo della rappresaglia massiccia, i piani americani designavano una decina di obiettivi in territorio sovietico. Il Pentagono sostituì a questa dottrina “primitiva” degli schemi molto più elaborati codificati come SIOP (Single Integrated Operations Plan). Quando il SIOP I fu presentato al presidente Eisenhower nell’estate del 1960, questi ne fu inorridito: il piano prendeva in considerazione 2000 obiettivi. Uomo di buon senso, egli riteneva che una simile ridondanza fosse allo stesso tempo inutile e pericolosa[46]. Cosa avrebbe detto vedendo il SIOP IV, presentato dal segretario di stato alla difesa James Schlesinger nel 1974? Il nuovo piano elencava 40.000 obiettivi in Unione Sovietica, che non erano ancora abbastanza, poiché, solo sei anni più tardi, il SIOP VI, elaborato dal suo successore Caspar Weinberger, ne elencava 60.000. Si può affermare che, a questo stadio, i pianificatori americani, ossessionati dal perfezionamento dei loro scenari, hanno perduto ogni contatto con la realtà. Una cultura strategica di tipo particolare ha reso degli uomini intelligenti incapaci di vedere il carattere assurdo e addirittura grottesco dei loro ragionamenti. Da questo punto di vista, la deflazione generalizzata degli armamenti che si è prodotta a causa del crollo dell’Unione Sovietica costituisce una frattura non solo utile ma necessaria. Bisogna ricordare che, se il trattato START II fosse ratificato e completamente attuato, ciò che non è ancora certo, esso lascerebbe a ciascuna delle due grandi potenze nucleari 3.500 testate, cioè 1.000 in più di quante ne avevano gli Stati Uniti nel 1969, all’inizio dell’apertura dei negoziati SALT, ironicamente chiamati negoziati per la limitazione degli armamenti strategici?

 

2. Alla fine degli anni’ 70, l’opinione pubblica occidentale è stata ossessionata dal dibattito sugli euromissili, la cui posta era il decoupling tra gli Stati Uniti e l’Europa. La maggior parte degli esperti sosteneva, con una quantità impressionante di argomenti, che l’Unione Sovietica, sostituendo i suoi vecchi SS4 e SS5 con i nuovi SS20 più precisi e meno potenti, disponeva ormai di un sistema per colpire in maniera “chirurgica” che le permetteva di decapitare il dispositivo militare NATO in Europa. Questo scenario di guerra limitata era divenuto l’incubo degli analisti e degli uomini di Stato europei. Solo i “compagni di viaggio” del partito comunista denunciavano una simile chimera. E tuttavia, per una volta, avevano ragione, da un punto di vista strettamente militare. Bisogna ricordarsi di un dato di base: un SS20 portava tre testate di 200 kilotoni ciascuna; la bomba di Hiroshima aveva una carica di 15 o 20 kilotoni. La maggior parte delle installazioni della NATO erano situate in zone fortemente urbanizzate e l’idea di un colpo nucleare limitato era semplicemente privo di senso. Qualche anno più tardi, il presidente Valéry Giscard d’Estaing ha riferito una confidenza del cancelliere Helmut Schmidt che vanifica ogni idea del controllo dell’escalation e dell’attacco nucleare limitato: “Nel momento in cui un ordigno nucleare colpirà il suolo tedesco, le nostre forze alzeranno bandiera bianca. Nello stesso istante! Qualunque siano i nostri obblighi, noi fermeremo il combattimento”[47].

 

213. La necessaria supremazia della politica.

 

Si torna dunque alla verità primaria, già enunciata da Clausewitz e che perdura attraverso gli sconvolgimenti tecnologici e sociali di ampiezza inaudita: la necessaria dipendenza della strategia nei confronti della politica resta valida. Ancor più, in un’epoca in cui la strategia ha a disposizione dei mezzi così terrificanti, la politica non può limitarsi ai fini, lasciando che la strategia sia una politica-in-atto; la politica deve essere attiva, per poter fare da contrappeso agli eccessi degli Stati maggiori o degli esperti affascinati dai loro stessi campi di competenza.

 

D’altra parte, essa vuole proprio questo. Il potere politico resiste all’ ”imperialismo” dei teorici (e dei praticanti) della grande strategia e della strategia integrale....Per esso, la difesa, la guerra, i conflitti rimangono delle questioni prima di tutto politiche, di cui vuole restare il solo giudice. La strategia passa in primo piano solo quando il conflitto arriva all’ultimo stadio: In tempo “normale”, è la politica di difesa che sovrintende alla distribuzione delle risorse reclamate dalla strategia. Le esigenze specifiche di quest’ultima sono allora in competizione con quelle della politica sociale, educativa, finanziaria... Il suo “imperialismo” è ricondotto a più modeste dimensioni. I militari sanno bene di essere spesso le prime vittime in caso di riduzioni di bilancio. La politica non accetta di essere relegata nella scelta dei fini ultimi, essa determina anche i mezzi, chiudendo così la strategia in una duplice limitazione.

 

D’altra parte, la strategia integrale elimina surrettiziamente la tradizionale concorrente della strategia: la diplomazia è relegata al poco invidiabile posto di accessorio o sottoprodotto della strategia generale culturale. E’ lecito chiedersi se è legittimo impoverire uno dei due poli dell’attività esterna degli Stati al punto di farlo assorbire dall’altro. Si potrebbe altrettanto facilmente invertire il procedimento e proclamare una diplomazia totale al posto della strategia totale. Questo d’altronde è stato fatto da un autore di primo piano, Raymond Aron, che ha parlato, nel 1958, di diplomazia totale: ”La diplomazia è totale perché si occupa di tutto ed i suoi attori impiegano tutti i mezzi”[48], abbandonando poi l’espressione per quella, più complessa ma più corretta, di condotta diplomatico-strategica. Anche se la distinzione tra strategia e diplomazia non è così netta come in passato, non è scomparsa. L’estensione del campo della strategia non abolisce la diplomazia, che resta la manifestazione permanente degli stati e la cui logica, l’abbiamo già detto, è differente da quella della strategia (supra n°29): mentre la tecnica impone sempre più a quest’ultima la propria legge, a detrimento del margine di manovra dello stratega, in diplomazia il potere della personalità è sempre grande; l’azione di Henry Kissinger non si differenzia molto da quella del suo maestro e modello Metternich e “l’estensione alla politica internazionale dei metodi rigorosi della strategia”[49], annunciata dal generale Beaufre, non ha modificato né la natura, né le modalità dei rapporti tra gli Stati.

SOTTOSEZIONE II: INVERSIONE DEL RAPPORTO “IMPIEGO DELLA FORZA/MINACCIA DELLA FORZA”

214. L’essenza della dissuasione

 

L’altra grande novità della strategia contemporanea è da imputare all’arma nucleare: si tratta della strategia della dissuasione. Con la Bomba, il rischio di giungere al limite estremo della violenza si identifica ormai con la minaccia dell’apocalisse, rendendo caduca la definizione clausewitziana della guerra come continuazione della politica. “La guerra nucleare non è più guerra poiché svuota il duello del suo principio antagonistico sostituendolo con l’assassinio di una vittima senza difesa”[50]. Nell’era atomica, il rischio è sempre più grande della posta in gioco, se gli interessi vitali dell’aggredito sono coinvolti ed egli disponga di una capacità nucleare che gli consenta di soddisfare al principio della risposta sufficiente. Fin dai primi mesi dell’era nucleare, Bernard Brodie enuncia quella che diventerà l’idea centrale della strategia della dissuasione: “Fino ad ora, lo scopo principale del nostro apparato militare è stato quello di vincere le guerre, ormai deve essere quello di prevenirle”[51]. L’impossibilità di sfuggire alle rappresaglie rende irrazionale ogni operazione suscettibile di scatenare il fuoco nucleare.

“Per la prima volta, una operazione impedisce ogni difesa. L’arma nucleare provoca una elisione strategica che snatura la guerra come lotta che impiega la violenza reciproca: la dialettica offensiva-difensiva è soppressa, poiché il secondo termine, la difesa, è eliminato”[52].

 

Per la prima volta, si può immaginare una guerra che sarebbe

“un colpo senza durata”: una sola decisione seguita da un solo colpo in un breve lasso di tempo...Il ruolo moderatore delle “frizioni” nelle lunghe campagne della strategia militare classica sparisce e il risultato finale non è più aleatorio poiché non si conosce alcuna difesa efficace[53].

 

Di conseguenza, un conflitto che rischi di provocare l’impiego dell’arma nucleare deve essere evitato ad ogni costo, poiché anche chi dispone di una superiorità schiacciante non può avere la certezza assoluta di sfuggire alla risposta dell’avversario. Questa rivoluzione della nozione di rapporto di forze giustifica quello che il generale Gallois ha chiamato il potere egualizzatore dell’atomo, da cui derivano tutte le teorie sulla dissuasione minima[54], la dissuasione proporzionale[55], la dissuasione del debole verso il forte[56], da cui la Francia ha saputo trarre una dottrina coerente ed efficace.

La dissuasione è intrinsecamente legata alle caratteristiche specifiche dell’”arma assoluta”, come l’ha chiamata Bernard Brodie fin dal 1946. Certo, essa non è separabile dai mezzi convenzionali che la completano: la dottrina francese ha parlato a lungo di dissuasione globale[57]. E si è parlato spesso di dissuasione convenzionale, specie all’inizio degli anni ’80, quando la contestazione della legittimità dell’arma nucleare diventava violenta e lo sviluppo delle armi di precisione a lunga portata faceva nascere nuove dottrine di attacchi in profondità (Airland Battle e FOFA). Ma questa pretesa dissuasione convenzionale non è dello stesso ordine di quella nucleare. E’ evidente che l’esistenza di forze avversarie pronte a rispondere ha sempre invitato alla prudenza, e dunque prevenuto lo scoppio di un conflitto. Ma , da una parte, non ci può essere una dissuasione convenzionale dal debole al forte, e, dall’altra parte, le forze convenzionali non sono legate all'idea di apocalisse e non hanno lo stesso effetto inibitorio. John Mearsheimer ha tentato di teorizzare questa dissuasione convenzionale[58] che, sui dodici casi identificati tra il 1938 e il 1979, ha funzionato solo due volte e fallito altre dieci: “Questo 88,3% di fallimenti della dissuasione realizzata con forze convenzionali contrastano con il 0% di fallimenti della dissuasione ottenuta con la rappresaglia nucleare durante un quarto di secolo”[59].

 

215. Le componenti della dissuasione: strategia declaratoria e strategia operativa

 

Nella dissuasione, gli elementi che costituiscono la strategia restano validi. Si tratta, più che mai, di una dialettica delle volontà in cui l’aspetto materiale, che ci colpisce a prima vista a causa della potenza quasi assoluta dell’arma, è accompagnato ad un elemento psicologico altrettanto determinante, poiché alla base di questa strategia vi è la minaccia, e non l’impiego effettivo: la credibilità della dissuasione dipende non solamente dall’affidabilità dell’arma, ma anche dalla convinzione del potenziale nemico che il suo detentore sarà pronto a servirsene.

 

Da qui l’importanza dei “segnali” che il possessore dell’arma nucleare indirizza ai suoi potenziali nemici. Il solo fatto di possedere l’arma nucleare protegge dall’aggressione diretta, ma non garantisce altrettanto la salvaguardia degli interessi vitali che vanno ben al di là della semplice sopravvivenza. La potenza nucleare esegue dunque una vera e propria manovra dissuasiva tramite la quale fa conoscere quali dei suoi interessi sono coperti dalla dissuasione. Le capacità fisiche dell’arma sono amplificate dal discorso che essa orig